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L’accoglienza di Carmen

· Una Napoli dai colori accesi ·

Come un piatto fortemente speziato, Carmen in scena al teatro Argentina di Roma sorprende per la varietà e gli accostamenti di sapori. Allo stesso modo di una pietanza dal gusto mediorientale, accosta aromi alla cui coesistenza il palato dello spettatore non è abituato. 

Dolce e amaro e una punta di acido si alternano nella Napoli in cui lo spettacolo — basato sul testo di Enzo Moscato per la regia di Mario Martone e con la direzione musicale Mario Tronco — è ambientato. Una Napoli dai colori accesi, come una qualunque metropoli mediterranea, dove la storia di Carmèn (secondo la pronuncia partenopea) è solo un pretesto per una riflessione che, partendo dalla denuncia delle violenza contro le donne, si allarga fino a divenire un apologo dell’accoglienza.

E con queste premesse a chi poteva essere affidato il commento musicale — tratto molto liberamente dall’Opera di Bizet — se non all’Orchestra di Piazza Vittorio? L’ensemble multietnico, nato proprio per favorire l’integrazione culturale nel quartiere romano dell’Esquilino, è anzi un vero protagonista dello spettacolo. Come Iaia Forte la quale, nei panni di Carmèn, suggerisce al pubblico le tante letture possibili del testo. È lei infatti che denuncia l’ottusa violenza di José, sottolineandone l’incapacità di intendere il diverso. Di José — caratterizzato in questa Napoli levantina da una forte pronuncia veneta — la protagonista dice: «Viene dall’altra Italia» e non dall’alta Italia, come sarebbe lecito aspettarsi. Una definizione a suo modo illuminante, che spiega il distacco dalla realtà di quanti rifiutano la principale qualità di un mondo ogni giorno più piccolo, in cui sono destinate a coesistere persone, culture e religioni diverse.

Imporre con la forza e la violenza la propria identità — sia di genere, sia politica o religiosa — conduce solo a disastri, genera sofferenza e risentimento. Lo impara a sue spese José, il quale, dopo avere accecato l’oggetto — e non la persona — dei suoi desideri, termina i suoi giorni nel carcere di Procida. Lo comunica alla fine dello spettacolo la stessa Carmèn, la quale, benché priva di vista, “vede” con chiarezza che la chiave per aprirsi al futuro è proprio l’accoglienza.

di Giuseppe Fiorentino

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19 marzo 2019

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