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Laboratori di gruppi giovanili per nuovi progetti politici

· Il cardinale Bertone richiama la coerenza tra etica sociale e individuale ·

Dalla virtù della persona dipende la virtù della società. Dunque non esiste, e non può esistere, separazione tra etica individuale ed etica sociale. La speranza è che, in un tempo così travagliato come il nostro, «gruppi di giovani intelligenti e impegnati, animati da guide competenti, ad esempio un professore ben preparato, e magari seguiti, a livello formativo, anche da saggi sacerdoti, possano diventare laboratori di nuovi progetti in campo politico e amministrativo». A esprimere questa speranza è stato il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, invitato a tenere un discorso sul rapporto tra giovani e politica, alla luce della dottrina sociale della Chiesa, alla riunione dell'associazione Rete Italia a Rimini, venerdì 19 febbraio.

Per i cattolici il richiamo alla virtù diventa un imperativo che si lega alla propria missione nella storia, cioè quella di orientare la società a valori supremi. Cita don Sturzo il cardinale Tarcisio Bertone perché, trattando un tema che chiama in causa i giovani e le nuove generazioni di politici cattolici, intende precisare un punto fermo: «La missione del cattolico — diceva don Luigi Sturzo — in ogni attività umana, politica (...) è tutta impregnata di ideali superiori perché in tutto ci si riflette il divino. Se questo senso del divino manca, tutto si deturpa: la politica diviene mezzo di arricchimento, l'economia arriva al furto e alla truffa». E proporre la dottrina sociale della Chiesa non è né esercizio filologico né dare «soluzione unica e universale alle sfide del mondo». La dottrina sociale della Chiesa, ha spiegato il cardinale, è orientamento verso il divino e ha come suo scopo principale proporre, nel suo insieme, principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione. Spetta poi «ai cristiani, come singoli e come comunità — ha precisato — il discernimento della realtà e la valutazione dei principi, dei criteri e delle direttive proposte» per orientare «la propria condotta nei diversi ambiti». Una sfida di cui dovranno assumersi la responsabilità le nuove generazioni di politici cristiani.

La riflessione del segretario di Stato è iniziata proprio dall'impostazione del rapporto giovani politica. «Nella società di oggi — ha esordito — occuparsi di giovani e politica rischia di apparire un esercizio di stile. Riguardo al ruolo dei giovani nella politica, infatti, secondo una prima linea di pensiero vi sarebbe l' utopia come unica strada, cioè la speranza in un futuro migliore e tuttavia ogni giorno più lontano. Una seconda impostazione denuncia al contrario il rischio di atarassia , una disaffezione dei giovani per la politica e l'indifferenza verso un mondo percepito come chiuso al cambiamento, o a nuovi sistemi di pensiero e di azione».

Ma a ben guardare le due visioni proposte mancano di precisare un concetto: cos'è la politica? Essa è un valore positivo o negativo? «Ricorrendo ad una espressione forte — ha spiegato il cardinale — che prendiamo in prestito da don Luigi Sturzo, grande sacerdote e politico del secolo scorso, ci chiediamo: la politica è cosa sporca? Dalla risposta a questa domanda dipende quella sul ruolo dei giovani nella politica».

Per orientare questa risposta il cardinale ha ripercorso le tracce del cammino seguito da due figure storiche, che rappresentano i paradigmi della politica: Niccolò Machiavelli, fautore di una politica dell'astuzia e dell'utilitarismo, e Tommaso Moro il quale riteneva la politica un servizio da rendere, addirittura via alla santità «finanche al martirio». Se guardiamo al mondo di oggi «si sarebbe tentati dall'affermare che il modello proposto da Machiavelli è quello che ha avuto maggiore fortuna. Mentre quello di Moro sembra avere la natura di un'eccezione, di una vocazione personale». Come orientarsi allora? E qui entra in gioco la dottrina sociale della Chiesa. Il cardinale si rifà a quanto Giovanni Paolo II, rivolgendosi agli argentini nel 1985, diceva ai giovani che sognavano l'avvento di un mondo più giusto, più fraterno, più tollerante, più solidale e più abitabile: «Voi sperimentate talvolta dei sentimenti frammisti a disillusione e frustrazione davanti alle difficoltà di un rapido rinnovamento sociale, politico, culturale e anche religioso, desiderato con tanto ardore. Ciò può portarvi a vivere alle frontiere del timore e della speranza. Davanti a una situazione simile, è di vitale importanza trovare delle solide ragioni che vi permettano di vivere, di credere» e per questo li invitava ad avvicinarsi «alla Chiesa, sempre giovane, che vuole presentarvi Cristo come compagno e amico di tutti i giovani». Dall'alternativa tra utopia e atarassia, si passa dunque all'ipotesi della grande responsabilità dei giovani, i quali sono partecipi delle cose future già a partire da quelle presenti.

La dottrina sociale non viene presentata come un prontuario di soluzioni predefinite. È proposta come un modello di azione e di educazione politica che si esprime nei tre momenti del vedere, giudicare e agire . E la nuova generazione dei politici cristiani è chiamata a tradurre la dottrina sociale della Chiesa in scelte concrete, e a operare una mediazione nella realtà.

Un'attenzione particolare il porporato l'ha dedicata alla illustrazione del codice di Camaldoli, frutto della riflessione del gruppo dei laureati cattolici riuniti, nel luglio del 1943 proprio a Camaldoli, sotto la guida dell'assistente dei laureati di Azione Cattolica monsignor Bernareggi. Ne ha riproposto il concetto di famiglia e scuola; i richiami al senso etico dell'economia, alla coscienza che deve regnare nel campo politico, alla giustizia sociale, alla riaffermazione della dignità della persona umana, dei suoi doveri e dei suoi diritti. Come ulteriore elemento di novità il cardinale ha citato la capacità di aver «accolto la logica del gioco democratico e il ruolo regolatore e perequativo dello Stato nel garantire la giustizia sociale per tutti, specialmente per i più poveri. In questo senso si è parlato di “terza via”, come una delle scelte qualificanti introdotte nell'ordinamento statale, proposta dal Codice di Camaldoli».

Dalla considerazione sui diritti il passaggio alla questione della protezione della vita è stato naturale. Il cardinale ha riproposto quanto detto recentemente dal Papa all'Accademia per la vita, a proposito della necessità di coniugare sempre bioetica e legge morale per consentire di salvaguardare l'ineliminabile richiamo alla dignità della persona. Non ultimi i richiami alla solidarietà, alla sussidiarietà, al bene comune.

La lettura proposta dal cardinale è stata quella di una politica intesa come «esercizio responsabile di carità verso il prossimo, che si colloca nel cuore della dottrina sociale della Chiesa». Attraverso la lente della carità, le micro-relazioni, come l'amicizia e la famiglia, e le macro-relazioni, come lo Stato e la comunità internazionale, «risultano essere connesse ed interdipendenti. In questo senso, ogni relazione umana ha una valenza pubblica». «Ciò — ha concluso — richiama tutti ad orientare la propria vita e le proprie relazioni alla virtù». Del resto «le virtù umane sono tra loro comunicanti, tanto che l'indebolimento di una espone a rischio anche le altre». Ecco allora la missione per una nuova generazione di politici cattolici: «L'impegno di iniettare buona e nuova linfa nella società, orientandola alla virtù, con rettitudine e discernimento alla luce del Vangelo e della dottrina sociale della Chiesa».

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