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L'abito fa il libro

· Vizi e virtù della copertina secondo la scrittrice indiana Jhumpa Lahiri ·

Un gilet a coste sui toni del blu, il logo dell’editore in tinta, nome e cognome dell’autrice in giallo, titolo in bianco: così, con semplicità lineare, si presenta al lettore Il vestito dei libri (Milano, Guanda, 2017, pagine 70, euro 9,50), l’ultima opera di Jhumpa Lahiri, scrittrice di origine indiana naturalizzata statunitense. 

Iniziare dalla copertina è d’obbligo per un testo che incuriosirà chiunque ami i libri, oggetti cartacei in grado di resistere a qualsiasi attacco (anche multimediale) per la loro capacità — come scriveva Marguerite Duras — di condurre all’esplorazione dell’universo. Perché con questa nuova opera (la seconda redatta in italiano, lingua che adora) la scrittrice vincitrice del premio Pulitzer riflette, attraverso ricordi autobiografici, sulla copertina dei libri. E lo fa muovendo dalla duplice prospettiva di scrittrice e di lettrice.
«Ho provato sulla mia pelle quanto i nostri vestiti, così come la lingua, come il cibo, esprimano la nostra identità, cultura, appartenenza. (…) Quando, a trentadue anni, ho iniziato a pubblicare libri, ho scoperto che un’altra parte di me andava vestita e presentata al mondo». In bilico tra due realtà così diverse, la società d’origine e quella statunitense, Lahiri legge le copertine attraverso la metafora del vestito, primo ed evidente segno su cui si gioca la percezione — propria e altrui — dell’appartenenza. Del resto, essendo un’autrice tradotta in molte lingue, Jhumpa Lahiri ha avuto la possibilità di vedere i suoi testi vestiti con abiti diversissimi, a volte addirittura opposti tra loro.
«Vedendo in fila tutte le copertine di uno stesso mio libro, diventa ovvio notare come cambiano il tono, l’anima, l’identità. Ne vedo una vivace, una cupa, una chiara». Certo, «da un lato è bello vederle insieme, cogliere l’abbondanza di stili, la varietà», ma, a ben guardare, «mi sembrano dodici libri distinti, con temi divergenti, scritti da dodici autori diversi». E se «questo accade perché le copertine straniere riflettono l’identità, il gusto collettivo di ogni paese — osserva Lahiri — temo significhi l’incapacità, perfino in questo mondo globalizzato, di riconoscersi nell’altro. Così come la lingua del testo, la copertina può costituire una barriera».
La copertina di carta — quella che, a differenza dell’e-book, con il tempo si sporca e si rovina — è un passaggio obbligato per qualsiasi libro. Essa «appare solo quando il libro è terminato, solo quando sta per fare il suo ingresso nel mondo. Segna la nascita di un libro, e dunque la fine del mio percorso creativo».
E così «mi rendo conto, quando compare la copertina, che il libro sarà letto. Sarà accolto, criticato, analizzato, dimenticato. Benché esista per proteggere le mie parole, l’arrivo della copertina, facendo da ponte tra me e il pubblico, mi fa sentire vulnerabile. La copertina mi fa capire che il libro è già stato letto. Perché in realtà non è semplicemente il suo primo vestito ma anche una sua prima interpretazione».
La copertina, infatti, è la traduzione nel linguaggio visivo delle parole dell’autore: pur non essendo parte del testo e pur non provenendo da chi l’ha scritto, essa rappresenta il testo. In qualche modo finisce per essere il testo. E come una traduzione può essere fedele o può tradire, può avvolgere il libro «come un bel cappotto, elegante e caldo» o può soverchiarlo, dominarlo.
Sebbene, come accade a moltissimi autori (il nostro giornale ha ricordato solo qualche giorno fa le iraconde reazioni di Agatha Christie alla vista di copertine che non rendevano giustizia ai suoi gialli), alcuni degli abiti che hanno vestiti i suoi libri non l’abbiano soddisfatta, Lahiri non rivendica un ruolo per gli autori nella redazione e scelta della copertina.
Ma riflette invece — qui sì, da scrittrice — sulle complesse e intricate relazioni che coinvolgono scritto, immagine, autori, grafici, esigenze del mercato e della letteratura, aspirazioni, editori e lettori e che portano alla vestizione di un testo.
Vestizione che interroga radicalmente lo scrittore. «Per me una copertina sbagliata non è semplicemente una questione estetica, perché rimette in gioco tutta l’ansia provata fin da bambina. Chi sono? Come sono vista, vestita, percepita, letta? Scrivo per evitare la domanda, ma anche per cercare la risposta».
In queste pagine Jhumpa Lahiri ripercorre il grande cambiamento che negli anni l’editoria ha imposto alle copertine. La letteratura che l’ha formata come persona era, per così dire, silenziosa: nessun riassunto sul risvolto, nessuna foto dell’autore. Erano libri che «avevano solo una qualità anonima, segreta. Non rivelavano nulla in anticipo. Per capirli, bisognava leggerli. Gli autori che mi appassionavano all’epoca erano incarnati solo dalle loro parole».
Ebbene quelle copertine nude che non interferivano nell’approccio al libro sono state soppiantate oggi da copertine troppo vestite: la foto dell’autore, l’informazione biografica, le recensioni. Tutto questo «crea confusione. Mi distrae (…). Personalmente trovo che mettere i pareri di altre persone sulla copertina sia inopportuno. Voglio che le prime parole che il lettore incontra in un mio libro siano state scritte da me». Perché oggi il ruolo della copertina è molto più complicato: serve infatti per identificare il libro, per inserirlo in uno stile o in un genere, e per far fermare un passante distratto inducendo a entrare in libreria. Ma il fatto che la copertina sia «diventata un’etichetta che elenca quasi tutti gli ingredienti del libro» non è qualcosa che fa bene alla letteratura. In realtà, tale eccesso di informazioni finisce per essere un ostacolo al percorso creativo del lettore, questa parte così importante dell’avventura del leggere.

Il vestito dei libri, interessante quindi nel suo dar voce all’autore che la copertina in finale la subisce, è dunque anche una difesa del lettore, anche lui per tanti versi vittima dell’editoria. Perché se oggi non abitiamo più in un mondo in cui la copertina possa semplicemente rispecchiare il libro, se oggi il suo fine è molto più commerciale che estetico (il che induce l’editoria a caricare le copertine «di un’aspettativa spropositata»), danneggiati non ne risultano solo gli autori. È l’altra faccia della medaglia che le riflessioni di Lahiri — lettrice appassionata, prima ancora che scrittrice di successo — sollecitano in chi legge. Restituendogli un ruolo di protagonista di questo defilé.

di Silvia Gusmano

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06 dicembre 2019

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