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L’abbraccio di pietra

· Un libro dedicato alla basilica vaticana e alla memoria di san Pietro ·

Sulla tomba e la memoria di Pietro è stato presentato venerdì 11 settembre a Perugia, nel palazzo degli Oddi, sede della Fondazione Marini Clarelli Santi La tomba e la sua memoria. All’interno della basilica di San Pietro, l’ultimo libro di monsignor Marco Agostini (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2014, pagine 104, euro 20) autore per «L’Osservatore Romano» di una lunga serie di articoli dedicati allo stretto nesso che ha legato per secoli fede, arte e bellezza. Antonio Paolucci, autore della prefazione, ha condotto idealmente i presenti a una fantastica visita della basilica vaticana.

Guercino, «Le lacrime di Pietro» (1650 circa, particolare)

Questo studio, concluso da una postfazione di Giovanna Baldissin Molli, tratta la chiesa nel duplice significato del termine, integrando in un solo discorso lo spazio, il tempo, le opere d’arte, le persone, le idee, i pavimenti e i passi. Come anche per la casa, per la scuola e per tante altre istituzioni, anche per chiesa si può intendere la struttura, l’architettura, l’edificio e le sue pietre oppure le persone, le tradizioni, una corrente di fede.

Il libro è una raccolta di articoli, ricchissimi di citazioni. Semplici e solidi. Questo discorso sulle orme di Pietro ruota intorno alle reliquie, intese anche come relitti, come stratificazione dei segni del tempo. Ma anche percepite come testimonianza di autenticità del cammino percorso, che avvalora il presente. Per quanto ridotte a lacerti, sono le premesse, le basi, le fondazioni, le pietre angolari del nostro andare.

Per cercare di recepire e coniugare le attese di riforma con la tradizione, san Filippo Neri ha tracciato più di un sentiero, ha lasciato un itinerario e un metodo per capire come conservazione e cambiamento siano legati e indissolubili, come il desiderio di riforma possa sorgere non tanto da una volontà di innovazione fine a sé stessa ma da una esigenza di ripristino, di ristabilimento, di ritorno, come peraltro tante figure nel corso dei secoli hanno indicato.

Al punto che tradizione e tradimento possono apparire a tratti intrecciati: non è possibile tramandare perfettamente senza in parte alterare, così come non è possibile tradire del tutto, senza lasciare e addirittura rafforzare memoria di quanto si vorrebbe cancellare, negare, combattere, annientare.

Da questa consapevolezza discende una traslazione dal mondo al singolo della difficile ricerca di una linea di demarcazione tra la continuità e la frattura, spostando questo confine all’interno della coscienza di ciascuno e cessando di tracciare steccati e confini dai quali escludere gli altri.

La memoria di Pietro è anche qui: la forza della debolezza. Il principe degli apostoli conosce non solo il martirio, ma si misura con la minaccia della morte secunda dentro di sé, non la vede negli altri, ma la sperimenta in prima persona, conoscendone la sofferenza. Vi sono almeno tre memorie chiarissime in questo senso illustrate nell’arte, da Caravaggio a Lanfranco e a Guido Reni. La conoscenza della propria paura, della propria incertezza, quasi della propria inaffidabilità, inizialmente nella tempesta, poi nell’atto di rinnegare, prima che il gallo canti. L’attaccamento ai valori e alle tentazioni del mondo, nel vade retro. L’attraversamento dell’ira e della violenza, nel taglio dell’orecchio.

Si può osare dire che non è malgrado questo, ma è forse anche per questo che Pietro è prescelto come testata d’angolo: vede e sperimenta il limite interno, lo percepisce come proprio, lo prende su di sé, non lo addossa agli altri. Così anche il grido di dolore che appena si avverte tra le pagine di questo libro, più chiaramente nel finale, è quello di una chiesa che riflette su sé stessa, interrogandosi sulla crescente incapacità di proseguire nella carità e nella misericordia della bellezza donata e aperta a tutti, che proprio per questo non è lusso, ma soccorso.

Come ha ricordato Antonio Paolucci Urbano viii ordina il colonnato al Bernini come un abbraccio rivolto a chi è fuori dalla chiesa, arrivando a destinarlo agli eretici. Questa, di sentirsi piccoli senza smarrimento dell’armonia, è un’esperienza anche fisica dello spazio nella basilica vaticana. La “chiesa grande”, nella navata dei fedeli, unita alla “chiesa piccola” nel coro, nell’abside attorno alla cattedra — per usare la terminologia di Margherita Porete — divengono così amiche, comprensibili, spiegate nelle loro parti.

di Francesco Scoppola

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26 marzo 2019

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