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L’abbraccio della gente a Lolo Kiko

Sono le famiglie — con le loro sofferenze provocate da disastri naturali, diseguaglianze economiche, emigrazioni, ma anche con le loro capacità di farsi carico dei più deboli e persino di quanti una famiglia non ce l’hanno — la spina dorsale della società e della Chiesa filippine. Protagoniste indiscusse della giornata di venerdì 16 gennaio, le famiglie di Manila hanno ricevuto da Papa Francesco l’invito a non perdere «la capacità di sognare».

I quindicimila che gremivano la Mall of Asia Arena e tutti quelli che hanno assistito attraverso i maxischermi collocati nel piazzale antistante e lungo le strade vicine, sono stati testimoni di un incontro memorabile. Nell’avveniristico palazzetto dello sport è andata in scena una vera e propria giornata asiatica della famiglia, durante la quale genitori, figli, nonni e nipoti hanno raccolto la consegna del Pontefice a custodire l’integrità della famiglia e a perseverare nei loro valori tradizionali. Francesco ha più volte aggiunto al testo del discorso preparato brevi pensieri improvvisati in inglese, salvo poi passare allo spagnolo, la sua lingua madre, per offrire la sua esperienza personale. Immediatamente tradotti da monsignor Miles, i vari passaggi a braccio del discorso sono stati sottolineati da numerosi applausi: soprattutto quelli riguardanti la sua devozione a san Giuseppe e il suo pubblico tributo a Paolo vi che ha difeso l’apertura alla vita della famiglia.

Con il loro entusiasmo contagioso e travolgente, i quindicimila della Mall of Asia Arena hanno applaudito e cantato, gridando tutta la loro gioia al Papa, accolto nel frastuono del palazzetto dello sport dal vescovo di Antipolo, monsignor Gabriel Reyes, delegato della Conferenza episcopale per la famiglia. Prima di prendere posto sul palco, Francesco ha voluto salutare singolarmente tutti i malati presenti nelle prime file. Solo allora è salito per ricevere il sorprendente benvenuto che era stato preparato: a porgli al collo una ghirlanda di sampaguita, il fiore nazionale, è stata Remedios Rodrigo, con i suoi cento anni e due mesi. Nonostante qualche acciacco, la simpatica bisnonna è vispa come una ragazzina. Ancora ricorda la volta in cui ha preso la comunione da padre Pio da Pietrelcina, che è stata amica di madre Teresa di Calcutta e che prima di Francesco aveva già incontrato Papa Montini, nel 1970, e Giovanni Paolo ii nel 1981 e nel 1995, durante i loro viaggi qui a Manila. Infine il Papa ha introdotto la liturgia della Parola, al termine della quale sono state elevate intenzioni di preghiera nei principali idiomi dell’arcipelago.

Ma uno dei momenti più toccanti dell’incontro era stato, poco prima, quello delle testimonianze: Rami Dizon ha raccontato in tagalog la storia della sua numerosissima famiglia in un contesto di povertà al baranagay (quartiere) Krus Na Ligas, di Quezon City; poi in inglese i coniugi Pumarada e la loro figlia hanno parlato delle difficoltà legate all’emigrazione; infine nel linguaggio dei sordi, grazie allo voce di una dei suoi quattro figli, Renato G. Cruz ha confidato al Papa la solitudine che spesso provoca la disabilità. Tutte e tre le testimonianze erano accomunate da una fede incrollabile, una fede che apre il cuore al prossimo anche quando si ha poco. Eppure questa condivisione non sempre è possibile, a causa di una miseria diffusa. Al punto che alcuni genitori lasciano che i figli vagabondino e mendichino per le strade nella speranza che qualcuno se ne prenda cura.

Come fanno i volontari della fondazione Anak-Tnk, nella struttura visitata dal Papa in tarda mattinata. Francesco vi si è recato per salutare un gruppo di trecento bambine e bambini poveri, sottratti alla strada e al turpe mercato della prostituzione, rispondendo così in prima persona alle mille lettere e al video mandatigli nel settembre scorso attraverso il cardinale Tagle. Con un fuori programma, è andato a incontrarli nel cortile del centro, a pochi passi dalla cattedrale di Manila, restando circa mezz’ora con loro, lasciandosi abbracciare da tutti e ringraziando per i piccoli doni ricevuti.

L’intensa giornata di venerdì per il Papa si era aperta con la cerimonia di benvenuto, svoltasi al mattino nel palazzo presidenziale Malacañan. Nel giardino dell’edificio in stile coloniale, Francesco è stato accolto dal capo dello Stato, Benigno Simeon “Noynoy” Cojuangco Aquino iii. Hanno salutato l’ospite la sfilata della guardia d’onore davanti al podio e ventuno salve cannone, durante le quali sono stati eseguiti gli inni. Tutti con la mano sul cuore i filippini presenti. Infine, mentre venivano presentate le delegazioni, la bamboo orchestra Pangkat Kawayan, con i caratteristici strumenti in legno — persino una specie di grande pianoforte è realizzato con le canne della pianta — ha suonato musiche folcloristiche locali.

Successivamente, all’interno del palazzo, al Pontefice è stato offerto un fazzoletto rinfrescante, che nella tradizione filippina è segno di ospitalità. Al piano superiore il Papa ha firmato il libro d’oro prima del colloquio privato con il presidente, protrattosi per circa mezz’ora. Successivamente ha avuto luogo lo scambio dei doni. Come in Sri Lanka, il Pontefice ha offerto un facsimile in edizione limitata di un Atlante nautico con carte navali del sedicesimo secolo. Il presidente ha ricambiato con una statua della Vergine intagliata nel legno di un albero abbattuto dal tifone Yolanda.

Infine il Papa e il capo dello Stato si sono spostati nella Rizal cerimonial hall, per l’incontro pubblico con le autorità e il corpo diplomatico, caratterizzato dal primo discorso pubblico del Pontefice nelle Filippine. Forte il richiamo a una riforma delle strutture sociali, dinanzi alle scandalose disuguaglianze del Paese. Francesco ha però anche riconosciuto il ruolo di promozione della cooperazione tra nazioni asiatiche svolto dalle Filippine, così come il contributo dato dal suo popolo al benessere delle comunità nelle quali è emigrato. Infine ha accennato al bisogno di pace che c’è nel sud del Paese, chiedendo il rispetto dei diritti delle popolazioni indigene e delle minoranze religiose.

La tappa successiva è stata nella vicina cattedrale dell’Immacolata concezione, dove il Papa ha celebrato la prima messa pubblica del suo viaggio nell’arcipelago dell’estremo oriente. Con un piccolo cambiamento rispetto al programma, vi è giunto con la papamobile scoperta, per dare modo a quanta più gente possibile di vederlo.

Concelebranti vescovi e sacerdoti, erano presenti anche religiosi, religiose e seminaristi. In tutto almeno duemila consacrati filippini: sono loro i primi testimoni di misericordia e compassione, i due temi principali della visita. Per questo Francesco si è recato a Intramuros, l’antica cittadella fortificata nel cuore di quella è oggi una tra le dieci metropoli più grandi del mondo. Una realtà in continua e rapida ulteriore espansione, come dimostrano le tante gru al lavoro, impegnate a edificare grattacieli nelle sterminate periferie della capitale.

E proprio a Intramuros sorge l’edificio ricostruito per ben otto volte, dopo tifoni, terremoti, incendi e bombardamenti che hanno distrutto o danneggiato gravemente a più riprese quella che è tra l’altro la più grande chiesa del Paese. Giunto a Plaza Roma, il Papa è stato accolto dal rettore che gli ha presentato il crocifisso da baciare. Quindi all’interno ha presieduto l’eucaristia dedicata al clero filippino, durante la quale particolarmente significativa è stata la confessio peccati, con la richiesta di perdono per i peccati commessi e l’impegno a essere fedeli ai voti di obbedienza, povertà e castità emessi al momento dell’ordinazione sacerdotale o della professione religiosa. All’omelia Francesco ha esortati i presenti a farsi poveri in mezzo ai poveri, rifuggendo l’autocompiacimento.

Poi, allo scambio della pace, si è diretto verso la zona in cui erano alcune religiose in carrozzella e anziani sacerdoti, fermandosi a confortarli. Infine ha di nuovo abbracciato l’emozionatissimo Chito, il vezzeggiativo con cui tutti qui chiamano affettuosamente il cardinale Tagle. Un’usanza estesa ora anche a Francesco, acclamato a gran voce dai filippini come Lolo Kiko. Uno slogan ritmato, che si sente soprattutto lungo le strade, dove la folla continua ad aumentare a mano a mano che passano le ore. Del resto a Manila, rispetto allo Sri Lanka il sole è meno cocente, ma il calore delle persone incendia i cuori. Incalcolabile il numero di fedeli riversatisi in massa lungo i percorsi della papamobile, in ogni suo spostamento. A fatica gli organizzatori stanno riuscendo a contenerli, nonostante un pur ragguardevole numero di volontari e di poliziotti e artificieri, in divisa e non, chiamati a far funzionare l’imponente apparato di sicurezza messo in atto.

dal nostro inviato Gianluca Biccini

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22 settembre 2019

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