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L’abbraccio degli uguali

La particolare integrazione dei cristiani nel tessuto sociale della tarda antichità è rappresentato quasi in presa diretta da alcune suggestive testimonianze dell’epoca. Così, ad esempio, nella lettera A Diogneto — un testo che ci cala nel vissuto quotidiano alessandrino tra il II e il III secolo — si rievoca la condizione e la diffusione dei cristiani nelle città dell’orbis Christianus antiquus: «I cristiani non si distinguono dagli altri uomini, né per territorio, né per lingua, né per le consuetudini di vita. Non abitano città proprie, non usano un linguaggio particolare, non conducono uno speciale genere di vita... Disseminati nelle città elleniche e barbare, dove a ognuno è toccato vivere, si vestono secondo abitudini locali e mangiano gli stessi cibi» (n.6).

Vetro dorato infisso nella malta di chiusura di un loculo con l’immagine di sant’Agnese (catacomba di Panfilo, Roma, IV secolo)

Incontriamo la medesima idea di convivenza e di coincidenza di luoghi e abitudini dei cristiani nel loro tessuto sociale anche attraverso la voce di Tertulliano: «Coabitiamo in questo mondo, frequentando gli stessi fori, gli stessi mercati, le stesse terre, le medesime botteghe. Insieme navighiamo, combattiamo, pratichiamo l’artigianato e l’agricoltura» (Apologetico 42, 2-3).

Ma, mentre i cristiani professano il loro desiderio di integrazione nel mondo, allo stesso tempo, tendono a distinguersi dal mondo, specificando la loro indole spirituale, così lontana dall’attaccamento alle realtà terrene. È ancora la lettera A Diogneto a illustrare questo atteggiamento: «Essi propongono il loro paradossale e meraviglioso stile di vita associativo. Abitano la loro patria, ma come pellegrini, prendono parte alla vita sociale, sopportando tutto come stranieri... Si sposano come tutti gli altri, ma non abbandonano la prole. Hanno comune la mensa, ma non il letto. Vivono nella carne, ma non secondo gli istinti della carne. Trascorrono l’esistenza sulla terra, ma sono cittadini del cielo».

Questa oscillazione tra “eguaglianza e diversità” trova un’ulteriore illustrazione in un celebre passo di Lattanzio: «Tra noi non ci sono né servi, né padroni; non esiste altro motivo se ci chiamiamo fratelli, se non perché ci consideriamo tutti uguali» (Divine istituzioni 5, 15). La raffigurazione letteraria e documentaria che abbiamo finora evocato si riflette perfettamente nelle catacombe cristiane, scavate nel tufo e organizzate in gallerie, che sembrano abbracciare l’intera comunità.

Le regioni più emblematiche degli spazi catacombali sono sfruttate intensamente, con la creazione di un fitto casellario di loculi. Il loculo rappresenta la cellula elementare del sistema funerario cristiano, inteso in senso comunitario, rispondendo perfettamente alle caratteristiche di essenzialità e di sobrietà, richieste da una sepoltura semplice e facilmente ripetibile per tutti gli aderenti alla nuova dottrina. Il loculo risponde, insomma, a quello spirito egualitario, che anima le prime comunità e che è basato sulla visione evangelica e della cristianità delle origini, soprattutto degli Atti degli apostoli (2, 42-47; 4, 32-35; 5, 12-16).

Se scorriamo con lo sguardo le gallerie catacombali ancora intatte, si percepisce perfettamente quell’atmosfera di uguaglianza, ma anche di solidarietà, che connotava i primi gesti funerari dei cristiani. Essi s’impegnavano a cercare aree proprie ed esclusive così da provvedere alla sepoltura di tutti, anche dei meno abbienti, che non potevano affrontare la spesa per la creazione e la cura di una tomba. Percorrendo le interminabili gallerie costellate da migliaia di loculi tutti uguali, si avverte immediatamente l’idea di provvisorietà di questi grandi depositi, costituiti da semplici vani scavati nel tufo, disposti in pile, talora molto elevate, come fossero scansie di grandi armadi a muro. Là i corpi erano deposti, in attesa di una migliore collocazione, quella definitiva, che i cristiani attendevano per la fine dei tempi: allora si sarebbero risvegliati-risorti dal sonno dei coemeteria, ovvero dei “dormitori”, come indica questa denominazione nella sua etimologia greca (da koimáô, “riposare, giacere”), un titolo che specificava la realtà e la finalità delle catacombe.

di Gianfranco Ravasi

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19 settembre 2019

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