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Zona grigia

· A Venezia tra cinema d’autore e produzione commerciale ·

Se i film selezionati non fossero stati scelti in buona parte da mesi, verrebbe da pensare che a Venezia si siano preoccupati di ciò che è successo a Cannes a maggio: il festival francese è andato particolarmente male? E allora quello italiano — giunto alla sua settantaquattresima edizione — è bene che vada in tutt’altra direzione. Che cerchi cioè di smarcarsi dal territorio del cinema d’autore più rigido e di guardare a quella zona media, per non dire grigia, fra cinema alto e cinema mainstream che doveva essere appannaggio di un altro festival in crisi d’identità, in questo caso evidente e forse irreversibile, quello di Roma, il quale era nato proprio per offrire una selezione che coniugasse la qualità con i gusti di un pubblico sufficientemente ampio, ma che non è mai riuscito nell’intento di ritagliarsi in tale ambito una fetta di visibilità.

 Il palazzo del Cinema a Venezia (Afp)

Tale impresa sembra volerla tentare dunque il festival di Venezia di quest’anno, tornando in qualche modo anche sui propri passi, visto che l’anno scorso al Lido aveva trionfato proprio un caso di cinema d’autore “autistico” — ma non di meno valido — come quello del filippino Lav Diaz. E che l’atmosfera stavolta sia diversa lo si comprende dalla lista dei film in concorso, ovvero dai tanti film americani — così come americana sarà la presidente di giuria, Annette Bening — dal buon numero di film prodotti da majors e, più in generale, dai tanti nomi noti, al pubblico dei festival ma anche e soprattutto a quello meno selezionato.
Ci sarà Alexander Payne, regista perfetto per camminare sul crinale di cui s’è detto, visto che i suoi film conciliano da sempre l’intrattenimento della commedia con la riflessione esistenziale del dramma. Poi George Clooney, personaggio da rotocalco capace però di realizzare, quando vuole, film belli e impegnati. Anche Darren Aronofsky è personaggio congeniale in tal senso, perché grazie ai suoi primi film si è guadagnato fama di autore irregolare e marginale salvo poi virare verso orizzonti più commerciali, senza peraltro abbassare la media qualitativa della sua filmografia. Altro nome strategico, per non dire furbo, è quello di Martin McDonagh, drammaturgo britannico molto considerato che però fa film in America e per un pubblico non per forza erudito. Altro evento emblematico è il gradito ritorno del grande Paul Schrader. Il regista e sceneggiatore americano è infatti un nome legato a quella New Hollywood che negli anni Settanta coniugava spettacolo e arte.
Guillermo Del Toro è un autore tutt’altro che astruso o allergico al botteghino, e una scelta solo apparentemente più di nicchia è quella del documentarista Frederick Wiseman, già vincitore del Leone d’oro alla carriera nel 2014. Così come ha già vinto il Leone d’oro — per il miglior film nel 2009 — l’israeliano Samuel Maoz. Mentre si era aggiudicato il Premio speciale della giuria nel 2007 il tunisino-francese Abdellatif Kechiche. Più coraggiose le scelte relative al cinema orientale: il giapponese Hirokazu Koreeda, la cinese Vivian Qu e l’artista e attivista sempre cinese Ai Weiwei.
Abbastanza nutrita è anche la schiera di nomi italiani, ben quattro solo in concorso, fra cui un autore che raramente sbaglia un film come Paolo Virzì — anche se impegnato stavolta in una prova dal sapore internazionale — e una coppia di registi che da sempre rielabora il cinema popolare e di serie b come i Manetti Bros. Un film italiano a soggetto non vince a Venezia da quasi vent’anni, l’ultimo era stato Così ridevano di Gianni Amelio nel 1998.
Anche fuori concorso, poi, si conferma la scelta di prodotti poco rischiosi o dedicati al grande pubblico. Con un appuntamento dal forte effetto déjà-vu, ovvero William Friedkin che torna a occuparsi del tema dell’esorcismo, stavolta con un documentario su padre Amorth, e con la presentazione di un paio di serie televisive prodotte da quella Netflix che a Cannes era stata idealmente ostracizzata dal “bacchettone” Pedro Almodovar.
Infine, l’idea di assegnare il Leone d’oro alla carriera a due star dalla filmografia però tutt’altro che accomodante come Jane Fonda e Robert Redford, chiude il cerchio di un festival che vuole avere quest’anno una personalità precisa. Potrebbe essere il primo passo per cominciare a ristabilire un solido rapporto fra i festival e un pubblico senza spocchia.

di Emilio Ranzato

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19 novembre 2018

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