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La voglia di tornare
alla normalità

· A colloquio con Beppe Pedron referente di Caritas italiana in Sri Lanka ·

In Sri Lanka, nonostante la ripresa delle celebrazioni nelle chiese e l’annunciata riapertura delle scuole cattoliche, la tensione è ancora alta e c’è molta paura e incertezza tra la minoranza cristiana. Dopo gli attentati di Pasqua a chiese e hotel con 257 vittime e centinaia di feriti tra Colombo, Negombo e Batticaloa, la comunità cattolica ancora non si sente al sicuro. L’intelligence srilankese, questa la ricostruzione prevalente, aveva probabilmente in mano materiali che avrebbero potuto sventare gli attentati kamikaze dell’estremismo islamico. Ma nulla è accaduto. Ora continua a lanciare allarmi. Si temono possibili attacchi ai ponti all’ingresso della capitale.

La piccola comunità cattolica (il 6 per cento della popolazione, 1 milione e mezzo di persone), sta cominciando a curare le ferite, ma tanti sono terrorizzati, credono alle fake news che girano sui social. Gli stessi insegnanti, che dovrebbero dare il buon esempio, nei giorni scorsi si sono rifiutati di entrare nelle scuole. C’è stata una affluenza bassissima di studenti e docenti anche nelle scuole pubbliche.

Vista la situazione, l’arcidiocesi di Colombo ha istituito da poco un servizio di supporto socio-psico-pastorale che seguirà personalmente le famiglie delle vittime e delle persone ferite. «Centinaia di sacerdoti o suore — racconta Beppe Pedron, referente di Caritas italiana che vive da 13 anni in Sri Lanka con la famiglia — vanno con i volontari a incontrare le famiglie per fare l’anamnesi dei bisogni. Chi non chiede direttamente aiuto può decidere liberamente se usufruire del supporto offerto. Ogni sette o quindici giorni si va dalle famiglie e si cerca di capire di cosa hanno bisogno: sostegno spirituale, psicologico o economico, sedie a rotelle, protesi artificiali, medicine».

Vengono seguiti anche i familiari di alcune persone di altre diocesi — a Jaffna o Kandy — che per puro caso si trovavano a Colombo o Negombo. Un ragazzo di Jaffna, ad esempio, aveva appena ricevuto il visto per emigrare in Canada. Siccome aveva fatto un voto a sant’Antonio, era andato nella chiesa di Colombo per sciogliere il voto e doveva partire la sera stessa per il Canada. È morto nell’attentato. Una famiglia molto benestante di Colombo, invece, ha perso entrambi i genitori, lasciando orfani un bambino e un adolescente, che ora si trovano soli e senza risorse, con bisogno di supporto sociale e psicologico.

Per questa azione Caritas Sri Lanka ha perfino ricevuto il plauso delle agenzie delle Nazioni Unite, che si sono rese disponibili a supportare il loro intervento in caso di necessità, offrendo anche specialisti in psicologia dell’emergenza. «Al momento non c’è bisogno né di sostegno economico né di altro tipo», commenta Pedron, precisando che, se necessario, saranno seguite anche le persone che hanno assistito agli attentati, che potrebbero soffrire di disturbi da stress post-traumatico.

Il servizio è aperto a tutti, anche a persone di altre religioni. All’indomani degli attentati sono stati infatti organizzati incontri di dialogo interreligioso a Colombo, Batticaloa, Kurunegala, Kandy, Mannar e Jaffna per prevenire la possibilità di violenze tra appartenenti a diverse religioni. La settimana scorsa un leader musulmano si è dissociato dai terroristi e ha ringraziato pubblicamente il cardinale Patabendige Don, per essere riuscito a mantenere l’armonia ed evitare che i cattolici si ribellassero in maniera indiscriminata contro i musulmani. Hanno anche annunciato una raccolta fondi per portarla ai cattolici colpiti dagli attentati. «Camminiamo con i piedi nella benzina, basta una scintilla e salta tutto perché la situazione è delicata», ammette Pedron. A Negombo, dove vive con la moglie e i due figli, l’altra domenica una lite per motivi banali tra un cattolico e un musulmano ha rischiato di degenerare in scontri violenti tra le due fazioni, coinvolgendo centinaia di persone. Sono intervenute le forze dell’ordine e il governo ha stabilito il coprifuoco dalle ore 19 alle 7.

Il cardinale Patabendige Don si è subito recato sul posto per calmare gli animi. Ha anche chiesto di chiudere i negozi di liquori: forse l’episodio era dovuto a uno stato di ubriachezza. «Con i suoi interventi sui media nazionali e internazionali l’arcivescovo di Colombo è diventato un po’ la spina nel fianco del governo, che non si stanca di denunciare e richiamare i politici alle loro responsabilità», dice l’operatore Caritas.

Nei giorni scorsi, la comunità cattolica ha organizzato un’importante conferenza con rappresentanti di tutte le religioni presenti in Sri Lanka per cercare di dare una lettura politica e sociale all’attacco e avviare piste di lavoro. Secondo alcuni analisti locali i terroristi, aderenti a gruppi estremisti interni al Paese, non sono stati fermati in tempo dagli apparati governativi che non avrebbero adeguatamente sorvegliato sull’ingresso di materiale esplosivo e bellico. Nei primi giorni qualche politico aveva motivato gli attentati come ritorsione alla strage nelle moschee di Christchurch in Nuova Zelanda, una pista che però si è rivelata poco attendibile. «Si dice che abbiano scelto lo Sri Lanka — osserva Pedron — perché hanno verificato che la qualità dell’intelligence era molto bassa, come infatti è accaduto. Pare che i gruppi fondamentalisti stiano cercando di rinascere in Asia, perché i controlli sono molto deboli»,

Nonostante il terrore, che rappresenta una vittoria degli estremisti, qualcosa di positivo c’è: le relazioni umane. I figli di Pedron studiano nelle scuole locali e sono integrati nella società srilankese: «Siccome le scuole sono state chiuse abbiamo avuto sempre in casa i loro amici che hanno pranzato con noi. È bello ritrovare la gioia di fare comunità e sostenersi reciprocamente».

di Patrizia Caiffa

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20 agosto 2019

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