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​La voce di qualcun altro

· Nelle due missioni di Giuseppe Canovai ·

Che cosa hanno in comune due figure tra loro diverse e distanti come il sacerdote e il diplomatico? La risposta, a prima vista complessa, è in realtà più semplice di quanto si immagini. Entrambi ricevono una missione. Entrambi sono inviati. Il diplomatico è mandato dal proprio governo a trasmettere un messaggio che non è suo. Il sacerdote è inviato dalla Chiesa per annunziare la buona novella del Signore. Entrambi sono la voce di qualcun altro.

Monsignor Giuseppe Canovai

Per svolgere bene un compito così delicato, tutti e due dovranno sapersi adattare al mondo in cui vivono, ben sapendo però che la loro Patria è un'altra. Dovranno entrare nella mentalità del popolo a cui sono inviati. Ne dovranno conoscere la lingua, gli usi e i costumi. Soprattutto dovranno essere consapevoli dei sacrifici che saranno chiamati a compiere per essere fedeli al servizio loro affidato. Nella figura del servo di Dio monsignor Giuseppe Canovai (1904–1942), sacerdote e diplomatico della Santa Sede, si sono realizzate in maniera armoniosa le due missioni. Mandato dalla Chiesa, egli ha prestato servizio come diplomatico in terra straniera, per servire, come sacerdote e pastore, i cittadini della vera Patria di tutti (cfr. Filippesi, 3, 20). 

Monsignor Canovai, morto all’età di 38 anni, trascorse gli ultimi tre anni della sua vita in Argentina, dove si mantiene viva ancor oggi la fama della sua santità. Rappresentare la Santa Sede — scrisse — è una «estrema responsabilità» che «esige una santità superiore all’ordinario». Infatti, non può che essere la santità l’orizzonte ideale di un diplomatico della Santa Sede e il fondamento di ogni sua attività nel mondo, soprattutto quando è inviato in “ambiti mondani” distanti dai valori evangelici. Rimanendo unito a Cristo, ricorda che la Chiesa non è una struttura di potere, bensì il Corpo mistico del Signore, da Lui guidata e condotta nelle alterne vicende della storia.
Le pagine del suo diario, per la cui prima integrale pubblicazione sono vivamente grato, presentano la vita interiore di monsignor Canovai, conosciuta solo ai suoi confessori. Persona allegra e scherzosa, familiare con la gente, inserito pienamente nella vita sociale e culturale, non terminò mai di cercare, anzi di lottare per la santità interiore. Naturalmente non mancano nel diario espressioni di tristezza e di paura, né i dubbi e gli scrupoli, che, invece di diminuire la figura di monsignor Canovai, sono prova di una vita interiore tesa a penetrare, con la luce di Cristo, anche i recessi più oscuri del cuore umano. Il suo complesso e coinvolgente diario ci conduce quasi giorno per giorno nel cammino spirituale di un giovane prete che trova sempre di più nel mistero della croce non il peso del dolore, ma il segreto della vera gioia in Cristo. E mentre le sofferenze di monsignor Canovai, in particolare le sue malattie, aumentano, crescono in lui i sentimenti di amore e di felicità.
«Grande gioia sentire di essere Sacerdote: vivo desiderio di dare Gesù alle anime. Oggi, oh Signore, ho fatto per te tutto quello che potevo: che altro debbo cercare sulla terra e nel Cielo?!». Monsignor Canovai non ha mai perso tale intima gioia. La sua vita, ne sono personalmente convinto, dimostra l’eroicità di un giovane prete, che desidera sopra ogni cosa la santità e ci offre l’esempio di un diplomatico della Santa Sede, che è rimasto veramente e pienamente sacerdote di Cristo sommo ed eterno sacerdote. A una prima lettura superficiale si potrebbe dire che tale egli è rimasto, nonostante le incombenze del servizio diplomatico. In realtà, proprio la profonda fedeltà al suo servizio ecclesiale come diplomatico, particolarmente negli anni trascorsi presso la Nunziatura apostolica a Buenos Aires, ha contribuito ad accrescere in lui la consapevolezza e la gratitudine per il dono della vocazione sacerdotale. Secondo padre Manuel Moledo, un prete argentino che lo conobbe in quegli anni, «monsignor Canovai era, soprattutto, sacerdote. È impossibile pensare a lui senza vederlo sotto questo aspetto. Era un uomo vivamente, quasi follemente, innamorato del suo sacerdozio. La sua vita fu una grande e feconda donazione, che costituiva il fondamento del suo essere sacerdotale e che aumentava sempre di più».
Sono convinto che queste pagine del diario di monsignor Giuseppe Canovai, la cui causa di beatificazione speriamo si concluda al più presto, possano essere di giovamento a molti, soprattutto ai sacerdoti che prestano il proprio ministero come diplomatici a servizio del successore di Pietro. Monsignor Canovai ci offre l’esempio di un prete autentico, che non esita a donare la propria vita per compiere la missione ricevuta, affidandosi completamente al Signore. La forza di tale abbandono a Dio e alla sua Chiesa, che ogni sacerdote è chiamato a rinnovare quotidianamente, si trova, come sottolinea monsignor Canovai innumerevoli volte nel suo diario, nell’incontro con Cristo eucaristico. «L'Eucarestia è per noi soprattutto gioia, è gioia che intendere non la può chi non la prova». Infatti, «la ragion d’essere del sacerdote è l’Eucaristia! Vivere per questo mistero è tutto per il suo sacerdote». Come Cristo si è donato a noi, anche noi vogliamo donarci agli altri — su esempio di monsignor Giuseppe Canovai e di tanti preti santi — lasciandoci condurre dal Signore, secondo un’espressione molto cara al Santo Padre, alle periferie non solo geografiche ma anche esistenziali del nostro tempo, affinché ogni uomo «abbia la vita e l’abbia in abbondanza» (cfr. Giovanni, 10, 10).

di Pietro Parolin

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19 febbraio 2020

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