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La voce delle donne

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Pubblichiamo ampi stralci dell’incontro che si è tenuto il 1° aprile scorso nella redazione de «L’Osservatore Romano», dedicato ai temi affrontati nel libro La voce delle donne. Pluralità e differenza nel cuore della Chiesa, di Sabina Caligiani (Milano, Edizioni Paoline, 2019, pagine 224, euro 17). Il saggio raccoglie diciassette voci di donne, che operano nel panorama ecclesiale e storico-filosofico. Angela Ales Bello, Cettina Militello, Serena Noceti, Marinella Perroni, Cristina Simonelli, Adriana Valerio, Francesca Brezzi, Yvonne Dohna Schlobitten sono solo alcune delle bibliste, storiche, filosofe, artiste che, attraverso le pagine di questo volume, aprono uno spiraglio sul pensiero femminile e sul contributo da esso offerto al pensiero e alla Chiesa, dal concilio Vaticano II a oggi. Oltre a molte delle autrici hanno partecipato diverse altre donne e studiose per discutere, a partire dai temi del libro, su come interagire con il quotidiano della Santa Sede aperto al libero confronto tra le visioni “plurali e differenti” sul mondo e sul ruolo della donna nella Chiesa.

Nelle illustrazioni particolari di dipinti del Beato Angelico

Sabina Caligiani — Perché La voce delle donne? Avvertivo da tempo il bisogno (intellettuale, interiore) di approfondire una serie di temi relativi alla questione femminile, privilegiando gli strumenti dell’antropologia cristiana. Ero in piena fase di raccolta e di studio di materiali sulla differenza di genere, quando m’imbattei nel testo di una filosofa e teologa tedesca, Beate Beckmann Zöller. Le donne “muovono” i Papi? si chiede l’autrice. Sono state in grado, a dispetto delle rigide gerarchie della Chiesa nella storia, d’influenzare un mondo dominato dagli uomini? La risposta è sì, e fa il titolo del libro: Le donne muovono i Papi (“Die Frauen bewegen die Päpste). Ne sono state capaci. Sei esemplificativi ritratti di donne, vissute nell’arco di parecchi secoli, dal Medioevo alla contemporaneità, da Ildegarda di Bingen a Edith Stein, “profetesse”, che con il loro magistero di pensiero e di azione, esercitato in tempi e modi diversi, hanno posto le basi del dibattito odierno sulla differenza di genere, teologico e non solo, e della costruzione di una teologia “al femminile”. L’ispirazione di un libro può nascere, spesso nasce, oltre che dalla concreta esperienza di vita, anche da altri libri. Che sono essi stessi esperienze vitali, distillate e concentrate. La voce delle donne nasce così. Mi sono detta: perché non andare a cercare, in una sorta di viaggio intellettuale e vitale, che mescolasse teoria e approccio concreto, personale, l’ideale prosecuzione moderna di quel percorso tracciato dalle protagoniste di Beate Beckmann Zöller? Mi ha affascinato ipotizzare che il robusto filo della storia potesse stabilire una genealogia e una continuità tra quelle donne straordinarie del passato e le tante di oggi che sono al lavoro su quegli stessi temi, nelle sfide del cambiamento poste dalla modernità. A tal punto da indurmi a compiere una sorta di viaggio, di viaggio reale, fatto di interviste, alla ricerca di religiose e laiche che fanno rivivere oggi, sviluppandola, l’eredità del passato. Ne ho scelte alcune, portatrici di storie e di esperienze significative, tutte diverse tra loro, incontrandole nei loro luoghi di lavoro e in particolare nelle università pontificie, dove, soprattutto, dopo il vento nuovo del Vaticano II, hanno avuto la possibilità di insegnare e di ricercare. Le ho intervistate secondo un registro giornalistico, più che teorico e dottrinale. Ognuna di queste studiose mi ha dischiuso orizzonti inimmaginati, di straordinario interesse. Ho preferito che La voce delle donne parlasse attraverso le loro voci. La teologia ha dialogato dal vivo con la filosofia, la storia, la sociologia, la bioetica, l’arte, la comunicazione. L’empatia che ci ha unite ci ha regalato la possibilità di costruire insieme interviste, da cui alla fine è emersa non solo l’elaborazione teorica, ma la teoria disciolta nel dialogo e nel colloquio, nella biografia e nella vita. Nella stesura di questo lavoro, ordinando le interviste nella loro sequenza, mi ha colpito l’aumento di senso, l’emergere di significati nuovi generati dai nostri incontri, dal fatto che le voci, pur individualmente caratterizzate, si facessero involontariamente eco e richiamo da un capitolo all’altro, stabilendo terreni comuni e suggerendo approcci di nuove strade. È la virtù dello scambio, la fecondità che nasce dalla ricerca e dalla condivisione di percorsi e obiettivi comuni.

Adriana Valerio — Ho insegnato Storia del cristianesimo e delle chiese alla Federico ii di Napoli, sono co-fondatrice del Coordinamento delle teologhe italiane e sono stata presidente dell’Associazione europea delle teologhe. Mi interesso prevalentemente di storia e di storia dell’esegesi femminile portando avanti da più di 10 anni il progetto internazionale e interreligioso «La Bibbia e le donne». La mia domanda è sugli aspetti organizzativi, su come, cioè, si possono far interagire, in un giornale come «L’Osservatore Romano», i temi emergenti del quotidiano con le nostre specifiche competenze nelle discipline teologiche (l’esegesi, la storia, la dogmatica, l’ecclesiologia, la liturgia, l’antropologia, la pastorale ecc...). Forse si potrebbe creare una struttura organizzativa, con persone responsabili dei singoli settori, in modo da mettere su un team di lavoro per far conoscere i tanti aspetti che riguardano oggi la ricerca delle teologhe che hanno apportato tante novità circa le diverse modalità di considerare le donne e i loro ruoli all’interno della Chiesa.

Stella Morra — Insegno alla Gregoriana teologia fondamentale. Credo che uno dei problemi eterni di tutti i giornali e quindi anche de «L’Osservatore Romano» sia quello del rapporto tra notizia e riflessione. Ci sono delle notizie, perché un giornale si occupa di questo, e poi c’è una riflessione possibile sulle notizie che può essere la pagina culturale. Io credo che, ad esempio, una delle questioni sia proprio questa, rispetto al tema delle donne e alla loro partecipazione sia in fase di ricerca delle notizie sia in fase di approfondimento culturale. Per esempio, non credo che le donne su «L’Osservatore Romano» debbano scrivere solo di questioni o temi di donne. Se su ogni notizia ci sia cura, ad esempio, di ascoltare sempre una voce maschile e una voce femminile — si parli di qualsiasi cosa — questo potrebbe essere un primo passo, il che non esclude che poi ci siano alcuni punti specifici rispetto alla riflessione delle donne in cui ci possa essere un dato più visibile. Ma già questo livello di ordinarietà secondo me potrebbe essere un piccolo criterio molto concreto.

Seconda questione, ci sono temi delle esperienze delle donne che possono invece essere girati al contrario: non rimanere l’occasione di una promozione ma una risorsa per tutti. Uno di questi secondo me è la questione del passaggio fra le generazioni. Anche qui suggerisco un piccolo criterio, per esempio sulle questioni che riguardano le donne: chiedere sempre un contributo differenziato in base all’età, una giovane donna e una donna più anziana che ha delle competenze e una maggiore esperienza. Per esempio, sui temi delle donne questo passaggio generazionale è una questione grande, che in questo senso diventa una risorsa per tutti. Avere trent’anni oggi è diverso che avere avuto trent’anni trent’anni fa, è radicalmente diverso nel bene e nel male.

Marinella Perroni — Sono una biblista e ho fondato il Coordinamento delle teologhe italiane. Prima di tutto volevo chiedere un po’ più di profilatura alla frase detta dal direttore secondo cui una delle finalità de «L’Osservatore Romano» è “raccontare storie”, perché “raccontare storie” può voler dire tutto e niente. Un conto è raccontare storie come stile letterario, un conto è dire che la struttura del giornale è raccontare storie. Mi domando poi se lo scopo di questo nostro incontro sia quello di cominciare a costituire un database di risorse femminili. Sarebbe un primo passo, ma certamente non sufficiente. È altrettanto necessario, infatti, dotarsi di persone che aiutino a capire che certi temi, che sembrano innocui, anzi promozionali dell’umano, vanno considerati oggi più complessi e problematici. Vedo ad esempio che «L’Osservatore Romano» ha posto come “parola dell’anno” la parola fraternità. Splendido, il Papa ne ha parlato, tutta la storia della fede cristiana è storia di fraternità, vissuta o negata. Ma: quanto si è consapevoli del fatto che esiste la sororità e di cosa ha comportato per le donne declinare la sororità? Voglio dire che è certamente necessaria l’equiparazione delle risorse tra uomini e donne, ma dovrebbe esserci anche lo sforzo di capire che su alcuni temi ormai esiste una cultura delle donne, un pensiero delle donne, una tradizione delle donne. E una cosa è certa: questa cultura, questo pensiero e questa tradizione fanno fatica a essere conosciute e riconosciute come tali, soprattutto nella Chiesa. Bisogna rendersi conto che, proprio a livello di formulazione delle tematiche, non si può più lasciare da parte una tradizione che si è costruita in questi ultimi due secoli per provare a ripensare le cose anche a partire dalla prospettiva delle donne. Si tratta di un fatto che ha una portata non irrilevante ed è, invece, quasi inedito per il giornalismo generalista italiano.

Giorgia Salatiello — Sono professoressa ordinaria della facoltà di Filosofia della Pontificia Università Gregoriana ed invitata dell’Ateneo pontificio Regina Apostolorum. Questa apertura alla declinazione al femminile, in realtà, nel piccolo si è già fatta. Perché in uno degli ultimi numeri de «L’Osservatore Romano» è uscito anche un mio piccolo articolo proprio sulla sororità. Ho colto con piacere l’iniziativa del giornale di creare un team di persone il più possibile inclusivo. Questo mi sembra un aspetto importante: il fatto che le donne non debbano scrivere solo di donne, in una sorta di riserva indiana.

Francesca Brezzi — Voglio intanto ringraziare Sabina Caligiani per la “persecuzione” nei nostri confronti, che ha dato luogo a questa nascita di cui siamo tutte felici. Sono filosofa di professione ma voglio accennare il mio grande debito nei confronti delle teologhe, in particolare Marinella Perroni e anche a delle storiche, come Adriana Valerio, che hanno veramente cambiato il mio modo di vedere gli studi. Con Angela Ales Bello abbiamo seguito il corso di studi di filosofia “tradizionali”. Data la nostra età, non si studiavano allora le filosofe, ma poi hanno fatto irruzione nella mia vita che da quel momento è cambiata. Dunque, questo libro offre alcune indicazioni per il futuro. In qualche modo, senza sapere chi erano le altre partecipanti, oggi si è realizzata, mi piace usare un’espressione di una teologa che io apprezzo molto, cioè è venuta fuori “una tela di tanti colori” (Antonietta Potente ama usare questo termine). Credo che dovremmo partire da qui, e quindi aprirci alla diversità e alla possibilità di trattare tanti temi. Del resto io vengo dalla filosofia tradizionale, mi sono occupata e mi occupo tuttora di tante altre questioni, non studio solo le problematiche femminili. Mi occupo anche di diritti umani, di etica contemporanea, pochi giorni fa ho tenuto una conferenza sulla storia e la memoria. Noi possiamo parlare di tanti argomenti, però io credo che nel momento in cui ne parliamo noi, che siamo state toccate chi più chi meno, dalla filosofia “femminile” (abbiamo discusso tanto con Marinella Perroni di quale termine usare nel suo bel libro Non contristate lo Spirito del 2007 quando non si poteva utilizzare il termine teologia femminista), porteremo le nostre precomprensioni di donne, cattoliche, cristiane, che si sono interrogate in quanto donne su certe tematiche e quindi porteremo un pensiero altro, una soluzione diversa.

Suor Beatrice Salvioni — Sono una paolina. Mi sento un po’ intimidita perché non sono filosofa, non sono teologa e sono semplicemente una suora che ha accettato una proposta vocazionale da parte di Dio. Ho accettato una vocazione che, almeno all’epoca, era ancora di abbastanza difficile “masticazione”: che una congregazione, una famiglia religiosa, in questo caso la famiglia paolina, lavorasse a servizio del Vangelo con gli strumenti della comunicazione e dell’informazione e con i criteri dell’imprenditoria sana, questa è una cosa che noi stesse ancora non siamo riuscite a digerirla, figuriamoci cinquant’anni fa. Volevo riprendere il discorso che è stato fatto anche da Marinella Perroni. Fin da un altro libro, quello che abbiamo pubblicato sulla Pòlis, che era un omaggio, appunto, alla sua ricerca e al suo pensiero, Marinella si esprimeva con queste espressioni che non sono sicura di tradurre giustamente ma che traduco come le ho capite: quando si promuove il pensiero femminile, diceva, non si promuove la donna ma si fa cultura intera. Una cultura che è solo maschile, con tutto il rispetto anche per certi uomini che stimano e rispettano molto le donne, è una cultura monca quindi non è cultura. Per cui parlare di tutto, donne e uomini, con le proprie competenze, credo che dovrebbe diventare normale proprio per favorire la circolazione della cultura non tanto la promozione della donna.

Suor Marcella Farina — Insegno teologia alla facoltà di Scienze dell’educazione all’Auxilium. Da diverso tempo mi sto interrogando, già dal grande giubileo, su che cosa trasmettiamo alle nuove generazioni. Stiamo parlando della “generazione zeta”, che ignora del tutto i nostri percorsi, del tutto i nostri problemi ma anche le nostre acquisizioni scientifiche. Come si fa a raggiungere questa generazione che poi dovrebbe, magari, prendere posto nella cultura anche universitaria, perché magari sono già a livello universitario come studenti? C’è un analfabetismo in questo campo molto grande. Mi chiedo anche come «L’Osservatore Romano» possa raggiungere queste generazioni. Che tipo di strategie utilizzerà? Pochi giorni fa abbiamo svolto un convegno sull’azzardo, che non è un gioco. Praticamente, sono i ragazzini che giocano, cercano l’azzardo fine a se stesso. Allora, forse, anche queste problematiche molto presenti nel mondo giovanile potrebbero essere affrontate da noi donne perché percepiamo la difficoltà ma anche i rischi di questi ragazzi, della loro solitudine, della mancanza di una famiglia, di ascolto. Ragazzi che magari non sono interessati al problema dell’essere donne o dell’essere uomini perché vivono quello che pensano di vivere, magari anche nascondendo risorse e talenti. Sul come raggiungerli, magari trovando qualche strategia, coinvolgerli, farli parlare, chieder loro che cosa li spinge ad andare all’azzardo, cosa li spinge ad andare verso queste dipendenze (alcool ma non solo), verso quest’uso di mass media così massiccio che poi fa perdere i contatti con la realtà. Penso che le suore esperte nella comunicazione potrebbero darci un aiuto. Per me queste sono grandi problematiche, perché essendo in una facoltà di Scienze dell’educazione, vedo davvero come le nuove generazioni sono “altre”, noi diciamo generazione zeta perché ormai i millennials sono già oltre, rispetto a queste generazioni. Per me questo è un obiettivo molto importante.

Yvonne Dohna Schlobitten — Sono tedesca e l’unica non italiana in questo gruppo. Sono docente incaricato associato alla Pontificia Università Gregoriana. Tengo corsi di Estetica e di Spiritualità dell’arte contemporanea. La mia formazione è un po’ atipica. Infatti ho studiato inizialmente giurisprudenza, completando tutto il percorso di giurista, ma ho poi proseguito nello studio della filosofia per arrivare, infine, a un dottorato in storia dell’arte. Un percorso che ora, e questo è interessante, mi ha portato allo studio della teologia. Al momento sto concludendo un dottorato a Fribourg con una ricerca tra arte, estetica, religioni e teologia. Mi preme dire che alla fine sono arrivata alla teologia, proprio per approfondire quello che ho capito nell’arte, nell’estetica e nella spiritualità. Sono un membro fondatore di un gruppo internazionale di donne (ora anche uomini), per aiutare a definire “ciò che è intrinseco alla teologia femminile”. Da quattro anni lavoriamo insieme e abbiamo anche realizzato dei convegni. Secondo me se vogliamo che la voce delle donne abbia un significato per il mondo e soprattutto per il mondo della Chiesa, dovremmo veramente trovare un modo per realizzare quella inter, multi e trans-disciplinarietà, che anche la costituzione Veritatis gaudium propone. Oggi si tende a considerare poco sul serio l’arte, e la creazione artistica; cosa che secondo me è sbagliata perché esse sono pura teologia. Il teologo Romano Guardini ha capito questo aspetto dell’arte, ed è arrivato alla teologia senza “usare” l’arte. Serve un sistema trans-disciplinare, per capire soprattutto il metodo. Che cosa è il metodo della filosofia? Che cosa è il metodo della teologia? Sono questioni importanti. Secondo me dopo quattro anni di lavoro in quel gruppo, abbiamo iniziato a sviluppare i criteri (la consapevolezza, l’ascolto e lo sguardo), metodi, e concetti femminili nel dialogo, nell’organizzazione, nella leadership e nell’educazione. Certamente noi insegniamo, in modo indiretto, noi educhiamo i sacerdoti, gli studenti. Ma secondo me non è ancora così ovvio che il nostro, io lo chiamo, “sentire intellettuale” delle donne sia veramente un metodo, un modo scientifico di procedere che, potrebbe essere verificato, definito e così entrare anche nell’insegnamento delle diverse università. Questo mi sta a cuore. È difficile definire un “criterio femminile” o dei “sensi spirituali femminili”. Ma secondo me se ci incontriamo regolarmente, conoscendo il modo di pensare gli uni degli altri, è possibile arrivare a definire meglio il nostro percorso.

Cecilia Costa — Sono una sociologa e insegno sociologia dei processi culturali e dell’educazione. Vivo una sorta di situazione di confine, perché sono docente sia a RomaTre, un’Università statale, sia da molti anni all’Istituto superiore di Scienze religiose, Pontifica Università Lateranense. “Rischiando” accademicamente, mi sono occupata molto del legame tra sociologia e teologia, puntando sull’interdisciplinarietà non a parole, ma nei fatti. Nel mio piccolo, in qualche modo, sono riuscita a far passare una certa sinergia tra discipline differenti. Yvonne Dohna ha parlato della possibilità di introdurre dei criteri scientifici femminili nel dibattito intellettuale. Intanto, direi che c’è un certo “stile” femminile di di trasferimento della conoscenza: infatti, senza tradire il rigore scientifico, una studiosa donna può scrivere con “passione”, con “generosità “ e con la volontà di mettersi al “servizio” di chi legge. Inoltre, pur rimanendo ancorata all’epistemologia e alla metodologia della propria disciplina, una studiosa può trovare delle inedite correlazioni e può allargare semanticamente dei concetti tradizionali per costruire ponti disciplinari. Rispetto alla mentalità maschile, le donne, forse — e sottolineo forse —, comprendono maggiormente l’utilità di coniugare ambiti speculativi apparentemente lontani e distanti tra loro, che invece, sottilmente, sono molto più legati di quello che sembra. Il mondo intellettuale femminile potrebbe potenziare lo scambio tra la pluralità delle conoscenze, al fine di dare più spazio alla muldisciplinarità, alla transdisciplinarità, alla “fermentazione di tutti i saperi”, come ci ha sollecitato Papa Francesco nella Veritatis gaudium. Per rispondere, invece, agli interrogativi educativi sollevati da suor Marcella Farina, essendomi occupata in questi anni della realtà giovanile in chiave sociologica, ed essendo stata coinvolta, in qualità di esperta, nella bellissima esperienza del Sinodo dei giovani, mi rendo conto che molti dei nodi problematici delle generazioni emergenti hanno bisogno di essere affrontati con una particolare sensibilità “femminile”, come per esempio, tra gli altri: l’incapacità di molti di loro di essere realmente protagonisti della loro vita, di avere un senso profondo della libertà e di essere affascinati dal rischio. Una ricerca del rischio che, a volte, nasce dalla paura, da un vuoto, e che alcuni giovani inseguono, come surrogato emotivo, nelle situazioni più diverse: nell’abuso di alcol, nella droga, nelle discoteche, nella velocità e nello stordimento.

Manuela Terribile — Fino a pochissimi mesi fa ho insegnato in una scuola e quest’anno insegno teologia in un’università cattolica. Credo che ci siano due temi in cui le donne potrebbero offrire una riflessione che potrebbe incrociare anche il percorso de «L’Osservatore Romano»: il primo, che suppongo sia caro a Papa Francesco, ma credo che tocchi la carne di tutte noi, è il clericalismo, cosa su cui si possono dire molte cose e, anche il loro contrario, a seconda di chi sta parlando. È necessario tenere presente che le donne non sono esenti da questo “difetto di fabbrica” per il solo fatto di essere donne. Il tema andrebbe comunque sviluppato: “clericalismo” è una delle tante parole che può non significare nulla o addirittura può giocare contro Papa Francesco. Cosa che a me in questo momento della storia (mia, della Chiesa e degli altri), dispiacerebbe molto.

L’altro tema, difficilissimo, è quello che chiamo l’“interruzione della tradizione”. Il 95 per cento, forse di più, delle parole che la Traditio fidei usa non hanno nessun significato per i più giovani, ma anche per le generazioni precedenti, per quelli che le conoscevano e che cominciano ora a sentirle un po’ sbiadite. Sono parole — a meno che uno non abbia una comunità che le incarna — che sembrano, per dirla con Gozzano, “piccole cose di pessimo gusto”. Credo che questi due temi meriterebbero una voce delle donne. C’è poi una cosa che le donne possono esprimere ed è un valore serio, un valore direi “processuale”: se guardo alle persone qui presenti mi viene da pensare che abbiamo diverse forme di appartenenza alla Chiesa. E questo non è senza peso. La vita religiosa ha un suo senso che è solo suo e senza la vita religiosa la Chiesa sarebbe un po’ diversa, avrebbe un’altra faccia. Ci sono, qui e nel mondo, le donne che insegnano e le donne che non insegnano, le donne che vengono dall’Italia o da altrove. Credo che ci sia una varietà, non solo di storie, ma di competenze molto forte che diventa carburante. Questa pluralità delle donne può essere adoperata, almeno per tessere una tela. Quanto al clericalismo, chiunque di noi qui ne ha fatto esperienza, altrimenti non saremmo qui. Nessuna di noi forse pensa la stessa cosa di un’altra, almeno lo spero. Questo non è un problema, ma una risorsa.

Angela Ales Bello — Ho insegnato all’Università Lateranense. Una cosa importante che abbiamo fatto è promuovere le donne filosofe in particolare le fenomenologhe: Edith Stein, di cui abbiamo tradotto tutte le opere che stiamo continuando a revisionare a partire dalla nuova edizione tedesca, Hedwig Conrad-Martius e Gerda Walther. Tre filosofe molto valide che abbiamo fatto conoscere in Italia e anche a livello internazionale; i frutti di tale lavoro stanno maturando ai nostri giorni in modo molto significativo, per cui intendiamo continuare su questa strada. Tutte le cose che avete detto certamente sono ottime. Io credo che il progetto che dobbiamo coltivare è quello di essere unite nella visione comunitaria del pensare e fare insieme.

Francesca Brezzi — Riprendo la parola perché vorrei rispondere alla domanda precisa di Yvonne sul metodo, giusta domanda. Credo che il metodo sia stato portato avanti proprio dal pensiero femminile in due aspetti (poi chiedo se siamo tutte d’accordo su questo perché questo potrebbe essere un punto di partenza): gli studi femminili in tutte le loro declinazioni che qui abbiamo visto ben rappresentate, hanno due caratteristiche, secondo me, e cioè, semplificando, la dimensione critica e quella creativa. Questi studi rappresentano un progetto critico, nel senso che devono assolutamente rileggere tutta la tradizione, attuando l’ermeneutica del sospetto di cui parlano le teologhe. Progetto critico, il che vuol dire che c’è un grande lavoro da affrontare come già stanno facendo le storiche. E poi c’è un progetto creativo, cioè trovare nuove parole, nuovi simbolismi, parole che, come giustamente dice Angela Ales Bello, si fanno prassi. Sembra molto semplice ma di fatto non lo è, però forse può essere un elemento che ci accomuna in tutte le varie dimensioni dei nostri studi. Perché tutte abbiamo operato questa opera di revisione critica di un passato in cui noi non eravamo presenti, in cui dico noi come donne, come studiose, come teologhe, come filosofe. Anche io ho frequentato la facoltà di teologia, negli anni Settanta a Milano, ero anche incinta, quindi è stata una cosa eccezionale il fatto che mi abbiano accettato, anche se mi dicevano “lei non riesce a completare le presenze necessarie” (perché a maggio nasceva mia figlia). Il clima di rilettura è necessario secondo me proprio perché non è vero che la tradizione è cattiva o è muta nei confronti delle donne, la tradizione parla, è viva; si tratta di far emergere la sua capacità di innovazione. Sono solita usare il paragone con la Cappella Sistina, il restauro della Cappella Sistina, che ha creato tanti pareri discordi. Si è trattato di rimuovere le ombre che offuscavano i colori originali e anche qui si tratta di togliere le ombre che offuscano. Quante volte abbiamo discusso con Angela Ales Bello l’antropologia cristiana, nella Genesi l’antropologia è chiaramente duale non possiamo nasconderlo, che poi non sia stata considerata, o discussa è un’altra questione. Serve quindi un progetto critico, l’ermeneutica del sospetto, però insieme a un progetto creativo, nuove parole, nuovi simbolismi, perché è vero le parole sono usurate e quindi dobbiamo trovare nuove parole, inedite.

Simona Segoloni — Insegnando teologia sistematica in una facoltà ecclesiastica (io insegno infatti Teologia sistematica all’Istituto teologico di Assisi, aggregato alla Pontificia Università Lateranense), ho di fronte a me molti studenti — circa due terzi — candidati al ministero ordinato e tocco con mano come questi ragazzi siano tentati continuamente dall’idea di sentirsi superiori a chi non è ordinato e quindi a tutte le donne per definizione, stante la prassi della Chiesa cattolica di non ordinare i battezzati di sesso femminile. A volte è proprio il modo in cui gli viene proposto il ministero ordinato a spingerli a sentirsi «per vocazione» sopra altri e questo nonostante si ripeta che questo essere posti sopra è un servizio: il messaggio in realtà è contraddittorio perché nessun servo è posto sopra, per definizione. L’ambiguità produce effetti perché il clericalismo dilaga nella Chiesa e, strettamente connesso con esso, il sessismo, l’idea cioè che i sessi non siano paritari ma gerarchicamente ordinati (in alto, ovviamente, stanno i maschi). Credo che le strategie per affrontare questa situazione siano fondamentalmente due.

La prima è il rigore scientifico. Il rigore scientifico è fondamentale, perché troppo spesso, anche in contesti qualificati, le donne vengono approvate o cercate per il loro “stile”, troppo spesso definito accogliente o materno. Quando accade questo abbiamo già perso perché tali affermazioni indicano che non si riconosce la fondatezza del nostro pensiero, tanto da poterlo riconoscere come vero e condividerlo, ma ci si compiace di qualcosa di decorativo, che può essere lodato senza che entri nelle elaborazioni culturali e nelle prassi (come una bella illustrazione di copertina).

La seconda strategia consiste nel creare spazi condivisi con gli uomini. Le donne, infatti, non solo devono essere considerate come pienamente umane e pienamente protagoniste della vita ecclesiale, ma è necessario si sviluppi una nuova relazione con gli uomini, che non possono più rapportarsi con noi come se non fossimo emancipate. Questa nuova relazione comporta un ripensamento anche del maschile ed è capace di aprire una nuova era della storia umana, in cui nessun sesso domini sull’altro. Per fare tutto questo è essenziale creare spazi condivisi nei quali si riescano a vivere luoghi e momenti in cui, anche sporadicamente, una donna sia in posizione gerarchicamente superiore o almeno alla pari con i colleghi uomini, luoghi e momenti in cui la stima reciproca, la collaborazione e le relazioni amicali mettano in crisi lo schema mentale sessista che nella Chiesa persiste fortissimo e che fa pensare a tutti noi che le donne in fondo sono utili, ma non indispensabili.

Stella Morra — Grande questione quella dei giovani: se «L’Osservatore Romano» può contribuire a cambiare l’atmosfera rispetto ai giovani, questa sarebbe una bella sfida. Sull’interscambio, cioè sull’agire rispetto ad alcune mentalità come questa di cui benissimo diceva Simona Segoloni, un certo ruolo un quotidiano come «L’Osservatore Romano» può averlo. A quel punto non mi interessa se è un maschio o una donna che scrive, però riflettere sul maschile, riflettere su questa identificazione strutturale è molto importante. Una delle esperienze che mi ha segnato nell’insegnamento è stata che uno studente che seguiva il mio seminario, per le prime tre lezioni è stato molto polemico, e una parola su due era “che cosa può insegnarmi una donna?”. È diventato, non molto tempo fa, vescovo e mi ha scritto dicendomi che dovevo essere consapevole che c’era in giro per il mondo un vescovo che, tutte le volte che una donna gli parlava, pensava “ascoltala con attenzione perché potrebbe insegnarti tanto quanto ti ha insegnato la Morra”. Io considero questo una mia vittoria personale. Ma non basta, però. Nel senso che ognuna di noi ha avuto almeno una piccola vittoria personale, ma la questione è che non ci deve essere più nessuno che pensa “che cosa può insegnarmi una donna?”. Credo che la battaglia al clericalismo è una cosa che fa bene a tutti, fa bene agli uomini e alle donne, anche alle donne tentate di clericalismo, ma non una battaglia generica, non semplicemente a parole, in questo ha ragione Manuela Terribile, dobbiamo essere precise e chiarire bene cosa intendiamo quando diciamo “clericalismo”. Dobbiamo andare a lavorare sulla trasmissione di una cultura delle donne che è qualche cosa che in parte c’è, molte cose sono già state pensate, dette e scritte ma, contemporaneamente, in parte sono ancora da pensare o comunque da tradurre rispetto al passaggio generazionale. Anche questa è attenzione ai giovani e il problema non è che i giovani leggano «L’Osservatore Romano» ma che chi ha della responsabilità, chi è prete, vescovo, che legge «L’Osservatore Romano», tratti con i giovani in un altro modo, trasmettendo una cultura delle donne, una cultura che le donne hanno elaborato e continuano a elaborare.

Suor Elena Bosetti — Sono una suora della famiglia paolina, la Congregazione delle suore di Gesù Buon Pastore conosciute come “Pastorelle”, proprio per un discorso di reciprocità con i pastori della Chiesa. I fondatori sono furbi. Se il beato Giacomo Alberione ci avesse chiamato “pastore” probabilmente non avremmo avuto l’approvazione, sapeva di protestante... Ma “pastorelle” (piccole pastore) è andato bene, promosse a pieni voti. Il ragionamento di don Alberione era comunque audace, ispirato alla Genesi: se non è bene che l’uomo sia solo, allora non è bene che neanche il prete sia solo.

Ho cominciato a insegnare alla Gregoriana su richiamo del cardinale Martini, quell’anno che è stato rettore. Gli feci notare che non avevo ancora il dottorato in teologia, ma lui, vedendo quello che facevo per le mie consorelle per portarle ad avere una cultura teologica analoga a quella dei sacerdoti (in modo che non fossero trattate come mere esecutrici dei loro ordini), mi invitò a insegnare in Gregoriana dicendomi che si potevano fare anche delle eccezioni. Ho insegnato trent’anni alla Gregoriana, ma non ho mai voluto l’incarico a tempo pieno, perché sentivo forte la vocazione di comunicare la Parola di Dio direttamente al popolo. E mi sono accorta di una cosa, che quello che diceva Martini, che cioè all’università non è il sesso che conta, ma la competenza, non funziona nei seminari. Oggi nelle università pontificie ci sono ormai molte donne che insegnano, ma chi è presente nei seminari dove si plasmano i futuri presbiteri? Nei seminari donne non se ne vedono. Quello che diceva Simona Segoloni l’ho sperimentato direttamente e ne ho parlato. Ad esempio al convegno di Aquileia, dove erano presenti più di quindici vescovi: ho fatto notare che, prima di parlare del sacerdozio alle donne, è opportuno chiedersi chi forma i seminaristi, i futuri sacerdoti. Se fossero stati in famiglia sarebbero stati in contatto con il papà, la mamma, il fratello, la sorella... In seminario, ormai, non vedono più neanche la cuoca. Noi parliamo di clericalismo, ma se i chierici vivono ancora segregati non possiamo poi meravigliarci di ciò che succede. Un tempo le mie consorelle potevano studiare nei seminari, ma poi hanno dovuto ritirarsi e andare nelle facoltà teologiche; trovo questa cosa detestabile. Pensiamo all’accompagnamento spirituale. Ho avuto modo di predicare gli esercizi spirituali a presbiteri e seminaristi di diverse diocesi, i quali, durante i colloqui, mi hanno espresso il desiderio che sia una donna la loro referente, la madre spirituale. Me ne sono fatta portatrice ai loro vescovi, nella speranza che qualcosa cambi. Non dimentichiamo che santa Caterina prima di trent’anni era già guida spirituale di chierici e vescovi... Un giornale come «L’Osservatore Romano» non può forse entrare in certi ambiti, però se si scrivono determinate cose non sarebbe male, visto che tra i lettori ci sono vescovi e cardinali.

Per quanto riguarda il metodo, tra le teologhe della prima, seconda generazione e le teologhe della nuova generazione sarebbe interessante confrontare gli approcci diversi, perché determinate cose le più giovani le saltano di pie’ pari. A me sta molto a cuore il livello della prassi, e mi pare che se è difficile una ecclesiologia di comunione, ancora più difficile è una pastorale di comunione. Non ci siamo proprio. Cerco di impegnarmi molto su questo fronte, perché nuovi atei crescono e le quarantenni fuggono... Sono pienamente d’accordo — e chiudo — che qui si tratta non solo di dare spazio alle donne, ma di sviluppare una cultura di reciprocità, perché allora si costruisce anche un nuovo modo di essere Chiesa.

Manuela Terribile — Quest’anno sto vivendo una bellissima avventura, quella di insegnare Dogmatica alla Lumsa, una università dove non esiste una facoltà di teologia. La teologia nelle università cattoliche è un insegnamento parallelo che serve a incarnare l’aggettivo “cattolico”; lì c’è un altro punto di vista, un altro orizzonte. Il punto di vista è quello di un numero, piuttosto alto, di ragazze e ragazzi che hanno la mentalità dei ventenni di adesso. Talvolta si comportano come se fossero ragionieri di se stessi, non capiscono niente di cose teologiche, ma soprattutto che non hanno quasi nessuna intenzione di capirle. Questo rende il mio lavoro molto divertente. Noi continuiamo a pensare, giustamente provando dolore, a una Chiesa dove il problema più grosso sembrano essere i sacerdoti e questo, ahimé, è vero. Ma la questione va anche ampliata: se noi continuiamo a tirare su generazioni di ragazzi che hanno una cultura declinata con alcuni paradigmi e poi nella fede, semmai ne avessero una, non hanno parole per nominare le loro strade, non rimarranno; nella società in cui viviamo non c’è nessuno bisogno di rimanere nella Chiesa. Stare nella Chiesa non porta vantaggi, tranne, forse, per quelli che diventano completamente clericali.

Cristina Mandosi — Quando ho iniziato la mia attività giornalistica mi sono dedicata alle pagine culturali e soprattutto all’informazione religiosa e così mi sono diplomata prima in scienze religiose e poi ho conseguito la licenza in scienze della comunicazione all’Università Pontificia Salesiana. Ho svolto anche varie attività nell’ambito della comunicazione e in particolare nell’Ufficio per le comunicazioni sociali della diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino. In seguito, mi sono appassionata al mondo dell’arte e così mi sono iscritta alla Pontificia Università Gregoriana dove oggi sono una dottoranda di ricerca in beni culturali della Chiesa. Quando ho ricevuto l’invito a partecipare a questo incontro, organizzato da «L’Osservatore Romano», ho accettato ben volentieri perché vorrei che trovasse spazio nel giornale un approccio all’arte, intesa come luogo del vissuto e non come un bene meritevole di interesse, solamente per la sua valenza storico-artistica, ma come un luogo multiculturale, di incontro, di esperienza e di apertura all’altro.

L’arte non riesce a svilupparsi in contesti di chiusura, perché si nutre di suggestioni, di interpolazioni, di rimandi e più ricchezza di elementi si offre all’artista più egli riesce a esprimere al meglio anche il suo profetismo. Ciò significa, per un giornale, anche tirare fuori da un’opera d’arte l’umanità, la cronaca, le storie e la dimensione più profonda dell’uomo. Per noi che ci occupiamo di arte, la materia è già interdisciplinare, soprattutto l’arte cristiana che esprime la teologia, filosofia, antropologia, storia, scienze umanistiche etc…. Ma c’è soprattutto la vita. A volte nell’osservare un evento si può “vedere” un quadro. Una volta, mi è capitato di notare un senzatetto, sporco e malato, che stava seduto a terra, tra le bucce arancioni degli agrumi rovesciatesi da un cassonetto di immondizia. Lì c’era un mondo, quell’uomo in quel momento non era più un emarginato, ma il protagonista attivo di un momento artistico, tra me e lui si è instaurata una comunicazione silenziosa di bellezza, tra la bruttezza e il marciume che lo circondavano, brillavano i suoi occhi e lì ho percepito il mistero divino, e mentre quell’uomo riacquistava tutta la sua dignità, la perdevano tutti coloro che indifferenti gli passavano accanto. Ho così capito gli artisti che, nelle loro opere, danno spazio agli emarginati: l’arte ridona loro ciò che il mondo gli ha tolto e cioè l’umanità. L’arte è questa! Ed educare all’arte cristiana significa togliere all’opera il velo dell’apparenza per affondare nel mistero divino.

I vescovi, e il clero in generale, potrebbero prendere in considerazione l’arte come un valido elemento per la pastorale, e non solo concentrarsi nella musealizzazione. Ci sono anche molti giovani artisti che vorrebbero collaborare con la chiesa e molti fedeli che vorrebbero essere aiutati alla fruizione delle opere d’arte cristiana. In sintesi, manca una vera pastorale dell’arte e per questo mi piacerebbe che si istituissero nei seminari e nelle università cattoliche discipline quali la “pastorale dell’arte” o la “comunicazione dell’arte cristiana”. Spero che questo giornale possa portare questi temi all’attenzione dei suoi lettori.

Caterina Ruggiu — Ringrazio di questo momento di profonda compartecipazione del nostro vissuto. E questo credo che ci unisca prima di qualsiasi altra cosa. Sono una coautrice del libro anche se non ho le vostre qualifiche, non sono teologa. Ho insegnato storia e filosofia a Roma, a Firenze e a Milano, e quindi sono stata chiamata alla redazione del periodico «Città Nuova». Attualmente collaboro al Centro Chiara Lubich del Movimento dei Focolari. Quindi inizialmente ero un po’ perplessa ad accettare, però quando Sabina Caligiani mi ha chiesto di parlare di “Chiara e la donna” l’ho fatto volentieri per diversi motivi. Papa Francesco, nella visita che ha fatto alla cittadella del Movimento a Loppiano nel maggio 2018, ci ha detto che il movimento era appena agli inizi, sottolineando con forza l’importanza di costruire una cultura dell’unità, non dell’uniformità. Chiara è stata — a mio parere — una donna profondamente ancorata alla tradizione della Chiesa, in linea con le grandi figure femminili che di secolo in secolo l’hanno arricchita, e allo stesso tempo fortemente immersa nelle istanze più sentite del nostro tempo, che ha saputo discernere e interpretare nella conduzione stessa del Movimento. Un esempio: presidente dei Focolari sarà sempre una donna, coadiuvata da un co-presidente e da un consiglio a sua volta formato in parti uguali da uomini e donne. I giovani sono “soggetto attivo” e sono interpellati non solo nelle cose che li riguardano direttamente — come le giornate della gioventù o il Sinodo per i giovani a cui hanno partecipato dando il loro contributo — ma anche nelle questioni che toccano l’intero Movimento. Chiara è stata definita “donna del dialogo” che lei ha voluto e perseguito lungo l’intero corso della sua esistenza, a partire da quello all’interno della Chiesa, e sappiamo quanto esso sia difficile e allo stesso tempo necessario. Mi pare che questa donna del nostro tempo, Chiara Lubich, abbia molto da dire alla Chiesa oggi, e in futuro.

Paola Lazzarini — Non so bene perché sono qui dal momento che non sono una docente, sono una sociologa fieramente extra accademica, nel senso che faccio ricerca con un’associazione multidisciplinare, ma non dentro l’università, ho fatto un dottorato in sociologia della religione. Allora sono qui, credo, perché un anno e mezzo fa ormai, attraverso un percorso nato dai social ho dato vita a un’esperienza che si chiama «Donne per la Chiesa» che, dai social, ha preso anche un po’ di vita extra web, nel senso che sono nati dei gruppi e siamo su sei città, con altre donne che ci stanno chiedendo di fare partire degli altri gruppi altrove e quindi ci stiamo organizzando. Abbiamo costituito un’associazione il mese scorso, siamo proprio neonate. Allora, io qua mi sento di portare l’esperienza non delle teologhe ma l’esperienza delle donne, quelle che stanno nelle associazioni come me. Io vengo dall’esperienza aclista, l’esperienza delle donne che stanno nelle parrocchie, che fanno le catechiste. Pensando un po’ a questo incontro mi è venuta in mente la citazione di una canzone, Panic degli Smiths che dice “spegnete quella musica perché non dice niente di me e della mia vita”. Allora, questo secondo me, deve essere il centro e il cuore della questione, cioè bisogna suonare una musica che dica qualcosa della vita delle persone. E, in particolare, io penso alle lettrici donne. Cosa intendo per “dire qualcosa della vita delle persone”? Mi ricordo un breve saggio molto bello di una teologa che è un’amica di molte di voi, e sono felice di poter dire anche mia, Tina Beattie. Tina dice che quando ha iniziato a studiare teologia dopo aver avuto i figli, la prima volta che le hanno parlato di epistemologia lei ha capito episiotomia. Perché l’episiotomia è un’esperienza che lei aveva provato nella carne e sapeva cosa era, l’epistemologia non sapeva cosa fosse. Mi sembra importante questo, partire anche, fermo restando tutto quello che è già stato detto sull’approccio multidisciplinare, sul rigore, eccetera… però anche questo, cioè andare in alcuni gangli vitali della vita delle persone e delle donne. Io per passione, per esperienza, per esempio mi sono occupata molto di allattamento sia in senso sociologico, sia di vissuto, ed è uno di quegli snodi nella vita di una donna che dice molto, sul suo modo di stare al mondo, di relazionarsi, di vivere la contemplazione nell’azione, la spiritualità. Ecco, stare anche in questi gangli qua mi sembra importante. Io non ho alle spalle studi di genere, sono arrivata a questo tipo di impegno soprattutto per la sofferenza di come veniva rappresentata la donna credente, qualcosa che mi metteva in estremo disagio; poi ho trovato altre che vivevano questo stesso disagio e ci siamo rese conto che quel disagio della rappresentazione, in realtà, andava a raccontare una storia molto più profonda, che è quella che abbiamo sentito qui stamattina, cioè quella di una presenza femminile nella Chiesa che è una presenza che soffre, non soltanto costruisce e fa, ma anche soffre. Tutto questo mi ha permesso di rileggere alcune esperienze della mia vita. Come vive la donna il proprio percorso di orientamento vocazionale (che è completamente diverso da come lo vive un uomo)? Mi interessano questi snodi.

Emilia Palladino — Insegno nella facoltà di Scienze sociali della Gregoriana e ho una formazione particolare: il mio primo titolo di studio è la laurea in fisica con indirizzo cosmologia e ho fatto per qualche anno ricerca scientifica fra l’Osservatorio di Monte Mario e il Laboratorio di cosmologia sperimentale della Sapienza a Roma. Poi ho lasciato questi studi per intraprendere il percorso accademico nella Facoltà di scienze sociali della Gregoriana, dove ho preso la licenza e il dottorato in dottrina sociale della Chiesa e ho continuato lì la carriera nella docenza universitaria. Da qualche anno sono stati cancellati dal piano di studi gli insegnamenti dedicati alla famiglia, come ad esempio la sociologia della famiglia, anche se compare il mio corso sulle donne che però, proprio perché non c’è una formazione minima sul tema delle relazioni fra i sessi, spesso è faticoso e forse poco incisivo in termini di preparazione accademica.

Ma la questione più seria sollevata da una tale impostazione è che quello che riguarda la vita concreta delle persone è affrontato solo dalla teologia morale e non vi sono insegnamenti di altre discipline che sugli stessi argomenti dialogano con i contenuti teologici. Ecco se «L’Osservatore Romano» riuscisse a sganciare la lettura della vita ordinaria da un’impostazione esclusivamente morale (che può rischiare di essere giudicante) credo che sia molto utile per tutta la comunità ecclesiale.

Il secondo punto riguarda i linguaggi. Va trovato infatti il modo per parlare a tutti attraverso strategie comunicative convincenti. Ad esempio non andrebbe sottovalutata l’importanza della rete che raggiunge più persone di quanto non faccia la carta stampata.

Infine, rispetto al tema degli stereotipi di cui ha parlato suor Elena, credo che la loro conoscenza sia una chiave interpretativa della realtà anche in termini sociologici: gli stereotipi sono ovunque e non solamente sul maschile e sul femminile. Se si riuscisse a smascherare la menzogna sulla quale spesso si poggiano gli stereotipi e i pregiudizi sarebbe una cosa davvero importante e si potrebbe offrire un’altra chiave di lettura del rapporto fra natura e cultura, oggi in larga parte citato a sproposito.

Suor Nicla Spezzati — Sono una religiosa della Congregazione delle Adoratrici del sangue di Cristo. Ho insegnato Sociologia dei processi culturali presso l’Università degli Studi Aldo Moro di Bari, e insegno presso itvc Claretanum, Pontificia Università Lateranense e lo Studium della civcsva, privilegiando sempre la ricerca e la passione per l’educativo in tutte le sue espressioni. Ho reso il mio servizio alla Sede apostolica presso la Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica per dodici anni, di cui sette come sottosegretario del Dicastero. Mi sembra fondamentale credere in un’utopia possibile: far convergere il nostro pensiero sull’identità dell’humanum. Occorre procedere in cammini che nella propria identità, maschile e femminile, dialogano e convergono nella crescita. Occorre avviare e continuare processi che non rivendichino, non separino, ma compongano pensiero e prassi nuove. Il focus a cui guardare è il mistero umano, maschile e femminile, da cui nasce ogni tesi di vita secondo il modus originale. Mi pare indispensabile che accogliendo, evidenziando e rendendo giustizia alle quaestiones della donna si vada oltre. Occorre continuare ad accendere ragionevolezze che confermino nelle prassi non la possibilità solitaria del femminile, ma il dato irrinunciabile dell’humanum, maschile e femminile, che diventa generativo a ogni livello. Questo vale anche per la Chiesa. Alcuni degli interventi che mi hanno preceduto hanno parlato delle nuove generazioni, dell’atto formativo, di una visione futura: sono d’accordo, è lì che dobbiamo puntare. Occorre far corpo di alleanza, rete generativa, liberando il sim-bolico, cioè il primato del legame e della relazione presente nella complessità della realtà creata, dall’umano al planetario. Esplorare concretamente cammini e aprire visione relazionale nell’educativo anche all’interno della Chiesa penso sia indispensabile. Un punto a fondamento, un’attenzione intelligente penso si debba porre nei cammini formativi e nelle prassi usate per l’educativo dei presbiteri, Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis, e dei consacrati e delle consacrate, Ratio Formationis, laddove l’educativo all’humanum dovrebbe essere rivisitato nel suo splendore originale, rivisitando anche l’interdisciplinare, il simbolico, il lessicale, il performativo senza false separatezze.

Laura C. Paladino — Sono biblista, ma la mia formazione non è cominciata nelle università pontificie. Ho due lauree e un dottorato conseguiti nelle università statali. Ho scelto di studiare Bibbia a Gerusalemme, all’età di quindici anni, avendo avuto come guida del pellegrinaggio un padre francescano straordinario che era padre Pietro Kaswalder. Gli devo questo ricordo perché in quell’esperienza presi la decisione di dedicare i miei studi alla Sacra Scrittura. Al momento di scegliere l’università una idea mi ha guidato: portare il Vangelo dove non c’è, e quindi dedicarmi alla Bibbia nelle università statali e pubbliche, prima Roma, poi Bologna. Il tema che ho studiato, senza inizialmente sceglierlo, è sempre stato quello del matrimonio, forse mi fu assegnato perché ero donna, può essere. Fu comunque una rivelazione, sia per il mio percorso di vita personale che per la focalizzazione delle mie ricerche successive. Studiando le declinazioni dell’argomento ci si rende subito conto del fatto che si tratta di un tema originario, costitutivo: questo “non è bene che l’uomo sia solo” (Genesi 2, 18) non è, evidentemente, per gli sposati e basta, ma è per tutti. Così, piano piano, avendo studiato il matrimonio ho cominciato a seguire in particolare esercizi spirituali per coppie di sposi, cosa che faccio ancora, e capitava che facendo la predicatrice qualche coppia venisse a parlarmi, volesse cioè una direzione spirituale; a me questa cosa sembrava molto strana e ne parlai con il mio padre spirituale, il quale mi disse: “Ricordati che la tua è una vocazione pastorale”. Io conserverò sempre la memoria di quel momento e di quelle parole, perché mi hanno guidato da allora in poi: pastorale vuol dire che non è maschile o femminile, ma descrive un compito, una vocazione e una missione, rivolta a uomini e a donne, ciascuno con la sua differenza. Il mio padre spirituale era un sacerdote, anzi era un vescovo, faceva parte dunque della gerarchia: lo dico per sottolineare la necessità che conserviamo la fiducia piena nel fatto che c’è dentro la gerarchia consapevolezza e apprezzamento per quanto come donne facciamo. Egli mi disse ancora: “Tu puoi fare tutto quello che ha fatto Maria. E tu pensi che non ci andassero per consiglio?”. Effettivamente Lei era nel consesso degli Apostoli, ha accompagnato la Chiesa nascente con la sua presenza, presenza di una Donna che era stata abitata dalla Parola eterna del Padre; da quel momento in poi ho capito chiaramente questa verità e questa vocazione. Poi è capitato che mi ha chiamato qualche vescovo, come diceva suor Elena, particolarmente illuminato. Ricordo la prima volta che successe: mi chiamarono da una diocesi e il vescovo mi invitò per fare gli esercizi spirituali ai suoi sacerdoti. Ero ancora molto giovane e ricordo tanti sguardi, positivi e negativi. Il vescovo, uomo di grande sapienza, mi aveva chiesto di parlare di sponsalità del sacerdozio, di calare dunque questa chiamata, che è per tutti, nella vita e nella missione del presbitero. Fu una esperienza che mi fortificò molto, e mi convinse ancora di più della necessità di credere in una presenza feconda delle donne, e della loro parola, nella vita della Chiesa, e nella apertura che la gerarchia mostra in questo senso. Ora insegno anche nelle Università Pontificie, tra cui la Pontificia Università Gregoriana, perché poi ho preso i titoli pontifici, e in particolare insegno agli stranieri candidati al sacerdozio. Ad essi, nei singoli temi di studio, porto evidentemente i miei argomenti prediletti, che nel tempo si sono arricchiti ma non sono cambiati. L’argomento centrale su cui riflettere nella Chiesa di oggi è a mio parere quello della relazione feconda che intercorre tra l’uomo e la donna, nella loro differenza che conduce a unità. La differenza è principio di vitalità: si tratta di una verità esistenziale, oltre che scientifica. L’obiettivo è sottolineare questa differenza senza porre l’accento sull’uno o sull’altro dei due poli, perché entrambi devono essere valorizzati per il bene dell’umanità e della Chiesa. Come ho detto a Sabina nel corso dell’intervista, e come ho ribadito nel libro, ritengo che sarebbe un errore controbattere a millenni di predominio maschile con la stessa modalità unilaterale, altrettanto dannosa. Ci è richiesto uno stile differente. Ci può aiutare l’immagine degli sposi. Cos’è il matrimonio? È una collaborazione, è una chiamata a stare insieme per fare una carne sola, senza predomini o prevaricazioni dell’uno o dell’altra. Parliamo di questo anche nella Chiesa, di come possiamo collaborare con le nostre differenze, perché siamo differenti, di come possiamo trovare vie di collaborazione concreta, reale, valorizzando ciò che è differente, con fiducia reciproca, per fare una carne sola, che è il corpo mistico di Cristo. Credo che questa sia la sfida della nostra epoca.

Suor Maria Letizia Panzetti — Sono della Congregazione delle Figlie di san Paolo e ho avuto la fortuna di lavorare nell’area della comunicazione, editoriale e audiovisiva, nella comunità delle Paoline, che è diffusa in più di cinquanta paesi in tutto il mondo. Voglio solo dire un grazie a Sabina Caligiani con la quale abbiamo collaborato molto volentieri, perché qui si tratta non solo di preparare un libro ma di diffondere un pensiero. Stavo pensando quanto è importante che lo leggano le donne per responsabilizzarsi di più, per rendersi più consapevoli della loro possibilità grazie alla loro ricchezza interiore tipicamente femminile e che lo leggano gli uomini che devono capire di più. Certamente qui è uscito il tema che gli uomini dovrebbero aprire di più le strutture e che noi verso di loro dovremmo essere più propositive, sperando che si aprano. La Chiesa ha bisogno che si uniscano tutte le energie maschili e femminili per la sua evangelizzazione.

Valentina Brachi — Sono una giovane studentessa prossima al matrimonio; maestra di religione cattolica, vaticanista per hobby. Durante il percorso universitario — mi sono laureata presso l’Università degli Studi di Firenze in storia del cristianesimo moderno e contemporaneo — grazie alla guida della professoressa Bruna Bocchini Camaiani, sono entrata in contatto con il Coordinamento delle teologhe italiane, sul quale poi ho svolto la mia tesi di laurea. Da questa mia voglia di approfondire il ruolo delle donne nella Chiesa, è nata la necessità di approcciarmi al mondo teologico. Mi sono iscritta all’Istituto di scienze religiose di Firenze. All’interno di questo Istituto ci sono molti giovani che, laici e religiosi, hanno la possibilità di confrontarsi tutti i giorni in una dimensione senza dubbio privilegiata.

Quello che però spesso ci manca è un mediatore che colleghi la prima generazione di teologhe e l’attuale in formazione. Una figura che riesca a valorizzare l’identità e la pluralità delle donne, con una semplicità inclusiva e non esclusiva. Ho avuto la fortuna di poter scrivere, per «L’Osservatore Romano», un breve articolo sulla festa di san Valentino. Una piccolissima esperienza che però è riuscita ad aprirmi gli occhi, poiché è stata in grado di avvicinare amici e conoscenti, a una realtà che non conoscevano. Per questo ritengo importante la figura di un mediatore in grado di costruire un ponte tra la teologia e noi donne. Reputo opportuno che sia valorizzato anche il rapporto con i giovani, tema che mi sta particolarmente a cuore. Nello scorso sinodo dei giovani, a mio avviso, poteva essere maggiormente richiesta la voce delle ragazze e dei ragazzi. È mancato, forse, proprio quel mediatore tra la Chiesa, il mondo e i giornalisti. Anche se i frutti di un lavoro consapevole sono visibili dalla nascita dell’importante documento finale.

Infine le donne: io mi sento nipote del Vaticano IIe auspico un Vaticano III. Il Vaticano IIa noi giovani sembra lontano, ci pare parte del passato. Sento la necessità di un coinvolgimento generazionale; a lezione parliamo di una Chiesa giovane, la cui identità rischia però di essere ancora troppo ancorata al passato. La novità la dobbiamo fare nostra per viverla e comprenderla. Grazie allo spirito conciliare, alle lotte delle teologhe e delle generazioni precedenti, noi oggi siamo qui, con la possibilità di poter studiare nelle facoltà teologiche, a chiedere un maggiore coinvolgimento della donna nella Chiesa. Tutto questo non deve finire, deve essere portato avanti: oggi, non ci dobbiamo stupire che il capo di un dicastero, in Curia, sia una donna ma deve essere prassi, “normalità”.

Marta Croppo — Sono la più piccola fra tutte, ho solo 19 anni: sono al primo anno di filosofia e studio alla Sapienza. L’anno scorso ho avuto l’occasione meravigliosa di scrivere una delle meditazioni in occasione della Via Crucis. Mi ha colpito molto la riflessione di Cecilia Costa: recuperare un’identità. Non c’è da parte nostra (di noi giovanissimi) la necessità di rinnovare o di introdurre nuovi valori più moderni — perché il cristianesimo di per sé è moderno, basta a se stesso e non serve aggiungere altro. C’è un problema di identità, da recuperare anche dal punto di vista sociologico del rapporto natura-cultura, — che cosa significa “chi sono io come uomo, come donna, come cristiano” —, per cui non serve demonizzare determinate categorie come la complementarietà o la reciprocità. Se come dice Papa Francesco non c’è altro Cristo se non il Cristo Crocifisso, forse non c’è Chiesa che non sia sposa. Bisogna riflettere su questo, e recuperare queste categorie originarie, come è stato detto sul matrimonio, che è categoria originaria non solo per gli sposi, ma è anzi insita nell’essere umano.

Altra cosa fondamentale: il sentirsi parte di una storia. Forse ho avuto un’esperienza privilegiata, essendomi stato insegnato fin da subito un approccio alla fede di questo tipo, e di cui la lettura della Bibbia in primis è segno. Certamente è importante recuperare un modo di passare questo a noi giovani, ma non con un linguaggio nuovo, direi con un linguaggio “così com’è”, sottolineando il fatto che esso parla della nostra vita. Per esempio, l’espediente evidente in molta letteratura americana di parlare del deserto e così dell’Antico Testamento può essere uno degli infiniti punti di partenza (un altro modo di tornare alle domande e alle categorie originarie, anche filosoficamente parlando). A proposito di letteratura americana, voglio fare l’esempio di una scrittrice che in questo senso è centrale, ovvero Flannery O’ Connor — donna e cattolica — che in una cena tra amici e tra esperti insegnanti, discutendo su cosa sia l’eucaristia, un simbolo o no, si è azzardata a dire: “Se è un simbolo, che vada al diavolo!”. È necessario recuperare anche questo tipo di linguaggio, senza snaturare, anzi potenziando, quello che la Chiesa e il cristianesimo da sempre sono. Mi sento di dire soltanto questo.

Marinella Perroni — Posso essere solo telegrafica e rischio quindi di essere apodittica. Io rifiuto totalmente di ritrovarmi nella parola “femminile”, perché rischia di essere la somma di tutti gli stereotipi e ha, di fatto, una forte carica che va contro l’identità delle donne. Tutte le volte che voi lo avete usato, dentro di me io ho dicevo “no”. Qualcuna ha fatto riferimento alla pubblicazione del Coordinamento delle teologhe italiane Non contristare lo spirito. Ha visto la luce 12 anni fa e ricordo che fin da allora discutevamo quale termine dovessimo usare, se femminista o femminile. Ci siamo sempre trovate d’accordo che se il termine femminista è così detestato, soprattutto nella Chiesa, vuol dire che non garantisce la sopravvivenza degli stereotipi ed è, quindi, sano. Chiaramente parliamo di categorie di pensiero, di strumenti di analisi oltre che di movimenti storici. Questo mi porta alla seconda questione. Mi sembra che Yvonne l’abbia centrata perfettamente quando ha parlato della necessità di scegliere criteri. Le donne non sono tutte uguali, né sono un magma indistinto in cui tutte condividono il fatto di avere una sessualità femminile. Che oggi le donne debbano essere integrate dovunque risponde a un criterio di giustizia antropologica. Ma io non voglio essere scelta solo perché sono donna. In particolare nella Chiesa, essere donna si carica di ambiguità e troppo spesso altro non significa se non una proiezione dell’idea clericale sul femminile. Credo che dobbiamo pretendere che oggi, dopo 150 anni che le donne provano a far sentire la voce della loro differenza, siano ormai chiari i criteri per saper valutare il peso specifico delle diverse donne. Al criterio della differenza sessuale si devono aggiungere quello della competenza e quello dell’apporto critico.

Giorgia Salatiello — Inizialmente mi volevo inserire dopo Yvonne poi ci sono stati tanti interventi che mi hanno stimolata incominciando da suor Marcella Farina per cui io racconto solo una piccola esperienza che in qualche modo può essere utile. Da circa sei sette anni mio marito e io alla Gregoriana siamo chiamati a tenere una lezione al Centro per la formazione dei formatori al sacerdozio. La lezione la facciamo parlando metà e metà mio marito e io. Poi nella seconda parte, più ampia, si passa alla discussione e questi formatori fanno domande, ebbene nessuno fa domande a mio marito ma tutti le fanno a me. Questo può far riflettere. E allora riflettiamo su cosa abbiamo da poter dire, su come lo possiamo dire, fermo restando che sono d’accordo con l’ultimo intervento di Marinella Perroni, che il punto non è avere una fisiologia femminile ma avere probabilmente un bagaglio di esperienze un po’ diverso.

Stella Morra — Sottoscrivo in pieno quello che ha già detto Marinella Perroni e aggiungo alcune cose. Primo: non amo per niente e non condivido un ragionamento generico, per esempio, che ci sono stereotipi maschili o femminili; perché è vero, ci sono, ma la differenza di potere esiste e questo fa una differenza radicale.

Secondo: i documenti non devono essere belli ma efficaci, pur se sono scritti male. Non mi interessa che un documento trasmetta più o meno pathos, importante che sia giuridicamente efficace, nel senso che deve creare condizioni per cui poi la vita della gente è interpellata perché cambiano dati oggettivi per cui si vive meglio e non perché gli si scalda il cuore; questo anzi potrebbe assomigliare a una forma di populismo. Deve toccare la vita della gente e possibilmente migliorarla, deve creare delle condizioni tali per cui, per esempio, nella Chiesa non si stia più a disagio e si cominci a stare meglio.

Terzo: sì, è vero, ci sono migliaia di preti, vescovi bravi e sensibili e gentili, tutti noi ne abbiamo qualcuno amico e ce lo teniamo caro perché ogni tanto rischiamo di perdere la fede e ci andiamo a fare due chiacchiere e ci tiriamo su. C’è tantissima gente generosa, ma sono stufa che il mio diritto battesimale a essere rispettata nella Chiesa sia legato alla bontà o non bontà del vescovo che mi capita. La mia dignità battesimale deve essere garantita da qualcosa che sia un po’ più oggettivo. Quindi quando si parla di far sentire la voce delle donne non è semplicemente perché dobbiamo essere corresponsabili di tutte queste cose (cosa senz’altro vera in ultima analisi), ma perché nel frattempo ci hanno calpestato. Questo bisogna dirlo. La storia ci ha messo addosso stereotipi. Gli stereotipi sulle donne fanno tanto più male degli stereotipi sui maschi. E gli stereotipi sui maschi fanno male anche a noi. C’è una sfumatura diversa, per cui fanno male due volte, perché aumentano il loro potere. Non si chiamano stereotipi quelli, si chiamano illusioni di potere, è un’altra questione.

Suor Marcella Farina — Collegandomi all’humanum di Nicla Spezzati, ma anche già quando si parlava della nostra azione nelle università, mi sono molto interrogata sul non cadere nel fraintendimento istruzione uguale formazione, uguale educazione, perché certamente non basta l’istruzione, non basta la nostra lezione perché avvengano processi educativi e formativi. In questo senso a me sembra che uno dei punti deboli proprio di questo clericalismo ecclesiale siano i progetti formativi, perché c’è un ideale di sacerdozio che viene in qualche modo proiettato nei progetti in cui il sacerdote è appunto colui che è il pastore, colui che dà la vita per le pecorelle. Ovviamente un ragazzo che dalla famiglia entra in seminario, entra con la vocazione e facilmente si identifica con questa esperienza eroica della vita. E secondo me è qui la problematica: che ci siano progetti formativi pieni di idealità ma anche con molto realismo che spingano a riconoscere i limiti, le fragilità, le vulnerabilità. Vedendo i progetti educativi, vedo invece che a volte sono molto carenti di realismo. L’altro elemento che vorrei richiamare, già è venuto fuori dalle parole di Paola Lazzarini: non aver paura di riprendere delle tematiche che sono state emarginate a livello culturale. Temi come l’allattamento, la maternità, la coppia, l’amore di coppia. Perché trascurando queste tematiche antropologiche fondamentali stiamo creando anche delle difficoltà nelle nuove generazioni per cui magari si rimanda l’esperienza di creare una famiglia, di sposarsi. Secondo me l’esperienza del realismo e l’esperienza dell’idealità vanno messe insieme senza emarginare le tematiche dell’humanum. E vanno ripensate senz’altro criticamente.

Yvonne Dohna Schlobitten — Sì, bisogna riprendere alcuni temi importanti. In un continente dove ci sono sempre meno bambini, forse bisogna iniziare prima. Iniziare in primis a comprendere perché non ci sono più matrimoni, perché nessuno va più nelle chiese. Si educa a tutte le cose che forse non servono più, che non interessano più, invece di educare a un atteggiamento, anche a un atteggiamento di avere un interesse, di volere relazionarsi, di avere la capacità di dire no, con tutte le problematiche dell’abuso, di avere la capacità di dire che è successo questo e quello. E questo, secondo me ha a che fare con la relazione tra la Chiesa e il mondo, con l’idea che il mondo è cattivo e la Chiesa è buona. Vorrei riflettere sull’educare e sull’avere un approccio, sulla formazione. Sembra sparire, a volte, l’approccio critico, il desiderio di andare oltre, di confrontarsi veramente con il mondo, di prendersi delle responsabilità. E secondo me da lì dobbiamo ricominciare.

Sabina Caligiani — L’ampio confronto che si è sviluppato va nella stessa direzione. Sono stati offerti molti spunti di riflessione, sono emerse analisi importanti su esperienze fatte, metodiche da attuare e molteplici tematiche da trattare. Tutto questo può essere l’inizio di un fecondo contributo teorico e umano negli studi e nelle esperienze sulla differenza di genere, nel segno della partecipazione e della condivisione, dell’apertura alle differenze e della ricerca di nuove sintesi e unità complesse. Può nascerne un progetto nuovo, cui possano partecipare tutte le donne e anche, ovviamente, tutti quegli uomini convinti che la definizione dell’umanità, come emerge da La voce delle donne, non possa che essere “duale”: il maschile e il femminile, nelle differenze fondanti che fanno l’armonia dell’umano.

a cura di Silvia Guidi

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22 novembre 2019

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