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La voce della luce vivente

· Nelle «Visioni» di Ildegarda di Bingen ·

Ubi vivens altitudo profert mistica, «dove l’altezza vivente svela i misteri». Così scriveva Ildegarda di Bingen intorno al 1170 nel supremo sforzo di rivelare le infinite distanze da lei percorse nella privilegiata esperienza della visio, “visione”. Oggi noi lettori possiamo più agevolmente godere di quei luoghi inattingibili grazie al volume di Anna Maria Sciacca Visioni (Roma, Castelvecchi Editore, 2016, pagine 457, euro 39) che raccoglie e traduce le visioni tratte dalle tre grandi opere profetiche di Ildegarda, lo Scivias (letteralmente «Conosci le vie»), il Liber vitae meritorum («Libro dei meriti di vita») e il Liber divinorum operum («Libro delle opere divine»).

Ildegarda riceve una visione e la descrive al suo segretario (dal manoscritto «Scivias»)

Ma prima ancora che al sublime contenuto delle visioni, occorre volgere l’attenzione alle specifiche modalità con cui la benedettina soleva riceverle, ovvero a ciò che rendeva il suo carisma un caso quasi unico nell’ambito della mistica.

Come ci spiega Anna Maria Sciacca, fu la stessa Ildegarda a confessare in una famosa lettera: «Le visioni che ho visto, non le ho percepite in sogno o dormendo, né in stato di frenesia o con occhi e orecchie corporali, ma le ho ricevute secondo la volontà di Dio da sveglia, osservando nella pura mente con gli occhi e le orecchie interiori». Vi è una profonda eco agostiniana nella pura matrice intima del suo itinerario verso Dio.

Ildegarda affermò con determinazione che la propria conoscenza di Dio aveva un’origine esclusivamente interiore e non accademica. Dichiarò di essere stata istruita da una donna “indotta” e di non aver avuto accesso alle arti liberali, ma al contempo difese strenuamente la propria autorevolezza come scrittrice, spinta da una potente ispirazione divina.

Giustamente Anna Maria Sciacca accosta lo stile ildegardiano a quello dell’apostolo Giovanni. Comune con l’Apocalisse è, infatti, il codice visionario usato nel “trittico profetico”, così come la trama escatologica che lo attraversa, ma soprattutto la solenne ammonizione finale a non modificare neppure una parola del testo, espressione mirabile della “voce della luce vivente”, celebre metafora di Dio.

Merito di Sciacca è quello di aver colto le molteplici allegorie dell’universo simbolico della profetessa e di averne dischiuso per noi l’intimo significato religioso: l’edificio quadrangolare apparso nelle visioni descritte nel libro Scivias, ad esempio, riflette lontani influssi agostiniani e, persino, paolini (i Corinzi 3, 9; Romani 14, 19 e 15, 2; i Tessalonicesi 5, 4), raffigurando un “luogo ideale” costituito dall’insieme delle buone opere fondate sulla fede, distinto da uno spazio esterno, emblema del «mondo della vita terrena nel suo divenire storico».

E ancora le bestie, i quattro elementi del cosmo e ogni presenza del creato si arricchiscono di un preciso valore metaforico secondo una concezione della natura come segno tangibile dell’invisibile presenza di Dio.

Sciacca mette in luce le intrinseche correlazioni tra la simbologia di Ildegarda e la sensibilità interpretativa tipicamente medievale, impegnata nell’arduo lavoro di esegesi allegorica della Sacra Scrittura. Un ruolo fondamentale per la lettura di queste lunghe esposizioni esegetiche è svolto da un corredo di splendide miniature a esse ispirate, alcune delle quali realizzate probabilmente su diretta commissione della stessa magistra. Nella parte finale della sua introduzione Sciacca affronta la delicata questione di un probabile parallelismo tra le visioni ildegardiane dell’oltretomba e quelle del capolavoro dantesco, rintracciando tra le due opere alcune analogie a livello di simbolismi e realtà concettuali. Ma, al di là di queste similitudini, il nostro ultimo sguardo si posa su una fondamentale differenza di scrittura: le due ultime cantiche della Commedia si caratterizzano per la crescente difficoltà di esprimere, con il solo linguaggio poetico, ciò che in sé travalica la mera ragione umana. È il tòpos dell’ineffabilità, proprio della letteratura mistica, ma totalmente estraneo alla scrittura della profetessa.

Nella sua narrazione vi è qualcosa di ben diverso dalla creazione poetica ed è l’imperscrutabile impulso che la muove, una misteriosa pressura, come la benedettina la chiamava, che era dentro di lei e che poteva placarsi soltanto se rivelata al mondo.

di Valentina Giannacco

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19 marzo 2019

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