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La voce degli invisibili

· Nel film "Time out of mind" di Oren Moverman il dramma dei senzatetto ·

Può un attore bello, ricco e famosissimo, una star come poche altre, risultare credibile nei panni di un senzatetto? Con questo Gli invisibili (Time out of mind), diretto dall’israeliano Oren Moverman, Richard Gere riesce nell’impresa. Grazie a un talento che per molti anni non gli è stato riconosciuto, ma soprattutto in virtù di una sensibilità e di un’umanità che ha avuto modo di dimostrare anche il 9 giugnoscorso a Roma, durante la presentazione del film all’interno della mensa per i poveri di Sant’Egidio. Il contrasto fra la presenza di un personaggio di Hollywood e un luogo che accoglie tutti i giorni coloro che vivono ai margini della società, e che da questa vengono spesso dimenticati, poteva, di per sé, costituire anche una trovata pubblicitaria.

Richard Gere ospite della mensa per i poveri di  Sant’Egidio

A rendere davvero imperdibile l’occasione sono stati gli atteggiamenti e le parole dell’attore americano, che con straordinaria umiltà ed evidente sincerità si è detto onorato di trovarsi di fronte ai suoi amici senzatetto romani.

Una sincerità che viene confermata non solo dall’ottima interpretazione, una delle migliori all’interno di una filmografia di sicuro rispetto, ma anche dalla scelta azzardata di produrre in prima persona un progetto tutt’altro che commerciale.

Lo vediamo quindi impegnato negli scomodi panni di George, un senzatetto che vaga ogni giorno per New York alla ricerca di un posto dove essere accolto. Senza documenti, senza la possibilità né la voglia di trovare un impiego, George vive soltanto di un difficile e inconcludente presente, anche perché il passato — una moglie morta e una figlia abbandonata ancora piccola — non gli dà certo conforto. Un’amicizia con un coetaneo nelle sue stesse condizioni potrebbe distrarlo, ma il vero riscatto potrà arrivare soltanto dall’unico rapporto che ha ancora un significato, quello con la figlia ormai grande e comprensibilmente poco desiderosa di rivederlo.

Anche se il suo nome non dice ancora molto al grande pubblico, Moverman è uno dei personaggi più interessanti del nuovo cinema americano, avendo firmato la sceneggiatura di Io sono qui (2007), originalissima biografia per immagini di Bob Dylan, ma soprattutto la regia di due film passati ingiustamente inosservati: Oltre le regole – The messenger (2009) e Rampant (2011), validissime testimonianze di una predilezione a indagare con coraggio le zone grigie del sistema statunitense.

Con la storia di questo senzatetto il discorso si fa evidentemente più universale, ma è altrettanto ovvia la smentita del sogno americano e del mito della seconda possibilità che sottintende. Fra l’altro, come ha ricordato lo stesso Gere, negli Stati Uniti questa piaga sociale ha dimensioni particolarmente inquietanti, dato che si parla di circa settantamila homeless nella sola città di New York.

Pur senza fare grandi cose, in quest’occasione Moverman si conferma un autore particolarmente accorto, ai limiti del formalismo. La cinepresa pedina spesso il protagonista da lontano, o addirittura frapponendo il riflesso di un vetro, un’idea di per sé un po’ facile con cui sottolineare la distanza di un mondo che continua a muoversi frenetico e indifferente tutt’intorno. Ma questo insistito lavoro da fotografo più che da regista serve a decostruire gradualmente l’idea stessa di racconto cinematografico. Allo stesso modo, attraverso la conoscenza di un altro senzatetto da parte di George, una sceneggiatura per il resto particolarmente scarna paventa a un certo punto una dinamica da racconto hollywoodiano convenzionale, da buddy-movie, ossia tipica di quei film incentrati sull’amicizia fra due uomini — spesso un bianco e un afroamericano, come qui — portati inizialmente a detestarsi. Salvo poi smentirla provocatoriamente. Perché il possibile amico di George sparirà improvvisamente agli occhi dello spettatore, così come — simbolicamente — a quelli della società. E stessa sorte avrà l’incontro con una donna, un’addetta alla pulizia stradale. Sarà l’inizio di una storia d’amore? No, un rapporto frugale e ancora più transitorio. Tutto, insomma, viene riportato all’angusta prospettiva di un faticoso presente.

Nell’epilogo il discorso metacinematografico si fa ancora più sottile. Un finale aperto ci farà credere alla possibilità di George di recuperare il rapporto con la figlia. Ma la canzone che sentiamo in sottofondo all’interno del pub dove lavora la ragazza continuerà a suonare anche quando la cinepresa seguirà i due fuori dal locale, diventando colonna sonora, e dunque retorica cinematografica. Una soluzione un po’ intellettuale e sin troppo ermetica, ma anche struggente.

Come a dire che il George del film, realistico e ben interpretato ma pur sempre immaginario, forse riuscirà pure a rimettere a posto le cose, ma per i tanti George del mondo reale non sarà altrettanto facile.  

di Emilio Ranzato

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20 agosto 2018

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