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Vocazione religiosa degli artisti

· In Toscana la terza tappa di un convegno internazionale itinerante ·

Nino Pisano,  «Apelle o La pittura» (1334)

Tra il 25 e il 27 maggio si svolgerà a Firenze e a Barga (Lucca) il convegno, promosso dalla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale e dall’arcidiocesi di Firenze insieme all’Opera di Santa Maria del Fiore, «La vocazione teologica degli artisti», terza tappa del simposio itinerante su «Le arti e l’ecumenismo» apertosi a Parigi (Institut Catholique, 12-13 maggio) e continuato poi a Strasburgo (Faculté de Théologie Protestante dell’Università, 19-20 maggio). L’evento internazionale si concluderà negli Stati Uniti in ottobre presso la Yale Divinity School e la Community of Jesus.  Le giornate fiorentine meditano l’idea di Paolo VI, secondo cui il compito dell’artista è paragonabile a quello del sacerdote. Come infatti Papa Montini disse ai membri dell’Unione Nazionale (Messa degli artisti, 7 maggio 1964), «noi abbiamo bisogno di voi. Il Nostro ministero ha bisogno della vostra collaborazione (…). Se noi mancassimo del vostro ausilio, il ministero diventerebbe balbettante e incerto e avrebbe bisogno di fare uno sforzo, diremmo, di diventare esso stesso artistico, anzi di diventare profetico. Per assurgere alla forza dell’espressione lirica e della bellezza intuitiva, avrebbe bisogno di far coincidere il sacerdozio con l’arte».  Ma se il teologo sacerdotale ha bisogno dell’artista, allora l’artista collabora alla chiamata del teologo e la condivide. Nessun artista infatti ignora che le arti, che nelle civiltà storiche nascono come espressioni del sacro, rimangono occasioni di riflessione e strumenti di comunicazione spirituale. Di conseguenza, ogni artista è consapevole di una vocazione teologica: sa di essere chiamato a interpretare e rafforzare l’anelito verso Dio dei suoi simili.  L’attribuzione agli artisti di un compito teologico è chiara soprattutto a Firenze. Già Dante ne parla: «Credette Cimabue ne la pittura / tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, / sì che la fama di colui è scura» (Purgatorio XI, 94-96). Infatti i contemporanei preferivano Giotto per la particolare idoneità del suo stile a esprimere l’allora nascente spiritualità d’impronta francescana, con al centro corpo ed emozioni. La generazione di Dante ha preferito Giotto a Cimabue, cioè, perché ha visto soddisfatte in lui esigenze non solo estetiche ma anche religiose, anzi propriamente teologiche, corrispondenti a una rinnovata enfasi incarnazionale e all’articolazione di un modello antropologico atto ad accogliere le istanze del nascente umanesimo. Da Giotto e Arnolfo di Cambio, autore nei primi anni del XIV secolo delle sculture dell’erigenda duomo, fino a Masaccio, Donatello, Angelico e Michelangelo, lo sviluppo dell’arte fiorentina implica una risposta a questa vocazione espressiva.  

Il convegno fiorentino si cimenta con vari temi. Il 25 maggio chi ora scrive introdurrà il senso ecumenico dell’iniziativa con una conferenza presso lo storico Ospedale degli Innocenti, capolavoro architettonico del Brunelleschi, sull’esperienza di un visitatore d’eccezione a Firenze, Martin Lutero, che nei suoi Discorsi a tavola ricorda d’averlo visto durante il viaggio in Italia del 1510. Le relazioni del 26 maggio, poi, tratteranno la teologia e prassi delle icone del cristianesimo orientale, la rivoluzione artistica e teologica all’epoca di Giotto e dopo, l’architettura delle chiese sia cattoliche che protestanti, i programmi iconografici delle porte ghibertiane, l’iconografia tridentina degli affreschi della cupola del duomo fiorentino, il concetto dell’arte dei riformatori protestanti, Van Gogh nel pensiero di Guardini e Ricoeur.

di Timothy Verdon

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23 novembre 2017

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