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Chiamati
a essere santi

· Vocazione è una parola usurata ma irrinunciabile per il lessico cristiano ·

Vocazione è parola usurata, ma irrinunciabile al lessico cristiano. Essa rinvia alla genesi stessa della Chiesa, che non nasce attorno a un’idea, ma in un dinamismo d’incontri. Forse il primo capitolo di Giovanni è il luogo biblico più limpido in tal senso, laddove la chiamata genera chiamata, la sorpresa diventa passaparola, il reciproco invitarsi mobilita e dischiude una casa: si fermarono presso di lui. Occorre tener vivo, nel necessario modificarsi del linguaggio, il senso relazionale di vocazione. 

Caravaggio, «Vocazione di san Matteo» (1599-1600, particolare)

Esso rappresenta il nuovo che i cristiani hanno la grazia di sperimentare e di annunciare.
Il cambiamento d’epoca che stiamo attraversando è costantemente legato al vocabolario della crisi e della precarietà. L’incertezza diffusa rende più radicali, per la generazione che si affaccia alla vita adulta, le domande di sempre. Come prendere decisioni? Ascoltando quali voci? Con quale immaginario sull’intero della propria vita? Il rischio, specie nel nord del mondo, è che in un quadro di saperi sempre più tecnici e specializzati su questioni decisive ognuno sia solo. In rapporto al futuro tendono così implicitamente a prevalere, anche tra i giovani, approcci estremi quanto ingenui: dal considerarsi in balia di un destino già scritto, inesorabile, al sentirsi sopraffatti da un astratto ideale di eccellenza, in un quadro di competizione sregolata e violenta.
Le chiese cristiane nella parola vocazione conoscono il dispositivo capace di risvegliare una dignità dimenticata: essa dorme, finché non è sollecitata dall’incontro. Perché il vangelo sia potenza, tuttavia, esso va nuovamente accolto, da chi presume di conoscerlo, nella sua dirompente genuinità. Questo comporta far sì che il canone biblico e la tradizione purifichino i linguaggi e le pratiche “vocazionali”. Almeno a tre livelli: la questione femminile, la sfida dell’unicità, il problema della fedeltà.
Nonostante il femminismo, il paradigma maschile rimane intrinseco ai discorsi e alle organizzazioni sociali. Può anzi essere interiorizzato dalle donne stesse, quando all’assunzione di responsabilità non corrisponde la libertà di ridisegnare a modo proprio le istituzioni e le consuetudini. In particolare, nella Chiesa cattolica l’impossibilità storica di replicare la vita religiosa e matrimoniale di un tempo fa avvertire, da anni, un vuoto lancinante. Quali donne sono in condizione di riattivare il dinamismo vocazionale dei vangeli, incarnando una femminilità libera e storicamente incisiva? Vede la Chiesa al proprio interno delle cristiane la cui professionalità, sponsalità e umanità abbiano ragione di convincere ed entusiasmare? Esser viste, per le donne, non è ovvio: Gesù era particolare in questo. Gli stessi istituti religiosi femminili appaiono oggi più in ansia per il proprio futuro che liberi di riconoscere altrove, fuori di sé, personalità che già incarnano in modo nuovo carismi antichi. Spostare attenzione e risorse su ciò che nasce, così come dar la parola a chi non l’ha per diritto acquisito, è operazione difficile a chiunque abbia sulle spalle il peso di una storia. Tra le giovani e la fede, però, rischia di scavarsi un solco sempre più profondo. Non è loro chiaro a chi guardare.
D’altra parte, tutte le “vocazioni” tradizionali appaiono come svuotate. Più precisamente, sono travolte dalla sfida dell’unicità, o dell’autenticità. È la benedizione del nostro tempo: a nessuno basta più risolversi in uno “stato” di vita. Certo, circolano ancora rappresentazioni della divina chiamata quale destino prefissato, compito da svolgere, disegno imperscrutabile, copione già scritto: si tratterebbe di indovinare quanto per noi stabilito, al limite di accettare la propria parte per eseguirla. Dio avrebbe pensato uno come padre, l’altra come suora, una come principessa, l’altro come soldato, te come primario, me come prete. Per quanto intrisa di religiosità, tale rappresentazione è estranea alla via di Gesù, lede la grandezza di Dio e la dignità di ciascuno. Manca dunque di spirito e chiede di essere evangelizzata. Culturalmente non funziona più. In modo coerente al Nuovo Testamento, per cui la vocazione è ad essere santi — non suore, preti o mamme e papà — i giovani cercano più la felicità che una sistemazione. Il problema dell’accompagnatore è che cosa aiuti ciascuno a diventar ciò che è, a non seppellire il proprio talento, cioè il desiderio più autentico che custodisce, sia esso affettivo, intellettuale, caritativo o professionale. D’altra parte, vocazione non sarà nemmeno soltanto un progetto di vita, l’ascesa verso gli obiettivi che ci si è posti, come presupponendo che la grazia semplicemente sostenga e ratifichi ciò che ognuno vuole. La via dell’unicità passa invece anche dai fallimenti, dalle delusioni, da imprevisti che sconvolgono, dalle opinioni altrui, dalla Parola accolta. Un bravo ragazzo, uno studente di successo, un professionista in carriera, un seminarista eccellente, due sposi con molti figli non sono automaticamente né fedeli esemplari, né persone compiute. La vocazione cristiana, rappresentata come copione prestabilito, o identificata con un progetto di vita, smarrisce la qualità d’incontro e di alleanza che rende nuova, irripetibile, mai fissa ogni storia biblica e ogni esperienza di santità.

Il problema della fedeltà, allora, va inquadrato diversamente. Fedeltà a che cosa e a chi? Alla propria vocazione, certo. Ma oggi tutto cambia e sempre più in fretta: non c’è chi non veda. Nessuno è più disposto a ipotecare il proprio compimento, sacrificandolo a dei principi. Il “per sempre” diviene incomprensibile come definitiva e cieca rinuncia al cambiamento. Imprudente, crudele. Per salvarlo bisogna urgentemente rivelarne il carattere dinamico. Non bastano delle testimonianze: il fatto che sia andata bene a qualcuno, non risolve il problema di tutti, che è strutturale. Occorre iniziare invece dai bambini a mostrare che il moltiplicarsi delle esperienze non significa fare esperienza, che la costanza offre il centuplo di opportunità, che mantenere la parola rende affidabili e liberi. Allo stesso tempo, non si possono tener sotto il tappeto le ansie di un’istituzione che come tale rinserra i ranghi, predilige gli obbedienti, non sopporta sorprese. Il “per sempre” le è utile, ma non può smarrire il suo profilo evangelico. Resta di Cristo una Chiesa per cui i travagli delle persone non sono un fastidio o un incidente, ma il venire alla luce loro e suo. Si può chiedere fedeltà solo coltivando una simpatia radicale per la fragilità e l’incertezza. Accogliendo cioè fin sul piano istituzionale i grandi paradigmi dell’esodo, del viaggio, della sequela: essi contemplano lo smarrimento, la protesta, il tradimento, le riprese. Non c’è però esodo senza soste, né discepolato senza casa: si fermarono presso di lui. La stabilità va alimentata affettivamente. Il vincolo giuridico ha tenuto finché, socialmente, rimanere nel proprio stato di vita era questione di sopravvivenza. Ora non è più così. Le promesse devono esser funzionali all’autenticità, alla pienezza, alla comunione. Se la percezione non è questa, la questione vocazionale per un giovane resta chiusa. Per amore della vita.

di Sergio Massironi

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16 settembre 2019

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