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La vocazione di conciliare studio e fornelli

· A colloquio con suor Rita, cuoca al collegio Capranica e dottore di ricerca in teologia ·

Fondato nel 1457 dal cardinale Domenico Capranica per favorire la formazione al presbiterato di giovani poveri, l’Almo Collegio Capranica è il più antico seminario. Oggi vi si trovano giovani di diverse nazionalità: alcuni si preparano al sacerdozio, altri, già sacerdoti, proseguono gli studi di specializzazione. Sin dal 1978 il servizio cucina del collegio è gestito dalle Figlie di Maria Santissima Corredentrice, tra cui suor Rita, nata in Congo.

Com’è nata la sua vocazione?

La storia della mia vocazione inizia mentre ero in collegio: ma anche se in me c’era l’inclinazione verso la vita consacrata, non avevo le idee chiare. Fondamentale nel mio cammino di discernimento è stato un sacerdote del mio villaggio che conoscevo fin da piccola. Egli fu mandato a studiare a Roma, al Capranica. È lui che mi ha aiutata a capire ciò che il Signore voleva da me, facendomi prima conoscere le Figlie di Maria Santissima Corredentrice e poi mettendomi in contatto con loro, così da poter venire in Italia a fare l’esperienza religiosa. Lui conosceva bene tutti i condizionamenti che subivo da parte del mio clan, che aveva un altro progetto su di me.

Cosa voleva la sua famiglia da lei?

Nella tribù Kete, tribù di tipo matriarcale, la donna è considerata il pilastro del clan. Quindi toccava a me, in quanto primogenita, essere formata per diventare capo-clan, il giorno in cui fosse venuta a mancare la nonna materna. Sentivo forte questa responsabilità, il che rendeva difficile la mia scelta verso la vita religiosa. Se mentre stavo in collegio sentivo forte l’inclinazione verso la vita consacrata, mi bastava rientrare in famiglia perché svanissero tutte le mie certezze. Del resto, in genere, in Africa le ragazze vengono educate a formare una famiglia. Ecco perché era necessario che mi allontanassi da quest’ambiente per cercare di capire davvero ciò che sentivo nel profondo.

Quando ha lasciato il Congo?

Presa la decisione di iniziare l’esperienza con le Figlie di Maria Santissima e quando era ormai tutto pronto per la partenza verso l’Italia, informai la mia famiglia. Non la presero bene. Sono andata via con tristezza ma anche con un po’ di trepidazione perché non sapevo bene cosa mi aspettasse in Italia. Tuttavia, ero determinata. Era il 1996.

Qual è la sua congregazione?

Il fondatore è padre Vittorio Dante Forno, nato a Porto Alegre (Brasile) il 2 giugno 1916 da genitori siciliani. Il 9 giugno 1940 ricevette l’ordinazione sacerdotale, scegliendo come motto Vivas in me, vivam in te . Il carisma delle Figlie di Maria Santissima Corredentrice, quindi, consiste nell’immolazione di sé in un silenzioso martirio quotidiano, perché tutta la loro vita — e cioè la preghiera, i sentimenti, i pensieri e le azioni — è offerta a Dio come sacrificio di adorazione, riparazione, redenzione e santificazione, affinché privilegi con la sua grazia i sacerdoti, per renderli sempre più suoi efficaci ministri. Il fine specifico della congregazione è, infatti, quello di formare persone che offrano la propria vita a Dio perché la missione ministeriale del sacerdote produca la piena disponibilità all’accoglienza della grazia nel cuore degli uomini. Le Figlie di Maria esprimono la loro spiritualità attraverso un’intensa vita di preghiera a carattere contemplativo e oblativo.

Come si esplicita oggi questo carisma e come lo vive nell’Almo Collegio Capranica?

Viviamo il nostro carisma svolgendo l’apostolato in vari campi. Diamo assistenza ai poveri, ai ragazzi in difficoltà, sosteniamo progetti di sviluppo in Congo, gestiamo il servizio della cucina del collegio dall’ottobre del 1978, quando arrivammo qui su interessamento di monsignor Gualdrini, che era allora rettore del collegio. Al Capranica, mentre prestavo il mio servizio in cucina, ho proseguito i miei studi ottenendo il dottorato in teologia spirituale.

Lei ha dunque fatto gli studi fino al dottorato?

Dopo aver ottenuto il baccalaureato in teologia, la superiora generale madre Salemi, mi ha chiesto prima di proseguire con la licenza in spiritualità al Teresianum e poi il dottorato sempre presso lo stesso istituto. Mi è stato espressamente chiesto di approfondire la spiritualità e il carisma della nostra congregazione: il titolo della mia tesi è stato Prospettiva per una formazione inculturata nella Congregazione delle Figlie di Maria Santissima Corredentrice in Congo . Ho scelto questo tema anche perché l’intento di madre Salemi era di rimandarmi in Congo per iniziare lì il nostro apostolato e formare altre ragazze desiderose di farsi suore nel nostro istituto.

Cosa lei dice in sintesi nel suo lavoro?

Ritengo che la formazione debba iniziare dalla conoscenza dell’aspirante. Questa conoscenza necessita un contatto con i luoghi di provenienza, con le famiglie d’origine: è fondamentale conoscere le persone prima di introdurre contenuti spirituali. Insisto sulla conoscenza dell’aspirante perché nello specifico del Congo è importante sapere che la ragazza è preparata dalla sua famiglia a diventare sposa e madre, che la sua ricchezza sono, prima di tutto, il marito e i figli. Partendo da ciò, occorre dunque spiegarle che con la consacrazione religiosa, ella rimane donna ma consacrata totalmente a Dio. Le sue funzioni di moglie e madre vengono esplicitate in una maternità e sponsalità spirituali. Bisogna presentare all’aspirante i consigli evangelici come capacità di amare, di donare, di donarsi; come l’offerta di tutte le proprie capacità affinché, libera da ogni altro legame, ella possa amare il Signore come uno sposo. Possa amare coloro che il Signore ama. Così, la futura suora vivrà la sua femminilità dando tutta se stessa agli altri secondo la mistica africana fondata sul valore della fecondità.

Come ha potuto conciliare il suo servizio in cucina e la stesura della tesi?

Non è stato facile, ma il Signore è grande e ascolta il grido di chi lo chiama nei momenti difficili della vita. È stato difficile, ma con la grazia di Dio, la mia determinazione, molto sacrificio, l’incoraggiamento dei superiori (cominciando dal rettore, monsignor Manicardi), degli alunni del collegio e delle mie consorelle, ho portato avanti il mio duplice lavoro di cuoca e di studente. Certamente l’educazione e la formazione ricevute all’interno del mio clan sono state decisive. Del resto, ho ricevuto la nomina ad andare nella nostra comunità che presta servizio al Capranica quando ero già al quarto capitolo della mia tesi: mi mancava solo il quinto! Eppure, dopo i primi momenti d’incertezza nel mio nuovo apostolato, ho continuato a lavorare a passo di tartaruga alla stesura della tesi. Non mi sono arresa alle inevitabili difficoltà perché penso di avere un carattere di ferro.

Durante la stesura della tesi, quale era il suo rapporto con gli alunni del Capranica?

Per quanto riguarda il mio rapporto con i dottorandi, posso soltanto dire che era di confronto e di sostegno reciproco. Ricordo ancora con commozione la festa per la discussione della mia tesi fatta insieme alle mie consorelle e ai capranicensi nel refettorio del collegio.

Come vive da dottore di ricerca il suo impegno in cucina?

Conseguire il titolo di dottore in teologia non mi toglie la mia fondamentale vocazione, che è quella di essere Figlia di Maria Santissima Corredentrice. Vivo dunque il mio impegno da cuoca nello spirito del nostro carisma. La cosa più importante per me, infatti, è di essere suora nel nostro istituto a servizio della Chiesa dove serve e dove mi mandano i miei superiori. Il mio aiuto in cucina mi rallegra nella misura in cui collaboro, per quanto possibile, a far sì che gli alunni vivano pienamente il loro ministero. Cerco però anche di aggiornarmi culturalmente, sia partecipando a degli incontri sia dialogando con alunni che si preparano alla licenza e al dottorato.

Cosa pensa del suo percorso di ragazza africana venuta in Italia per formarsi alla vita religiosa?

Ritengo che non sia affatto facile lasciare l’Africa e venire a iniziare la formazione qui. Penso sia meglio che le ragazze vengano inizialmente formate nella loro terra d’origine perché hanno storie che devono essere conosciute e capite nel loro contesto. Non solo: è anche necessario che la formazione dell’aspirante suora coinvolga anche i familiari. E i formatori debbono conoscerli, per poterli aiutare a capire la scelta di vita che la loro figlia si appresta a fare. A me è andata bene, come anche ad altre ragazze formate direttamente in Italia, ma sono del parere che sia auspicabile che almeno la formazione iniziale avvenga nel proprio ambiente d’origine.

Nata nel 1966 a Luebo (oggi nella Repubblica Democratica del Congo), suor Rita Mboshu Kongo, dopo aver conseguito nel 1987 il diploma di Stato in pedagogia generale, si è iscritta a medicina presso l’università di Kinshasa. Per rispondere alla chiamata del Signore, la giovane congolese lascia il suo Paese e arriva in Italia presso le Figlie di Maria Santissima Corredentrice. Nel 1998 inizia il noviziato. Consegue, nel 2005, la licenza in teologia spirituale e poi, nel 2011, il dottorato presso il Pontificio Istituto di Spiritualità Teresianum di Roma.

Gilbert Tsogli

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22 luglio 2019

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