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​La vittoria di Bae

· A ​colloquio con il pastore protestante che ha aperto a Seoul bar gestiti da persone con disabilità ·

Arriva con uno zainetto sulle spalle, camicia e jeans, pronto per il suo quotidiano lavoro di barista. Siamo alla periferia di Seoul in un bar molto particolare, perché è un bar che offre lavoro ai disabili. Il ragazzo si chiama Bae Hyeong-jin che non dice molto ai più ma i coreani lo ricordano tutti. Le vicende della sua vita hanno ispirato perfino un film nel 2005 (Marathon) che ha ottenuto un grande successo a livello nazionale. Il film narra la storia di un ragazzo che soffre di autismo e che nonostante i numerosi problemi riesce a correre la maratona ottenendo un record importante, ovvero al di sotto delle tre ore. Bisogna capire però il contesto nel quale il film venne girato. Dieci anni fa una famiglia coreana a cui nasceva un bambino con deformità o infermità mentali non poteva contare su nessun aiuto per sostenerne la crescita e lo sviluppo, se non sulle sue sole forze. Lo Stato non prevedeva alcun tipo di assistenza. 

Seung-woo Cho in una scena del film «Marathon» di Yoon-Chul Chung (2005)

I bambini frequentavano per alcuni anni delle classi speciali — ovvero composte da sole persone con disabilità — ma non potevano accedere a studi superiori. Al disabile adolescente non restava altro da fare che starsene a casa a guardare la tv. Nessuno conosce meglio questo problema come Lee Heon Ju, cinquantenne pastore protestante, che ha avuto l’idea di questo bar. Anzi, è colui che ha pensato e realizzato quattro bar come questi che danno lavoro a decine di persone.
Era il 2001 quando Lee Heon Ju ricevette la notizia che anche la sua terza figlia, dopo già una prima che soffriva di disabilità motorie, sarebbe nata Down. «Non sapevo cosa fare — mi dice — ero un ministro protestante, ed ero diventato pastore per servire la volontà di Dio, ma proprio in quel periodo Dio mi aveva mandato un secondo bambino disabile. Ero disperato. C’è stato un momento in cui volevo abbandonare anche la mia vocazione. Dopo un periodo di riflessione avevo deciso per l’aborto. Avevo perfino preso l’appuntamento con la clinica, il 15 dicembre. Lo ricordo ancora.
Poi che cosa è successo?
Ho chiamato mio padre, anche lui pastore protestante. Mi ha detto “questa bambina deve nascere, è un dono” e mi ha citato il Vangelo al capitolo 9 di Giovanni dove davanti al cieco la gente chiede a Gesù di chi è la colpa — per la sua cecità — dei genitori o del cieco? E Gesù risponde: né lui ha peccato né i suoi genitori “ma è così perché in lui si manifestassero le opere di Dio”. E così pensando alla mia seconda figlia disabile ho capito che dovevo farla nascere. Ed è grazie a questa bambina se ho poi cominciato a riflettere su come aiutare questi ragazzi per migliorare la qualità della loro esistenza quotidiana.
Lo Stato in questo non è mai stato molto generoso.
Mi sono sempre detto: certamente lo Stato ha le sue ragioni per non prendersi cura dei disabili, ma la nostra Chiesa? La nostra Chiesa dovrebbe fare qualcosa. Cominciai a parlarne e a studiare dei progetti quando una persona, posso solo dire che si trattava di una donna, mi diede centomila dollari a due condizioni: non dovevo rivelare chi aveva donato quei soldi e il denaro doveva essere speso solo per aiutare le persone con disabilità. Per me era un segno del cielo. E così mi è venuta l’idea di organizzare per questi ragazzi delle attività in comune: liturgiche, sportive, ludiche, con in mente l’obiettivo di tenere questi ragazzi il più possibile fuori dalle loro case. Il programma iniziato nel 2001 è ancora attivo. Poi c’è stato il successo del film Marathon. Con quel film c’è stata l’esplosione mediatica del problema. Finalmente in Corea la gente aveva preso coscienza dell’esistenza di queste persone.
Quindi l’idea del bar. Ma l’affitto di un locale costa molto, le spese sono tante, anche i bar più grandi fanno fatica ad andare avanti, lei da dieci anni porta avanti il suo progetto con successo, come c’è riuscito?
Abbiamo chiesto alla Chiesa di poterci ospitare. Hanno accettato e così oggi abbiamo otto ragazzi che lavorano qui. Senza questo aiuto sarebbe impossibile per noi mantenere un locale del genere. Ma non è stato facile. All’inizio ho dovuto combattere contro gli stessi fedeli perché non volevano un bar con disabili. Dicevano “non è bello”. Poi una volta che abbiamo aperto il primo bar anche i fedeli hanno cominciato a frequentarlo, e dicevano “invece è proprio una bella idea”. Poi coloro che approvavano sono diventati sempre di più e ora l’idea della maggioranza è “questo è qualcosa che dobbiamo fare a tutti i costi”.
Questo bar ha contribuito a modificare il modo in cui le persone si relazionano con la disabilità.
È così. I fedeli hanno capito che con il lavoro la persona ha la possibilità di costruirsi una propria identità, dei legami sociali, un senso di appartenenza e l’orgoglio di sentirsi utile. Questi ragazzi che prima passavano ore in casa adesso si alzano la mattina con uno scopo diverso da “quale programma danno alla tv oggi?”. Non solo. Lavorare significa anche avere dei soldi tutti loro che possono spendere senza doverli chiedere a nessuno. Si sentono autonomi e indipendenti, sensazioni che non avevano mai provato prima.
E la sua idea è stata anche contagiosa.
Diversi imprenditori hanno visto come funzionava il bar e hanno donato molti soldi, con i quali abbiamo aperto altri tre locali dove lavorano altri disabili. Questa esperienza ha poi ispirato anche parrocchie cattoliche che sono venute qui a studiare il nostro modus operandi. Io spero che ne nasceranno altri di caffè come questi. Migliaia sono i ragazzi nati con difficoltà congenite che in questo preciso momento stanno a casa languendo davanti alla tv o davanti a un pc e invece potrebbero fare qualcosa di utile e sentirsi veramente vivi.

di Cristian Martini Grimaldi

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