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La vita pubblica ne ha bisogno

Inchiesta sul contributo cattolico alla battaglia per la conquista del suffragio femminile

«Al femminismo rivoluzionario (…) si è aggiunto un femminismo cristiano: Benedetto XV nel 1919 si è pronunciato in favore del voto alle donne; Mons. Baudrillart e Padre Sertillanges fanno un’ardente campagna in questo senso (…). Al Senato numerosi cattolici, il gruppo dell’Unione repubblicana, e d’altra parte i partiti di estrema sinistra, sono per il voto alle donne: ma la maggioranza dell’assemblea è contraria». Così scriveva Simone de Beauvoir nel suo celeberrimo saggio Il secondo sesso .

Ricordando l’impegno di Papa della Chiesa, del futuro cardinale Alfred-Henri-Marie Baudrillart, del teologo domenicano Antonin Sertillanges, colei che viene universalmente ricordata come la madre del femminismo riconosceva il favore attivo della Chiesa cattolica verso l’allargamento del suffragio alle donne. E coglieva un punto che da metà Ottocento in poi caratterizzò questa battaglia in molti Paesi occidentali: la poco nota vicinanza tra cattolici e socialisti.

È stato il caso della Francia. Ma è stato anche il caso di altri Paesi occidentali. «I partiti democratici occhieggiano al femminismo, si atteggiano di quando in quando a suoi paladini ma non offrono nessun contributo di pensiero e di azione organico e duraturo — si legge nella lettera aperta che nel 1919 l’Unione Femminile Nazionale italiana indirizzò all’onorevole Antonio Salandra — Soltanto i partiti clericale e socialista (…) fanno un posto alla donna anche nelle loro organizzazioni economiche e politiche».

Superato l’iniziale contrarietà della Chiesa (nel 1905 Papa Pio X affermava che «la donna non deve votare ma votarsi ad una alta idealità di bene umano»), analogamente a quanto accadeva tra i socialisti (inizialmente contrari al suffragio femminile perché temevano il ruolo conservatore delle donne), in quegli anni si andava definendo un importante cambiamento nella posizione assunta dalla Chiesa cattolica.

Eppure di lì a poco, con il ritorno dei cattolici sulla scena politica italiana, il Partito Popolare di don Luigi Sturzo — oltre a inserire una donna nei suoi organi dirigenti (Giuseppina Novi Scanni, esponente del sindacalismo femminile cattolico) — previde espressamente il suffragio alle donne nel suo programma. Convinto che l’allargamento della partecipazione alla cosa pubblica alle signore non avrebbe danneggiato la famiglia, don Sturzo non solo considerava il voto amministrativo e politico «una conseguenza logica di una partecipazione extra-familiare alla vita sociale e agl’interessi collettivi», ma soprattutto inseriva l’allargamento del suffragio in una «concezione dinamica» della democrazia, come «fattore complessivo di educazione civile». Tutt’altro che isolata, la posizione del Partito Popolare esprimeva la capacità di parte della Chiesa di cogliere il senso di una presenza femminile in grado di arricchire democraticamente la società.

Questa apertura aveva alle spalle non solo la tradizione cattolica (il diritto canonico, ad esempio, per secoli è stato il solo a porre sullo stesso piano adulterio maschile e femminile), ma anche un’attività indefessa da parte delle donne cattoliche che ne aveva messo chiaramente in luce doti, capacità e valore. Basti pensare all’attività di tante giovani, per lo più maestre o impegnate nell’organizzazione delle operaie, come Angelina Dotti, Pierina Corbetta o Adelaide Coari (di costei è celebre la contrapposizione con Elena Da Persico, fieramente contraria invece al suffragio femminile, a dimostrazione di come le donne non siano state mai in passato né siano oggi un blocco monolitico).

Non che, ovviamente, la nascita del Partito Popolare avesse fatto scomparire forti perplessità all’interno del variegato mondo cattolico verso il voto alle donne. Anzi, il suffragio femminile sembra giocare un ruolo centrale nell’attacco che «La Civiltà Cattolica» mosse al programma del Partito Popolare nel 1919: premesso che il voto alle donne costituisce uno dei «punti indiscutibili espressi dal partito, ma per lo meno discutibili secondo le dottrine cattoliche, perciò da non imporsi alle coscienze dei cattolici», quello che deve essere chiaro è che il suffragio femminile, tutt’altro che un diritto o una prova di democrazia, è «una necessità sociale, per opporre i voti supposti conservatori delle donne ai voti generalmente sovversivi dei socialisti, degli anarchici o di altri siffatti partiti estremi».

La via comunque era ormai tracciata. E questo ben prima della netta presa di posizione del 21 ottobre 1945, quando Pio XII esorterà, senza mezzi termini, le donne a uscire dalla sfera privata: «La vostra ora è sonata, donne e giovani cattoliche; la vita pubblica ha bisogno di voi».

Ad esempio, scrivendo che «il femminismo è una questione di pane», nel 1930 padre Sertillanges (ricordato, come visto, anche da Simone de Beauvoir) argomentava: «I fatti e le condizioni imposte alla donna da tutto il movimento contemporaneo vanno difendendo la sua causa nel modo più efficace, perché non sono più discorsi ma solide realtà che di qui a poco busseranno alle nostre cittadelle politiche per farvi breccia in nome della donna. Se ovunque, nei gruppi femminili, si sviluppano iniziative, si assumono incarichi, se si conquista una larga istruzione, se ci si costruisce un valore personale e professionale che presto diventerà un valore di opinione, non sarà permesso a lungo di ragionare di voto femminile in modo accademico».

È inoltre interessante ricordare che la femminista americana Dorothy Day — incarcerata nel novembre 1917 per aver protestato, insieme ad altre 39 donne di fronte alla Casa Bianca per l’esclusione femminile dal suffragio — è stata proclamata serva di Dio. E che la prima donna a far parte del Consiglio comunale di Vienna nel 1919 per il Partito Socialdemocratico nonché, l’anno dopo, la prima donna a essere eletta deputata al Consiglio nazionale austriaco, a suffragio universale appena conquistato, fu la beata Hildegard Burjan.

Del resto, è una cattolica italiana ad aver pronunciato una delle frasi più determinate a denuncia dell’uso pretestuoso che, troppo spesso, ancora si fa delle donne in politica. Il i° ottobre 1945, durante i lavori della Consulta italiana, per la prima volta una donna parla in aula in veste di esponente politica.

È la democristiana Angela Guidi Cingolani. Consapevole ma non paga del significato storico del suo intervento, non pronuncia un discorso di circostanza: denunciando quanto poco era stato fatto, e si continuava a fare, per le donne in politica, Guidi Cingolani rimprovera l’uditorio maschile: «Parole gentili, molte ne abbiamo intese nei nostri riguardi, ma le prove concrete di fiducia in pubblici uffici non sono molte in verità».

Ottenuto, accanto al voto, l’elettorato passivo (ora contestualmente, ora prima, ora dopo), tra le poche donne occidentali elette in Parlamento, molte saranno cattoliche. Per lo più ignorate, il loro determinante lavoro è stato però doppiamente ostacolato. Guardate con diffidenza dai loro stessi partiti perché donne, sono state marginalizzate anche dalle altre donne in quanto cattoliche, e quindi sospette di eccessivo conservatorismo. È questo il prosieguo della storia, che merita di essere raccontato nei suoi aspetti meno noti e più sorprendenti.

Il compito per le donne cattoliche in politica è stato e resta grande: partecipando alla cosa pubblica come elettrici e come elette, compiamo quotidianamente un passo ulteriore verso il riconoscimento del valore della soggettività come diritto di cittadinanza. Una cittadinanza che si fa e che ci fa responsabili nella storia e della storia. Della storia civile che è e resta parte integrante della storia della salvezza.

Giulia Galeotti

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18 febbraio 2019

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