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La vita devastata
del sottopasso Turbigo

· Cronache Romane ·

Tra Via Giolitti e Via Marsala, proprio sotto i binari della stazione Termini, esiste un altro mondo rispetto a quello che noi conosciamo. In quel sottopasso a due corsie, scuro anche di giorno, vivono, anzi, sopravvivono sbandati e disperati di ogni tipo. Il comune e la Polizia locale, gliene va dato atto, hanno tentato diverse volte di bonificare la zona, ma il popolo di senza nome che ci vive, un tanto a notte, lo ha sempre riconquistato.

I cittadini della zona lì dentro non si avventurano, conoscono perfettamente le insidie che si celano in quel sottopasso, quelli che lo affrontano a piedi, quasi sempre con la mano di fronte al naso per proteggersi dallo smog e dal tanfo, sono turisti, stranieri che non sanno dove sono andati a infilarsi. È giusto di un paio di settimane fa l’ultima notizia di cronaca: due ragazzi tedeschi malmenati e rapinati lì sotto.

Gli abitanti del sottopasso Turbigo sono quasi tutti di colore, al loro fianco hanno spesso il brik del vino, molti, spesso anche violenti, hanno manifesti disturbi psichiatrici, li vedi parlare da soli, arrabbiarsi con se stessi, deliranti. Altri, come in una moderna Geenna, camminano trascinando i piedi, zoppicanti, feriti nel corpo e nello spirito, un mucchio di scatole di cartone come casa.

Per tutti quelli che sono costretti a farlo con la macchina, il sottopasso Turbigo è una vera e propria maledizione, non per lo spettacolo di vita devastata che si offre agli occhi, non per quello, ma per il traffico infernale che lo blocca dalle 16 in poi tutti i giorni. Quelli che ci vivono fanno parte dello scenario, come se non fossero esseri umani, ma una sottospecie, una fauna destinata ad altra vita e ad altre sofferenze.

Scavare un solco tra la nostra umanità e quella degli altri, retrocedere i nostri simili a una categoria sub-umana, con sentimenti inferiori ai nostri, con una capacità di dolersi e di amare più simile a quella di un animale qualsiasi, non certo un uomo, perché una volta ridotti a sub-umani, il loro destino di sofferenza non ci sembrerà più uno scandalo. Nessuno è esente da questo rischio: fare della vita degli altri un particolare trascurabile, da guardare indolenti mentre il traffico ci sposta a passo d’uomo. Succede quando smettiamo di dare ascolto alla compassione che ci parla da dentro, quando innalziamo tra noi e gli altri un muro invalicabile, fatto di paura e torpore, perché considerare ogni essere umano un fratello costa fatica, e coraggio.

Il rischio di retrocedere il prossimo, il bisognoso, a una specie animale sacrificabile è accaduto spesso nella storia, e accade oggi, nelle viscere della nostra città.

di Daniele Mencarelli

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20 ottobre 2019

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