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La vista si è ristretta

· ​A colloquio con il pittore Koji Kinutani ·

«La prima volta che vidi Giotto nella cappella degli Scrovegni a Padova rimasi impressionato dai colori. Erano gli anni settanta e fino a quel momento i grandi affreschi della pittura italiana li avevo potuti osservare solo in fotografia». 

Koji Kinutani «Sorgere  del sole  a New York» (2008)

Koji Kinutani è nato nel 1943 a Nara. Nel 1974, Kinutani è diventato il più giovane vincitore del Premio Yasui, uno dei premi più ambiti dai giovani pittori giapponesi. Da allora le sue opere hanno vinto altri premi importanti come il Nihon Geijutsu Taishō (Gran Premio delle Belle Arti giapponesi), il Premio Art Mainichi e un premio dell’Accademia di arte giapponese. È suo il manifesto ufficiale delle Olimpiadi Invernali di Nagano del 1998.
Kinutani ha studiato presso l’Università Nazionale di Belle Arti di Tokyo e successivamente presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia dove ha imparato a padroneggiare le tecniche di affresco classico e contemporaneo seguendo gli insegnamenti del professore Bruno Saetti.
Ha creato opere uniche prendendo spunto da una ricca varietà di tecniche. Il suo stile si può definire come una sintesi di surrealismo ed espressionismo astratto. Sono stati i suoi anni di studio a Venezia ad averlo influenzato maggiormente.
Ci troviamo all’interno della sua imponente abitazione/atelier in un incantevole e isolato quartiere a poco più di 10 chilometri dal centro di Tokyo.
Perché la tecnica d’affresco l’affascina così tanto?
La tecnica in sé è affascinante. Una parete è ricoperta di intonaco mescolato con calce e sabbia, poi pigmenti di minerali finemente polverizzati vengono sciolti in acqua e applicati all’intonaco. L’intonaco assorbe l’anidride carbonica dall’aria e si indurisce, e così la vernice si indurisce. La cosa importante qui non è tanto il dipinto in sé, ma il fatto che la pietra cattura e assorbe il biossido di carbonio. Considerando il momento storico che stiamo vivendo gli affreschi ci danno importanti suggerimenti per il futuro dell’umanità, mentre affrontiamo la crisi del riscaldamento globale e le emissioni di co2 sempre in aumento.
Qual è la principale differenza che vede tra la cultura pittorica italiana e quella giapponese?
Tutto si riduce a una questione di contesto. Non possono esistere pitture d’affresco in Giappone semplicemente perché manca la materia prima: non ci sono muri. Guardati intorno! (mi indica la vetrata del salotto) Qui non ci sono pareti, semplicemente quella giapponese è una cultura di “pilastri” non di muri, ergo non può esistere una tecnica d’affresco. Certo anche in Giappone ci sono degli elementi che somigliano a delle mura, ma fanno parte più che altro di strutture particolari come ad esempio i templi. A Nara, la mia città natale, ce ne sono diversi esempi. Ma la differenza è fondamentale, perché il giapponese nella mente e nel cuore è aperto ai legami con la natura, lì dove tutto si muove e quindi anche la prospettiva cambia. Noi siamo culturalmente vicini alla prospettiva degli animali. Gli animali sono fuori e dunque si muovono all’interno degli elementi dove tutto è instabile. La pittura italiana nasce invece in un contesto dove nulla si muove. Il muro protegge dagli eventi esterni della natura e rende non solo tutto più rassicurante, ma stabile, e la stabilità è importante per la concentrazione. Ad esempio oggi tutti fanno uso di smartphone, i ragazzi sono sempre in movimento, per questo mancano di concentrazione, se vuoi stiamo in qualche modo regredendo allo stato di natura. Ma non solo i cellulari, ormai le persone si spostano da un luogo a un altro o in shinkansen (treno ad alta velocità) o in aereo dove fuori tutto si muove a una velocità pazzesca e quindi non vedi niente, non assapori niente. Il profumo delle cose le senti solo da fermo.  

da Tokyo
Cristian Martini Grimaldi

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