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La virtù del buonumore

· Fede e umorismo ·

«Il senso dell’umorismo è una grazia che io chiedo tutti i giorni (...) perché il senso dell’umorismo ti solleva, ti fa vedere il provvisorio della vita e prendere le cose con uno spirito di anima redenta. È un atteggiamento umano, ma è il più vicino alla grazia di Dio». Con queste parole rilasciate in un’intervista a Tv2000 nel 2016, Papa Francesco ci ricorda come il sorriso e la capacità di ridere di fronte alle difficoltà e agli ostacoli di ogni giorno, siano condizione primaria per poter vivere al meglio la propria esistenza terrena.

Edward Matthew Ward, «Sir Thomas More’s Farewell to His Daughter» (XIX secolo)

Riuscire a coltivare la virtù dell’umorismo non è mai cosa semplice, immersi come siamo nei contrasti con l’altro, nelle difficoltà di tutti i giorni e nella pesantezza dell’egocentrismo. Eppure, questa non può che ergersi a unica vera medicina alla sofferenza umana e a quel pressante senso dell’io che difficilmente riusciamo a scrollarci di dosso. Pertanto, è sempre da Papa Francesco che veniamo spronati alla gioia, a liberarci da quella tristezza e da quella “faccia funerea” che da sempre sono state estranee ai nostri santi e martiri. Tra i tanti esempi che potrebbero essere approfonditi, ce n’è uno in particolare che — con il suo sense of humor e la sua fermezza d’animo — ha lasciato un marchio indelebile.

Stiamo parlando di Tommaso Moro, politico, avvocato e scrittore umanista alla corte di Enrico VIII d’Inghilterra; una delle figure principali della cultura inglese del primo Cinquecento e della cristianità tutta, canonizzato come martire da Pio XI nel 1935.

Sir Thomas More era famoso per il suo senso dell’umorismo; era un suo tratto caratteriale, una espressione spontanea della sua personalità che non tardava mai di farsi notare con battute di spirito e arguzie pungenti durante le numerose celebrazioni tenute a corte. Per Moro, l’umorismo, il “buonumore”, era anche un metodo, un’attitudine coltivata negli anni con il quale poter affrontare ogni giorno gli sfarzi e le vere e proprie megalomanie della corte inglese. Era, forse, veramente l’unico mezzo con il quale poter sopravvivere a quella follia universale che sembrava aver preso possesso della società inglese (come anche di tutta Europa, cosa che non sfuggiva ai più grandi pensatori di quel particolare momento storico; primo fra tutti Erasmo da Rotterdam, grande amico del Moro).

L’humor divenne quindi scudo e felice distacco dalle assurdità della vita che lo circondava, da un mondo fatto di apparenze, convenzioni, gonfia vanità e fin troppo amor proprio (per bocca dello stesso scrittore) che Moro riusciva a navigare con spirito e buon senso, senza farsi mai trasportare dall’opulenza ostentata dei tempi, proprio grazie alla pratica dell’umorismo e delle virtù ad essa correlate: umiltà e humanitas.

Ma è soprattutto di fronte alla prospettiva del patibolo che questa virtù trovò la sua maggiore espressione. Nelle sue ultime lettere e nei suoi Tower Works — le opere scritte durante la prigionia nella Torre di Londra (dal 1534 al 1535) — il politico si ritrovò a dover affrontare di nuovo l’assurdità dei tempi che corrono, unendovi, questa volta, l’agonia della morte imminente — si guardi, ad esempio, a quello scritto di straordinaria bellezza che è il De Tristitia Christi. Nonostante questo tormento riuscì sempre a mantenere un senso dell’umorismo capace di risollevare i toni necessariamente sconfortanti dei suoi scritti, in particolar modo nelle corrispondenze con la figlia Margaret.

L’allegria si dimostrava ancora come segno manifesto della pienezza e della certezza che la fede e la professione di ciò che è giusto gli conferiva. Al pensiero dei pericoli a cui poteva andare incontro — riporta la figlia Margaret — Moro si esprimeva così: «In questo mondo nulla accade che Dio non voglia, e io sono sicuro che qualunque cosa avvenga, per quanto cattiva appaia, sarà in realtà sempre per il meglio». È solo nella certezza della redenzione e dell’Assoluto nel cuore, in Dio e con Dio, che la sua spigliatezza potè rinvigorirsi, trionfando su qualsiasi pressione per continuare imperterrito nella fermezza del silenzio la propria condanna; ed è solo nella meditazione sulla sofferenza di Cristo che il santo trovò la forza di andare avanti, affrontando quella paura che il ruolo di martire gli infondeva e che così tanto ritorna nei suoi lavori della prigione.

Il silenzio e lo humor, se in un primo momento potevano sembrare semplice espressione di obliqua resistenza al potere, divennero così prova assoluta di fede, e la morte — affrontata nella leggerezza del buonumore — non potè che essere espressione di questa stessa certezza: «Tu mi rendi oggi il più grande servizio che un mortale mi possa rendere — disse al boia, avvicinandosi al ceppo per l’esecuzione — (...) Mi aiuti a salire, a scendere ci penserò da solo». È esattamente con questo spirito nel cuore che siamo esortati a essere ogni giorno da Papa Francesco: come il santo che vive nella gioia e con senso dell’umorismo, «illuminando gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza», così dobbiamo essere anche noi, con la fermezza d’animo e il buonumore di chi sa che la vita mortale è sì dolorosa e difficile, ma anche profondamente immanente, imperfetta. Relativa.

di Paola Petrignani

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18 settembre 2019

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