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La vigna di Barsauma

· Monachesimi d’oriente e d’occidente nell'alto medioevo ·

La pubblicazione degli atti delle settimane di studio organizzate ogni anno a Spoleto dal Centro italiano di studi sull’alto medioevo rappresenta sempre un importante momento di confronto all’interno del dibattito accademico. Non fanno eccezione i risultati, appena pubblicati, del convegno che si è tenuto nella prestigiosa sede umbra tra il 31 marzo e il 6 aprile 2016, dedicato al tema Monachesimi d’Oriente e d’Occidente nell’alto medioevo (Spoleto, Cisam, 2017, 2 volumi, pagine 1478, euro 195). 

Illustrazione della viticoltura medievale in un manoscritto del XII secolo

Come d’abitudine, anche i due recenti volumi si segnalano per la qualità e l’accuratezza degli interventi, presentati dai maggiori specialisti a livello internazionale, oltre che per la pregevole cura editoriale del testo, impreziosito da un imponente apparato iconografico. Uno dei fili rossi che percorre i quasi quaranta contributi della raccolta — diversi per impostazione metodologica, arco temporale e contesto geografico analizzati — è l’attenzione agli aspetti della cultura materiale, in particolare il lavoro e l’economia delle comunità monastiche e l’articolazione architettonica dei loro insediamenti. 

A fare il punto sul primo di questi argomenti è la studiosa polacca Ewa Wipszycka nel saggio intitolato L’economia monastica dei primi tempi (secoli IV-VII) nell’Oriente cristiano . Secondo Wipszycka, il problema principale che gli storici del cristianesimo devono affrontare nelle loro ricerche è la scarsità delle fonti, dal momento che non si dispone di dati quantitativi per nessun monastero e la documentazione su papiro appare alquanto lacunosa. Anche l’archeologia monastica, sebbene abbia compiuto negli ultimi decenni enormi passi in avanti, ha privilegiato finora soltanto alcune regioni, come l’Egitto. I dati ricavati, in genere, si rivelano utili più per ricostruire la vita quotidiana dei monaci che non per chiarire la loro concezione del lavoro o la gestione economica delle comunità religiose. Quello che si può desumere dalle vite dei monaci e dai testi legislativi è un confronto costante con alcuni passi neotestamentari (tra i quali Giovanni 6, 26-27, Matteo 6, 25-34 e 2 Tessalonicesi 3, 7-10), la cui esegesi poteva condurre a soluzioni addirittura opposte.
Nel territorio egiziano, per esempio, il lavoro era considerato un momento centrale nella pratica ascetica. L’apostolo non aveva forse scritto «E infatti quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi»? Nel contesto siriaco, ci si imbatte invece nel rifiuto del lavoro e della proprietà stabile di beni, a cui è da preferire una vita di elemosina. L’attività lavorativa, infatti, interrompe la preghiera, nasce dalla smania di possesso e dimostra poca fiducia nei confronti della provvidenza di Dio, che si prende cura in modo amorevole di tutte le sue creature.

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