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La vicinanza del Papa a un popolo fiero e tenace

· Intervista al cardinale Sarah di ritorno dal Giappone ·

«Non cedere alla pioggia / Non cedere al vento / Non cedere neanche alla neve o al calore dell’estate / Aver un corpo robusto / Senza avidità / Senza mai andare in collera». Cita i versi del poeta giapponese Kenji Miyazawa il cardinale Robert Sarah, presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum, di ritorno dal Paese asiatico — colpito l’11 marzo scorso dal terremoto e dallo tsunami — dove si è recato per portare la vicinanza e la solidarietà del Papa. «In queste parole — spiega al nostro giornale — è descritto l’ideale del giapponese: avere uno spirito e un corpo resistenti, una vita modesta e coltivare l’armonia intorno a sé e dentro se stessi. Ed è proprio leggendole che ho capito la tenacia e la determinazione con cui questo popolo sta affrontando la catastrofe».

Qual è stato l’intento principale del suo viaggio?

Com’è noto, il nostro dicastero ha il compito di realizzare a nome del Papa segni di carità e di compassione, soprattutto in occasione di emergenze umanitarie. Benedetto XVI ha voluto che io mi recassi in Giappone per dare un segno della sua vicinanza a quella popolazione e in particolare ai cattolici che vivono nel Paese. È una comunità piccola rispetto al grande numero di abitanti. La visita voleva manifestare la comunione che ci lega. Così, sabato 14 maggio, dopo aver visitato al mattino la diocesi di Saitama — duramente colpita dallo tsunami — insieme al nunzio apostolico, l’arcivescovo Bottari de Castello, al presidente della Conferenza episcopale giapponese, monsignor Ikenaga, all’arcivescovo di Tōkyō, monsignor Okada, a una delegazione dei presuli delle diocesi più colpite e ai rappresentanti di Caritas Giappone, abbiamo partecipato alla messa di ringraziamento per la beatificazione di Giovanni Paolo II nella cattedrale di Tokyo. Domenica, a Sendai, dopo la celebrazione dell’Eucaristia, c’è stato un altro commovente incontro con quanti hanno perso i loro cari e tutti i beni: a loro ho fatto dono di un rosario del Papa. Avendo avuto modo di vedere i luoghi e di incontrarmi con la popolazione locale, ho potuto constatare di persona quanto i danni siano immensi: soprattutto a Shiogama, Schichigahama, Ishinomaki e lungo tutta la costa di Kesennuma, lo spettacolo che si presenta agli occhi è ancora spaventoso. Secondo i dati disponibili, sono più di diecimila le persone che hanno perso la vita a causa del terremoto e dello tsunami.

Cosa l’ha colpita di più nel corso di questo viaggio?

Oltre che dalla devastazione, sono stato molto colpito dalla bellezza del Paese, dal dinamismo e dal coraggio combattivo del popolo giapponese, che si è subito messo in moto per fronteggiare una situazione così grave. Dappertutto si vedono persone che puliscono, ricostruiscono e riprendono la vita normale. Certo, sono cataclismi le cui conseguenze si faranno sentire ancora per molto tempo. Ma la tenacia, la disciplina e l’attaccamento al lavoro della gente aiuteranno a superare questo momento così difficile. È un popolo di una grande delicatezza e di una educazione molto raffinata. Sono stato ricevuto dal presidente della Matsushima Tourist Association, Kyuichiro Sato, e anche dal sindaco di Sendai, la signora Emiko Okuyama. Mi hanno usato molte cortesie. Sendai è stata la prima città a creare legami tra il Giappone e l’Europa. Ricordiamo che nel 1613 il re di Boju, Joate Masamune, inviò l’ambasciatore Hasekura Rokuemon Tsunenaga in Spagna e a Roma, dove ebbe un’udienza con Paolo v nel novembre del 1615. Il sindaco ha ricordato questo evento storico con tanta gioia e orgoglio, con il desiderio e il progetto di una visita a Roma e in Vaticano per mantenere e rafforzare questo legame culturale e spirituale.

Che senso ha la testimonianza di carità in un Paese dove la Chiesa è numericamente così ridotta?

Io credo che anche in una situazione come questa, valga la parola del Vangelo: la Chiesa è un lievito, cioè un piccolo fermento nella pasta. Di per sé non sono i grandi numeri che contano, ma la testimonianza. Così la nostra presenza nella carità vuole essere un segno che il Vangelo di Cristo apre all’uomo il senso profondo della sua esistenza, e soprattutto lo apre all’amore a Dio e ai suoi fratelli. Questo vale per ogni uomo e donna, siano essi cristiani o no. Un segno concreto e tangibile di questa testimonianza è il vero e proprio «maremoto» di solidarietà che è stato generato in questi mesi tra i fedeli, attraverso le Caritas di tutto il mondo. Caritas Internationalis ha realizzato un ammirevole lavoro di coordinamento di tutte le risorse, consentendo alla Caritas del Giappone di offrire — senza distinzione di credo o condizione personale — generi di primo soccorso a oltre diecimila persone. La Chiesa non è mai piccola, anche se numericamente ridotta, perché porta in sé l’amore infinito di Dio che la rende umile ma smisuratamente potente nel testimoniare la compassione del Signore.

Domenica prossima si apre un altro importante appuntamento, l’assemblea generale di Caritas Internationalis. Con quali intenti?

A Roma ci saranno i rappresentanti delle 165 Caritas nazionali per la loro periodica assemblea, che si riunisce ogni quattro anni per rinnovare gli organi in ambito internazionale. Quest’anno si tratta di un incontro importante in quanto coincide con i sessant’anni dalla fondazione di Caritas Internationalis. Dopo gli sconvolgimenti della guerra, Pio XII ebbe la felice intuizione di unire gli sforzi degli organismi cattolici che fanno capo ai vescovi per affrontare le diverse emergenze. Sessant’anni sono un periodo sufficientemente lungo per ringraziare il Signore per il tanto bene che Caritas Internationalis ha realizzato in ogni parte del mondo a nome della Chiesa cattolica. Siamo molto grati alle tante persone che collaborano in questo ambito. Perciò la Santa Sede seguirà con grande partecipazione questa assise. Nel pomeriggio di domenica il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, presiederà una messa solenne di ringraziamento.

Cosa ci si aspetta da un’assemblea così importante?

Ho buone ragioni per pensare che i membri di Caritas Internationalis vorranno esprimere in questa assemblea la loro profonda comunione con il Pontefice. Il Papa a suo tempo ha istituito questo organismo; e il Papa ancora oggi continua a contare sulla sua testimonianza. Credo che questa sincera adesione sarà il primo frutto dell’assemblea. Poi certamente questi incontri sono utili per trovare nuova forza e convincimento nell’affrontare le tante situazioni che ci stanno davanti e in cui c’è bisogno di una presenza forte degli organismi cattolici: penso ovviamente alle realtà di miseria, alle catastrofi umanitarie, alla presenza a nome della Chiesa nei consessi internazionali. Soprattutto, dobbiamo manifestare alla Chiesa e al mondo che abbiamo a cuore i poveri, che Gesù è venuto specialmente per loro, che la Chiesa deve camminare al loro fianco. Senza dimenticare che il volto di queste povertà, oggi, continua a cambiare. Ci sono i poveri materiali e i poveri spirituali. Ci sono quelli a cui non è riconosciuta la dignità e quelli che vivono come se Dio non esistesse, ripiegati su se stessi e sulle loro miserie, e non hanno speranza. La Chiesa parla a tutti e, attraverso parole e opere, vuole dire che Dio è carità. Sono certo che la riflessione sull’enciclica di Benedetto XVI Deus caritas est e la celebrazione dell’Eucaristia durante questa assemblea ci aiuteranno a riscoprire la sorgente del vero amore che ci spinge verso i poveri e i sofferenti del mondo.

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17 ottobre 2019

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