Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

La via della comunione

La vigilia dei viaggi apostolici è sempre carica di attesa, specie per la comunità ecclesiale che si appresta ad accogliere nel successore di Pietro il pastore inviato da Cristo a confermare i fratelli e le sorelle nella fede. Così incoraggiata, la fede dà vigore alla testimonianza e la rende perseverante, affinché la grazia del Vangelo rifluisca sulla società intera. È proprio la comunità umana, con la quale i cristiani condividono le prospettive di bene per il futuro, come le gioie e le difficoltà del presente, a percepire in ogni visita papale un dono. Una prova di una vicinanza. Un segno di un apprezzamento che addita i vari Paesi visitati alla sollecitudine di tutta la Chiesa e all’attenzione del mondo.

Ma in ognuna di tali vigilie, e mi riferisco sia ai viaggi di Benedetto XVI sia a quelli di Giovanni Paolo II, è sempre affiorata quella incertezza, che rende più intensa la preghiera affinché il Signore vegli sul pellegrino della speranza e della pace, e ne renda fecondo il servizio apostolico. Talora, le perplessità e persino le incomprensioni di talune componenti sociali o religiose delle nazioni destinatarie della visita avevano alimentato notevoli preoccupazioni. L’incontro, poi, si è puntualmente rivelato portatore di comunione all’insegna del rispetto ospitale, fino a suscitare il desiderio, del tutto inaspettato, di dare tempo ulteriore alla fraternità cordiale instaurata dalla presenza mite e avvincente di Benedetto XVI. Vorrei solo menzionare, tra i ricordi personali, il viaggio apostolico in Turchia e il clima disteso e costruttivo in cui si è svolto a comune soddisfazione e consolazione.

La visita in Libano è attesa dall’intera nazione. Si preannuncia come un avvenimento volto a confermarla in quella missione che le ha affidato Giovanni Paolo II, quando la definì «un messaggio» di convivenza rispettosa e solidale. Il Papa riconoscerà al «Paese dei cedri» tale esemplarità a dispetto delle smentite del passato e nonostante il delicato equilibrio del presente. Componenti religiose e tradizioni culturali dai caratteri storici talora nettamente e volutamente diversificati hanno saputo, infatti, avvicinarsi e rimanere vicine grazie a una plurisecolare frequentazione. Il profilo unificante del singolare processo va innegabilmente individuato nella dimensione religiosa della vita personale e sociale, palesemente riconosciuta, insieme ad altri elementi comuni di rilievo, quali la lingua araba. Su questa feconda base, tra le più alterne e a volte dolorose vicende, il Libano ha saputo credere nella «intesa possibile», mai cedendo alla fragilità dei risultati e piuttosto dando credito alla condivisa appartenenza a una «terra» venuta dalle mani di Dio e da lui benedetta quale casa accogliente per tutti.

Ma anche per questo viaggio la dimensione dell’incertezza non manca. Non possiamo negare l’apprensione forte e la pena che portiamo nel cuore in questa vigilia per l’inarrestabile violenza che affligge la Siria fino a lambire il Libano e a riversare sulla regione un flusso di profughi alla ricerca disperata di sicurezza e futuro. È il Papa stesso a riconoscere «la situazione spesso drammatica vissuta dalle popolazioni della regione martoriata da troppo tempo per gli incessanti conflitti» e a comprendere «l’angoscia di numerosi mediorientali immersi quotidianamente nelle sofferenze di ogni genere che affliggono tristemente, e talora mortalmente, la loro vita personale e familiare».

Così, anche stavolta, attesa e incertezza intensificano l’affidamento a Dio e alla sua Santissima Madre perché i passi della speranza e della pace del vescovo di Roma lascino una traccia profonda nei cuori e nei popoli del Medio Oriente. In termini particolarmente cordiali, all’Angelus di domenica scorsa, Benedetto XVI ha collocato il viaggio nell’esclusivo orizzonte della pace. «Vi do la mia pace» (Giovanni, 14, 27): è la parola di Cristo con la quale egli ha anticipato la benedizione offerta al «popolo libanese e alle sue autorità, ai cristiani di quel caro Paese e quanti verranno dai Paesi vicini». Il Santo Padre dona l’abbraccio della pace al «Libano e per estensione all’insieme del Medio Oriente» e impegna tutti in un dialogo al livello più alto e più vero, quello religioso. Con la forza di Gesù, il Papa di Roma, inerme come i profeti e perciò umilmente risoluto, invocherà la pace bussando alla coscienza di ciascuno, dei cattolici e dei fratelli in Cristo, come di tutti quanti condividono l’obbedienza al Dio unico e misericordioso.

Giunto a Beirut, egli dovrà salire verso la montagna che si affaccia sulla splendida baia ove è situata la capitale. Là si trova Harissa, con la nunziatura apostolica che lo ospiterà. Ma anche il santuario che la Chiesa melchita ha dedicato all’apostolo Paolo, dove consegnerà l’esortazione frutto del Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente. Sempre sulla montagna, a Bkerké, residenza del patriarca maronita, incontrerà i giovani e li porrà sotto la protezione di san Marone. Vissuto 1600 anni or sono, il monaco fondatore della storica Chiesa che prende il suo nome, ci porta col cuore in Siria: là visse la sua dedizione straordinaria a Dio e ai fratelli, contribuendo «a far fiorire il deserto» con l’inarrestabile diffusione della vita eremitica nelle sue espressioni più rigorose. Vicino ad Harissa, a Charfet e Bzommar, il Papa sarà accolto rispettivamente dai Patriarchi siro e armeno cattolici per alcuni importanti momenti ecumenici e interreligiosi, prima della messa conclusiva di Beirut, dove giungeranno anche i pastori e i fedeli della Chiesa latina sia libanese sia dell’area circostante, come pure della Chiesa caldea e copta, perché siano rappresentate tutte le tradizioni che arricchiscono la Chiesa cattolica. Nella loro varietà, esse esaltano, infatti, la multiforme sapienza dell’unico Spirito di Cristo.

Una grande statua di Cristo Re, con le braccia spalancate tra la terra e il cielo, domina la montagna sovrastante Beirut. La si ammira, insieme alla Croce, prima di intravvedere quella, altrettanto imponente, di Nostra Signora del Libano attigua al Santuario di Harissa, che è il cuore mariano al quale tornano con l’emozione dei figli i libanesi della madrepatria e quelli sparsi nel mondo. Benedetto XVI dallo stesso monte eleverà la preghiera della pace quasi a reggere le braccia già aperte del Signore ed emulando la scena biblica di Mosè, sostenuto da Aronne e Cur perché mantenesse le mani oranti verso Dio. Purtroppo, anche ai nostri giorni, poco lontano da quella montagna «ferve la battaglia». Le Chiese del Libano saranno accanto al Papa, precedute dalla teoria luminosa dei loro santi e beati: Marone, Charbel, Rafka, Nimatullah, Yacoub, Esthephan. A esse si uniranno le Chiese dell’intero Medio Oriente, arricchite fin dall’epoca apostolica dalla intercessione dei martiri, dei padri e dei dottori, degli innumerevoli discepoli del Signore. Il Sinodo le ha poste sulle vie della comunione e della testimonianza. Ora sono decise a vivere l’Anno della fede nella responsabilità della nuova evangelizzazione. Pregando col successore di Pietro, e grazie al suo insegnamento, riusciranno ad alimentare ovunque la speranza perché mai si ceda con rassegnazione alla violenza e piuttosto si continui a credere fermamente nel dialogo e nella riconciliazione.

Tutto è pronto per lo storico viaggio. Non manchi la nostra preghiera perché il Libano possa parlare con voce ferma e convincente, insieme a Benedetto XVI, della pace radicata nel riferimento a Dio, la sola che trovando una superiore garanzia può aspirare a durare a lungo inalterata e stabile. È questo il «messaggio» più attuale che il Libano può donare al mondo.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

20 luglio 2019

NOTIZIE CORRELATE