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Radici del presente

· Nel libro «1947» di Elizabeth Åsbrink ·

Dove comincia il presente? Quando nascono le forze, i conflitti e le idee che governano la nostra epoca? È la domanda che si pone l’autrice di questo libro 1947 (Milano, Iperborea, 2018, pagine 320, euro 18), individuando nell’anno 1947, che disseziona mese per mese, l’origine del nostro mondo di oggi: il momento in cui i giochi sono ancora aperti, e in cui vengono realizzate le scelte che condizioneranno il nostro presente. Elizabeth Åsbrink, scrittrice e giornalista svedese, figlia di un ebreo ungherese sopravvissuto allo sterminio di gran parte della sua famiglia, sceglie per questo libro, che è volutamente non accademico anche se documentato con il massimo rigore, una scrittura narrativa di grande fascino, che lo rende molto simile a un romanzo. Ma romanzo non è, dal momento che l’autrice, come nei suoi libri precedenti, non si è limitata a documentarsi sulla storiografia e sulle fonti letterarie, ma ha anche interrogato approfonditamente gli archivi, i documenti. Il risultato è un libro affascinante, uscito in Svezia nel 2016 e accolto con grande favore dalla critica e dal pubblico, vincitore del prestigioso premio August. I fili che si susseguono nel libro, di mese in mese, non coprono però tutta la gamma degli eventi. 

La nave Exodus, 1947

L’autrice si è lasciata la libertà di scegliere sia i fatti da raccontare, sia il rilievo da dare agli uni o agli altri. Il suo 1947 è un anno in cui l’Europa non è ancora del tutto uscita dalle terribili devastazioni della guerra, descritte da Keith Lowe nel suo Il continente selvaggio, a cui l’autrice rimanda: un territorio devastato e affamato percorso da fiumane di profughi. Ma le scelte politiche europee hanno effetti anche sul resto del mondo: in particolare, la fine dell’impero britannico, con l’autonomia dell’India e la sanguinosissima divisione fra India e Pakistan, e la fine del mandato sulla Palestina. È questo un filone seguito con attenzione particolare nel libro, dalla storia dell’Exodus, la nave bloccata dagli inglesi davanti alla Palestina con il suo carico di oltre 4000 sopravvissuti, riportati addirittura negli ex campi di concentramento tedeschi, fino alla votazione dell’Onu e alla spartizione, all’espulsione dei palestinesi, che racconta appoggiandosi tanto sugli studi di Benny Morris che sugli archivi palestinesi. Nel frattempo, altri fili importanti si intrecciano intorno a questi: i processi di Norimberga, importanti anche se ancora privi degli strumenti giuridici necessari a definire gli orrori che devono giudicare; la formazione clandestina delle organizzazioni neonaziste, particolarmente attive in Svezia come in Medio Oriente e poi in Argentina sotto Peron, il negazionismo in Francia con Bardèche, la presidenza Truman negli Stati Uniti, l’idea dei diritti umani e di genocidio, che si afferma con grande difficoltà grazie allo sforzo del giurista ebreo Raphael Lemkin, da tutti misconosciuto, e alla straordinaria attività di Eleonor Roosevelt, che proprio nel gennaio di quell’anno inizia a dirigere il gruppo che stenderà la Carta dei diritti umani. Nel 1947, Primo Levi pubblica a Torino con la piccola casa editrice di Franco Antonicelli, De Silva, la prima edizione di Se questo è un uomo, dopo il rifiuto di Einaudi. E ancora, Christian Dior rivoluziona la moda femminile; Simone De Beauvoir si innamora follemente in America dello scrittore Nelson Algren pur senza rinunciare al suo rapporto con Sartre; George Orwell, molto malato, scrive il suo ultimo straordinario libro, 1984; in URSS viene inventato il Kalashnikoff. Nasce la Cia, si va verso il maccartismo, il mondo intero si divide fra mondo occidentale e mondo comunista: è la guerra fredda che inizia. 

Alla metà del libro, l’inserzione della storia personale dell’autrice: la storia cioè del padre bambino, orfano del padre assassinato nella Shoah, che sceglie di restare a vivere in Ungheria e di non andare in Palestina. I suoi compagni saliranno invece sulla nave Exodus e avranno tutta un’altra storia. Un padre che un giorno le scrive una lettera in cui le dice: «Non provare mai pena per te stessa».
Un anno, quindi, importantissimo, in cui molte delle cose che ancora segnano la nostra vita hanno inizio. L’autrice non si sofferma a domandarsi se avrebbero potuto andare diversamente, ma in molti casi questa domanda emerge proprio dal suo racconto, come nel caso della nascita di Israele, che non ci appare un esito necessario se seguiamo con lei le incertezze e le esitazioni della commissione internazionale incaricata di valutare la situazione e presentarla all’Onu. La storia non è mai necessaria, ci dice l’autrice. Perfino il tempo è incerto. E gli orologi passano di mano in mano, spesso dalle vittime ai carnefici, segnando tempi diversi. E in mezzo agli orologi cera cresciuto anche Hasan al-Banna, un altro dei protagonisti del libro, il fondatore dei Fratelli Musulmani, che il primo ottobre del 1947, mentre l’Onu si accinge a decidere la nascita di Israele, offre alla Lega araba 10000 uomini armati per difendere la Palestina.
Un libro affascinante, di grande rigore e bellezza insieme, come a dirci che si può essere rigorosi e narrare, che la bellezza non appartiene solo alla sfera della fiction. Che la verità può anche essere raccontata come una favola, e come tale letta da molti, non solo affidata al linguaggio astruso degli specialisti.

di Anna Foa

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24 agosto 2019

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