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La verità distorta
sul fine vita

· ​Vivere e morire con dignità ·

Il rapporto tra malato e medico «deve tornare a basarsi su di un dialogo fatto di ascolto, di rispetto, di interesse; deve tornare a essere un autentico incontro tra due uomini liberi o, come è stato detto, tra una fiducia e una coscienza» diceva Giovanni Paolo II ai medici riuniti in congresso che lo ascoltavano nell’ottobre del 1980. Il Papa parlava alle coscienze e, indirettamente, anche alle «fiducie»: parlava a tutti, medici e pazienti, sicuramente avendo bene in mente che vi sono medici divenuti pazienti e pazienti-medici.

In Italia, i fatti di questi ultimi giorni, vissuti da medico palliativista, fanno soffrire e fanno riflettere. Da una parte c’è la sofferenza di chi non vede via d’uscita alla propria situazione se non quella di chiedere la morte e dall’altra parte c’è chi usa questa sofferenza come un grimaldello per scardinare non solo il rapporto tra medico e paziente ma anche quello alla base del vivere civile. Per portare avanti questa operazione, il cui vero volto è spesso quello di interessi economici palesi se si pensa al costo per la società di assistere i propri membri più fragili, non ci si può limitare a raccontare i fatti: si deve distorcere la realtà.

E così ai cittadini viene insinuato il sospetto che i malati inguaribili vorrebbero morire al più presto magari con il suicidio assistito, vengono presentati dati dai quali si evincerebbe che l’Italia, consueto fanalino di coda di un dubbio progresso, sarebbe uno degli ultimi posti dove certi presunti diritti non vengono riconosciuti, viene affermato che l’alternativa è tra il soffrire senza speranza e il richiedere la morte. Il risultato che si ricerca non è quello di informare la popolazione in modo corretto ma di frastornarla, di confonderla, di impaurirla cercando di far andare quello che si immagina come un gregge in una direzione ben precisa: per portare ancora una volta alla trasformazione dei desideri in diritti, facendo credere che darsi la morte sia scontato e quasi doveroso in certe situazioni.

Le cose non stanno così. Lo scrivo di sera, dopo una mattina trascorsa, come tante altre, con i malati e con le loro famiglie. I pazienti giunti al termine della loro vita non vogliono morire, ma vivere con dignità. Vorrebbero avere, come mi diceva poche ore fa il signor Giovanni, affetto da una sclerosi laterale amiotrofica che gli ha tolto la parola ma che ancora gli permette di scrivere, il tempo per pensare se di fronte a una crisi respiratoria vorranno essere tracheostomizzati o no. Vorrebbero provare, come la signora Anna affetta da un carcinoma del polmone con metastasi cerebrali, semplicemente a farsi leggere qualcosa dalla figlia «per sentirne la voce ancora una volta». Vorrebbero non soffrire e continuare a vivere fino alla fine.

La realtà è piena di sfumature, complessa come l’essere umano, piena di passi avanti e di ripensamenti: molto diversa da quello che molti in questi giorni vorrebbero farci credere, e comunque l’alternativa non è tra il soffrire senza speranza e il chiedere di morire. È come se si dimenticasse la vita con la sua forza dirompente, una forza incontenibile anche quando va tutto male. L’uomo è fatto per la vita e il medico ha il grande privilegio di distinguere questo sigillo anche quando è nascosto sotto le piaghe. Questo non vuol dire accanirsi per la vita a tutti i costi ma nemmeno abbandonare una persona alla propria scelta di suicidarsi, una scelta che vista sotto la giusta prospettiva è sempre e solo una sconfitta.

Dialogo, ascolto, rispetto, interesse, incontro, libertà, fiducia, coscienza: sono le parole che Giovanni Paolo ii ha utilizzato per indicarci la strada di una relazione vitale, sono le parole che in questi giorni paiono soffocate da un’onda di marea che vorrebbe privare l’uomo della sua complessità e della sua vera autonomia anche nell’estrema debolezza e nella dipendenza, rendendolo vittima di quella «cultura dello scarto» tante volte evocata da Papa Francesco.

«La concezione dei diritti umani è naufragata — scriveva Hanna Arendt — nel momento in cui sono comparsi individui che avevano perso tutte le altre qualità e relazioni specifiche, tranne la loro qualità umana. Il mondo non ha trovato nulla di sacro nell’astratta nudità dell’essere umano». Ma sappiamo che l’uomo non è mai astrattamente nudo: la mano di Dio o quella di un altro uomo lo riscaldano anche nel freddo più intenso.

di Ferdinando Cancelli

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