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La verità
delle cose

· Ripubblicate le poesie di Carlo Betocchi ·

La poesia italiana del Novecento non ha visto soltanto protagonisti i grandi maestri dell’affermazione in negativo (Montale, Caproni, Sereni etc.). C’è stata una nutrita schiera di autori scopertamente alla ricerca dell’assoluto, dell’entusiastica interiezione, della “loda” in senso dantesco. Oltre il consolidatissimo Luzi — in particolare, il Luzi “paradisiaco”, da Per il battesimo dei nostri frammenti (1985) in poi — il più insigne rappresentante (anch’egli milite, in prima istanza, del cosiddetto “ermetismo fiorentino”) è Carlo Betocchi, di cui Garzanti, a ventitré anni dalla prima edizione, ripubblica Tutte le poesie (a cura di Luigina Stefani, prefazione di Giovanni Raboni, 2019, pagine 688, euro 30), corredate dei contributi critici di Pasolini, Caproni, Bo, Porta, Luzi, Baldacci e Zanzotto. 

Carlo Betocchi e Mario Luzi

Sono all’incirca tre le fasi della lirica betocchiana: come ricorda Raboni, dalla «natura essenzialmente, intimamente realistica del Betocchi estatico e visionario delle prime raccolte» si arriva al «narrativo e gnomico degli anni Cinquanta» fino a quello più «disperatamente, potentemente diaristico e introspettivo dell’ultima stagione». Nato a Torino nel 1899, ma toscano di adozione, dopo alcuni spostamenti in varie città italiane per la sua attività di agrimensore (lo stesso mestiere di K., celebre personaggio del Castello di Kafka), ritorna a Firenze definitivamente dal ’53, come insegnante di Lettere presso il Conservatorio Luigi Cherubini. Pubblica, intanto, nel ’32 Realtà vince il sogno, che sin dal titolo propone di ricondurre la poesia alla verità delle cose, fenomenologicamente esperite nella loro larghezza e capienza di significato. Se la cantabilità del dettame è, come ha notato Contini, lievemente «eccentrica» (con sintomatico accenno a Giovanni Papini), i contenuti sono al limite della contemplazione: passaggi angelici («E apparvero, con le puntute ali/ di bianco fuoco vivo drizzate e ardenti/ gli angioli dalle vallate orientali,/ le estreme piume rosee e languenti», Io un’ alba guardai il cielo), sogni personificati in «un giovane bruno e uno biondo» (Sulla natura dei sogni), il potente riemergere del giorno come «virgo immortale» (Canto per l’alba imminente). Prevale, dunque, un tentativo di conoscenza aurorale, una sorta di primigeneità del poetico che si manifesta nella selva di simboli scabri, nel quotidiano pascolismo della natura fotografata in atteggiamenti di umile referenzialità. Notevole è l’influsso, per excerpta e in forma di filtro da autodidatta, di Rimbaud e Laforgue, soprattutto, nella veste del suo magistero eliotiano. Con Notizie e Tetti toscani, e ancor di più con L’estate di San Martino (1961), si passa a quello che Raboni ha definito quale «realismo della realtà», all’insegna dell’allegria — fondamentale parola dal sapore ungarettiano — anche quando il patimento si impone nel primo declinare dell’esistenza («E tu che guardi, o esistere/ cui amarsi è già corrompersi;/ e che ti specchi in questo dubbio/ e certezza, e nascere e morire./ pietà, ma non di sé: specchio/ non del cupido esigere:/ ma fede, o alba del cristiano,/ che crede all’immolarsi, ed alla vittima», Alla finestra, d’inverno, all’ora della prima messa).
Il cattolicesimo di Betocchi, letterariamente esposto all’impeto sperimentatore del gesuita Hopkins, è vivo nel limpido verseggiare del soggetto che scruta a raso lo sciame della vita dalle altezze della città («Copriamo/ la custodita messe ai tuoi granai./ O come divino spazia su di noi/ il tuo occhio, dal senso inafferrabile», Dai tetti). Come la lirica betocchiana sia, a questo punto della sua parabola, antropologicamente centrata nella sua consistenza e fattura spirituale, lo ha dimostrato un recente convegno tenutosi all’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, «Ciò che occorre è un uomo» (Atti del convegno. Urbino, 14-15 dicembre 2016, a cura di Salvatore Ritrovato, Annalisa Giulietti e Giorgio Tabanelli, 2018, Raffaelli, pagine 164, euro 15). La lunga malattia della moglie Emilia e l’inoltrarsi della vecchiaia nelle prefigurazioni mortuarie riportano il poeta, sul finire dell’Estate di San Martino, a un’espressività autenticamente moderna, sempre più oracolare e asfittica, ma anche capace di interrogazioni e guizzi epirrematici tra i più alti del nostro Novecento: il Diarietto invecchiando, forse il vertice dell’opera betocchiana, è una sequenza lirica in venti parti che si misura con la migliore tradizione anglosassone, da Eliot in giù. I richiami impliciti e segnatamente narrativi certificano l’esigenza di una maggiore pienezza dell’io («un’altra/ più vera gioventù»), che ha allusivamente a che fare con una concezione immacolata da raggiungere, la perfettività della condizione umana anelata dall’io franto («Ma tutto sta nel precedere/ ciò che sarà, o nel lasciare// che tutto ci preceda,/ senza mai trarre un lamento,/ nella fede duratura/ che verdeggia all’infinito»).
Certo è che al poeta, da vecchio, non bastano più le euforie della realitas e le mimesi paesaggistiche: è stato rimarcato, con un po’ di esagerazione, che il Betocchi della vecchiaia muta la sua prospettiva religiosa a causa del tarlo del dubbio. Ma la vena prosastico-diaristica, l’abbandono — non definitivo — delle modulazioni classiche e la tensione a un’esperienza di vita intricata ed esanime conducono l’autore fiorentino a una più sincera inchiesta dell’innocenza e della purità («la vera bellezza non era difforme/ dal tuo dolore di perderla»), sempre puntellata — davvero con Luzi e, insospettabilmente, con Caproni — dalla precisione del richiamo mariano («Ave Maria gratia plena/ Dominus tecum/ Benedicta tu in mulieribus...»). Un versificare sverniciato di sottintesi, reticenze, particelle disgiuntive che aprono e chiudono le differenti numerazioni liriche, spesso monostrofiche, singoli testi legati a un singolo leitmotiv, da Betocchi reduplicato all’infinito, quasi sentisse di aver colto sul fatto una vincente strategia poetica.
Un passo e un altro passo (1967) e Ultimissime (1974) sono nel segno di questa nuova accensione che Raboni inserisce nel punto estremo di una soggettività “oggettiva” e di un molto avvincente «realismo del corpo»: corpo che è nitore da acquisire, promessa oltre il visibile cascame, poesia: «Od anche, come qui confesserai:/ Questa nuda parola, questo dire/ che non può mai essere inutile,/ questo equilibrio di pensiero ed atto/ che si svela in pronunzia, e non è/ che coscienza, un silenzio parlante,/ questo nudo snidare in se stesso/ l’altrui, e l’Altro, che dal sé distinto/ incombe, e promuove l’esistere/ nel nome di Lui, e il parlare/ nel nome di tutti, questo, mi pare,/ nella mia miseria, il promiscuo/ sentire che sussurra: — poesia» (Di quando in quando). Che tutte le letterature al limite saliente del loro dictum sfocino nella tensione all’innocenza (definita da Walcott «Innocenza Essenziale»), «verzicante di memoria» del Dio veniente, tanto da poter parlare di una mariologia della letteratura — cos’altro è infatti la poésie pure di Valéry, o il fanciullino di Pascoli, o la Reine Sprache di Benjamin? —, resta uno dei fondamentali insegnamenti del grande canto della nostra epoca. Betocchi non è da meno.
«Che l’innocenza, al pari della/ colpa, può sorprenderci sempre,/ sostituirsi al nostr’essere inane./ Se tu sei tu, al di là della ragione sei/ l’innocenza, oppure sei la colpa» (Il vecchio: stravaganze, sventura, destino). Questo pensiero non abbandona il poeta nelle lucidissime Poesie del sabato (1980) — pubblicate sei anni prima della scomparsa — e nelle Poesie disperse, finale riprova di un’esistenza trascorsa nelle vie «segnate dal Vangelo», proprio nel momento in cui il dolore del distacco è lancinante, «fra cielo e terra insondabile» (A mani giunte): ecco il sabato — verrebbe da dire: ecco la poesia alla sua sommità come donna del sabato —, ecco la resa dei conti, ancora fiduciosa e pienamente in assenso, là dove «ogni apparenza di morte non è,/ nell’esistere, che un confidare la carità/ del vissuto a ciò che sempre vivrà».

di Alberto Fraccacreta

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14 ottobre 2019

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