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La verginità è imitazione di Cristo

· Un libro di monsignor Massimo Camisasca sul sacerdozio ·

Padre. Ci saranno ancora sacerdoti nella Chiesa? (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2010, pagine 222, euro 16) è il titolo del libro scritto dal superiore generale della Fraternità sacerdotale dei missionari di San Carlo Borromeo in occasione dell'Anno sacerdotale. Proponiamo la parte dedicata al tema del celibato tratta dal capitolo intitolato «La verginità».

La vita di un sacerdote, se è alimentata dalla preghiera e dalle responsabilità del proprio ministero, può essere una vita intensamente affettiva, pienamente realizzata. Gesù ha promesso il centuplo a chi lo segue (cfr. Marco , 10, 30; Matteo , 19, 29). Non dobbiamo dimenticare che questa promessa, che vale certamente per ogni cristiano, è fatta da Gesù proprio nel momento in cui gli apostoli rispondono al suo invito a lasciare tutto per seguirlo. Seguire Cristo non è dunque una via negativa. La verginità non è non avere affetti, anche se implica il rinunciare a una famiglia carnale, al rapporto fisico con una donna, per essere totalmente disponibili al ministero affidato dal Signore.

Un sacerdote che dovesse occuparsi della moglie, del lavoro, del mantenimento e dell'educazione dei figli, sarebbe pur sempre un uomo che deve trovare spazio per il suo ministero in mezzo ad altri impegni. Egli potrà essere tentato di «piegare» il ministero all'esigenza della famiglia, esponendosi più facilmente a critiche e malumori. Non potrà essere facilmente spostato, non potrà essere interamente disponibile per il Vangelo. Altre preoccupazioni, economiche e morali, attraverserebbero la sua attività pastorale, generando dei conflitti.

Non sono affatto convinto che la rinuncia al celibato aumenterebbe il numero dei sacerdoti. Sono soprattutto convinto che tale scelta ridurrebbe la capacità di testimonianza che oggi ha il sacerdote cattolico. Essa gli viene da una possibilità d'usare delle cose del mondo soltanto in funzione del regno di Dio e non di altre persone a cui dovrebbe, se sposato, doverosamente provvedere.

La vita familiare oggi è segnata da molte difficoltà. Perché aggiungerle alle difficoltà del ministero? Solo un'obiezione potrebbe reggere: se noi potessimo dimostrare che l'assenza della compagnia d'una donna che arrivi fino all'intimità coniugale diminuisca l'umanità della persona. Dovremmo però arrivare a concludere che Gesù era un uomo diminuito.

L'uomo può vivere umanamente senza l'esperienza dell'intimità sessuale? O invece la Chiesa chiede ai suoi figli qualcosa di impossibile? Oppure, ancora, sa benissimo che non è possibile vivere nella verginità ed esige il celibato solo per meglio governare i preti?

L'esperienza di migliaia di sacerdoti, sorretti dalla grazia e dall'esempio stesso di Gesù, ci porta a rispondere che l'astensione dai rapporti sessuali non è né impossibile né disumana.

Il grande biologo Jérôme Lejeune ha scritto a proposito della pulsione genitale: «Per fondamentale che essa sia (ne dipende l'avvenire della specie) questa funzione biologica è l'unica la cui mancata soddisfazione non comporta alcuna patologia. Non si può dire lo stesso della fame, della sete o del bisogno di dormire. Nel celibato la pulsione persiste, sempre altrettanto specializzata, ma l'appetito si generalizza. Da genitale che era si accresce genialmente, risalendo l'albero della vita fino a Colui che la genera».

Detto ciò, la scelta della Chiesa non nasce da una visione sessuofobica. Anche se in altri secoli, soprattutto per l'influsso del platonismo nell'antichità e del puritanesimo nell'età moderna, alcuni settori della Chiesa possono aver favorito e vissuto una visione negativa della sessualità, la concezione cristiana dell'uomo non è caratterizzata da questo atteggiamento. La famiglia ha trovato ripetutamente, specie in questi ultimi decenni, il proprio sostegno e incoraggiamento anche da parte delle più alte gerarchie della Chiesa. Anzi, si può dire amaramente che la Chiesa cattolica si trova spesso isolata a sostenere ancora la famiglia monogamica che nasce dal matrimonio tra un uomo e una donna.

Cosa sta, allora, all'origine della scelta, che si è andata affermando con decisione nella Chiesa latina dal iv secolo in poi, di chiedere ai sacerdoti di vivere senza sposarsi?

Le ragioni del celibato sono molto più profonde di quelle finora descritte. Si trovano in maniera radicale soltanto nella scelta che Gesù stesso ha fatto e che ha chiesto ai suoi. Lui non si è sposato, benché avesse in altissima considerazione le donne, come mostrano il rapporto con sua madre, con Marta e Maria, con la Maddalena a cui è apparso per primo dopo la resurrezione, con l'adultera e le altre peccatrici che ha incontrato e perdonato. Egli ha voluto che il matrimonio risplendesse di nuovo nella sua indissolubilità, come segno efficace d'unione tra Dio e l'umanità, tra lui stesso e la sua Chiesa. Nulla o ben poco nella cultura ebraica portava nella direzione del celibato. Non avere figli era considerato una maledizione. Perché allora questa scelta di Gesù, se non perché egli riteneva che essa esprimesse, più d'ogni altra, il suo cuore indiviso nell'amore del Padre e degli uomini?

La verginità cristiana può essere compresa soltanto alla luce della fede. Essa è imitazione di Cristo, la forma più alta d'immedesimazione con la sua umanità. Gesù ha vissuto una completa dipendenza amorosa dal Padre. Il Figlio e il Padre sono una cosa sola, egli fa quello che il Padre gli dice, quello che piace al Padre (cfr. Giovanni , 8, 28-29; 10, 30; 14, 31). Questo è innanzitutto la verginità: vivere interamente per Dio, partecipare della sua volontà, dedicare tutte le proprie energie al suo regno nel mondo.

Nello stesso tempo, Gesù ha dato tutto se stesso per riconciliare gli uomini col Padre, è vissuto, morto e risorto per loro, ha donato il suo Spirito per formare il popolo nuovo. Anche questo è verginità: il legame indissolubile di Gesù con la sua Chiesa.

Anche il sacerdote dona la vita per i suoi fratelli, «realizza quell'unione nuziale che, secondo i più grandi maestri, è precisamente la perfezione stessa della vita spirituale (...) Il matrimonio è stato elevato da Cristo a dignità di sacramento, perché nell'amore dell'uomo e della donna già in figura si faceva presente il mistero dell'unione del Cristo e della Chiesa. La castità perfetta nel sacerdote non è più soltanto figura di quell'unione, ma suo compimento (...) Nulla e nessuno lo lega e lo divide dagli altri. Uno col Cristo, egli diviene uno con tutti» (Divo Barsotti, Spiritualità del celibato sacerdotale ).

Questa è la vertigine della verginità: identificandoci sulla terra con la vita di Gesù, ci fa entrare nel mistero della Trinità, nello sguardo di Dio, nel cuore di Dio. Dà ai nostri istanti, ai nostri rapporti, una misteriosa ma reale incorruttibilità. Ci comunica la certezza che essi non verranno spazzati via dal tempo. La verginità è lo splendore che la gente vedeva nello sguardo, nelle parole e nelle azioni di Gesù. Dovremmo tornare continuamente a contemplare lo sguardo di Gesù su Zaccheo, sulla samaritana, sulla vedova di Nain, sui gigli del campo, sui passeri del cielo: uno sguardo che egli attingeva nella preghiera, nel rapporto continuo con il Padre.

La verginità non è possibile nella nostra vita senza il sacrificio. Occorre che in noi maturi un distacco progressivo da una modalità di possesso istintiva a uno sguardo che ami e rispetti l'altro nel suo essere creatura di Dio. In questo distacco dall'istintività sperimentiamo l'alba di una nuova vita. È l'esperienza del centuplo promessa da Gesù già durante questa esistenza.

È essenziale alla verginità il suo essere testimonianza, «martirio», secondo il termine antico. Passione perché Cristo possa essere conosciuto anche dagli altri e trasformare la loro vita, così che il mondo possa essere più umano. La verginità è una modalità di vita che grida il nome di Cristo, che grida Cristo come unica ragione e unica possibilità di pienezza nell'esistenza. Essa è il vertice dell'amore, è la nostra risposta alla predilezione di Cristo, dentro la quale s'impara ad amare tutto il resto.

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