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La vera calamita di Assisi

· ​Sulla risurrezione di san Francesco ·

Nel 1818 (12 dicembre), dopo quasi sei secoli di oblio, nella basilica dedicata al suo nome furono finalmente riportati alla luce i resti mortali di san Francesco d’Assisi, fino ad allora inaccessibili a tutti. Per questioni di sicurezza, la tomba era stata infatti scavata nella roccia, nella parte sottostante l’altare della basilica cosiddetta inferiore, così che per secoli più nessuno poté giungere a contatto diretto con il sarcofago di pietra contenente le spoglie dell’Assisiate. 

Giotto di Bondone, «Morte e ascensione di san Francesco» (1325 circa)

A quest’assenza di visibilità, venne poi progressivamente sovrapponendosi l’immagine di Francesco quale alter Christus: le stimmate, l’«ultimo sigillo» (Dante, Paradiso XI, 107), fecero sì che il santo venisse infatti assimilato al Cristo crocifisso; su questa strada finì per prendere corpo anche l’idea di una sua risurrezione. Bonaventura aveva scritto che la «carne santissima» di Francesco, «crocifissa insieme con i suoi vizi», trasformata «in nuova creatura, mostrava agli occhi di tutti, per un privilegio singolare, l’effigie della Passione di Cristo e, mediante un miracolo mai visto, anticipava l’immagine della risurrezione» ( Leggenda maggiore XV, 1). A spingersi senz’altro più in là furono tuttavia i francescani spirituali, tra la fine del XIII secolo e l’inizio del seguente, come mostrò chiaramente, più di quarant’anni or sono, Raoul Manselli. Il provenzale Pietro di Giovanni Olivi (1248-1298), infatti, nel suo Commento all’Apocalisse, asserì di aver ricevuto la confidenza di un frate intimo familiare di frate Leone, compagno di san Francesco; secondo costui, l’Assisiate, reso simile al Cristo crocifisso, lo sarebbe stato anche nella sua risurrezione, risorgendo glorioso. Qualche anno più tardi (1305) le medesime cose vennero riferite anche da Ubertino da Casale nella prima redazione della sua opera monumentale, L’albero della vita crocifissa di Gesù, sulla base delle rivelazioni raccolte dal frate marchigiano Corrado da Offida.
Più tardi, nel xv secolo, furono soprattutto i predicatori francescani osservanti a diffondere l’idea del corpo incorrotto di san Francesco, tanto da produrre una narrazione che sarebbe stata smentita solo nel 1818, per l’appunto con la scoperta del sarcofago contenente i resti del santo. Secondo questa straordinaria narrazione — che assume una prima forma scritta con Giacomo Oddi da Perugia (morto del 1478), autore de La Franceschina, overo Specchio de l’Ordine Minore — insieme a un piccolissimo gruppo di persone, nel 1476 lo stesso Sisto iv si sarebbe nottetempo introdotto nel luogo dove Francesco era sepolto, trovandone il corpo incorrotto e così bello, «che non pareva che fosse morto, ma pareva che dormesse».
La storia, ulteriormente perfezionata, fu ripresa nelle sue Croniche dal frate portoghese Marco da Lisbona, poi vescovo di Porto, il quale, subito dopo la metà del XVI secolo (l’edizione della prima parte di questa celeberrima opera è del 1557), riprodusse il testo di una relazione scritta in cui si narrava la ricognizione condotta nel 1449 da Niccolò V. Al papa e al piccolo gruppo che l’accompagnava — comunque più nutrito rispetto a quello di Sisto iv — Francesco non sarebbe più apparso quasi dormiente, bensì con un corpo incorrotto e ritto in piedi, come fosse vivo. L’enorme diffusione di cui godettero le Croniche del frate portoghese — ben presto tradotte in varie lingue — assicurò al racconto una straordinaria fortuna, tanto che fu ripreso e rielaborato da più autori, francescani e non, anche nei secoli seguenti.
Non mancarono però le voci critiche, a cominciare dai bollandisti, che entrarono nella discussione con tutto il peso della loro autorità. Nel secolo XVIII il dibattito divenne particolarmente infuocato finendo per incrociarsi con le tensioni esistenti tra i conventuali, custodi del Sacro Convento, e gli osservanti, ai quali era affidata la Porziuncola. Quest’ultimi asserivano che il cuore di Francesco fosse conservato alla Porziuncola, spingendosi fino a sostenere — con Flaminio Annibali da Latera, il quale nel 1779 aveva dato alle stampe a Losanna, sotto la copertura di un prudente anonimato, l’opera Quanto incerto sia che il corpo del Serafico San Francesco esista in Assisi nella Basilica del suo Nome — che il corpo di Francesco, lungi dal mantenersi come vivo, ritto in piedi, non fosse neppure conservato nella basilica, ma sarebbe stato dai frati trasferito altrove.
Non tutti gli osservanti, in verità, si spinsero a tanto, anzi uno storico di razza come Ireneo Affò dissentì apertamente dall’Annibali — «io non mi posso accordar coll’autore di un libretto impresso nel 1779 colla data di Losanna», scrisse nella Vita di Frate Elia, pubblicata a Parma nel 1783 (p. 57) — e non credendo all’incorruttibilità del corpo di san Francesco, giunse a ipotizzare che nel 1230 Elia avesse disposto la traslazione della sua salma dalla chiesa di San Giorgio in forma molto circospetta proprio perché si era trovato di fronte non a un cadavere incorrotto (segno indubitabile di santità), bensì a un corpo «ridotto in cenere e ossa» ( Vita di Frate Elia, p. 54). Peraltro, alla luce di tutta una serie di testimonianze antiche, Affò giudicava peregrina l’ipotesi che i resti del santo non fossero stati deposti nella basilica.
Erano le ultime grandi fiammate di un’infinita polemica: di lì a poco la Rivoluzione francese sarebbe venuta ad annunciare non la fine del mondo — come allora si disse — quanto la fine di un mondo; all’inizio del xix secolo, le soppressioni napoleoniche si sarebbero poi abbattute con la forza di un ciclone sulle formazioni religiose, aprendo scenari affatto nuovi. Da ultimo, fu la scoperta della tomba di Francesco nel 1818 a scrivere una parola definitiva sia sul mito della sua presunta risurrezione sia sulle polemiche circa la reale conservazione dei suoi resti mortali nella basilica assisana.
Dopo due secoli quella stessa tomba è divenuta ormai la vera calamita, il centro pulsante di Assisi: segno inequivocabile della presenza di colui la cui «mirabil vita / meglio in gloria del ciel si canterebbe» ( Paradiso XI, 95-96).

di Felice Accrocca

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20 settembre 2019

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