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La Tunisia vota dopo la ribellione

· A nove mesi dall’inizio della rivoluzione dei gelsomini ·

Sono stati i primi a ribellarsi e, dopo 23 anni di regime di Zine El Abidine Ben Ali, sono i primi che andranno a votare. Domenica 23 ottobre i tunisini si recano alle urne per l’Assemblea costituente, composta da 218 membri eletti in 33 circoscrizioni plurinominali (delle quali sei estere) a conclusione di una campagna elettorale che è stata complessa, difficile e con rigurgiti di violenza. È una consultazione storica — le prime elezioni libere dall’indipendenza dalla Francia del 1956 — e la comunità internazionale osserva questo primo test sulla strada della democrazia. La Tunisia in questo momento avverte, dunque, il vento della storia e alimenta anche il proprio orgoglio per aver fatto da battistrada alla cosiddetta primavera araba. Con la convinzione, soprattutto nei più giovani di Avenue Bourghiba (cuore di Tunisi) che, a innescare le rivolte in Egitto e in Libia, sia stato proprio il profumo della rivoluzione dei gelsomini.

Muammed Bouazizi, un giovane laureato costretto a fare il venditore ambulante di frutta e legumi di Sidi Bouzid, una città desertica nel centro ovest del Paese, il 17 dicembre del 2010 si è dato fuoco per il sequestro del suo banchetto e con il suo gesto disperato ha fatto scattare la scintilla di una sollevazione popolare che ha costretto il presidente Ben Ali a fuggire dal Paese il 14 gennaio, trovando rifugio in Arabia Saudita. Una rivolta senza leader che è stata condotta da un popolo che è sceso in strada per protestare contro l’ingiustizia sociale, l’assenza di libertà individuali, la violazione dei diritti umani, la corruzione diffusa e le condizioni di vita molto dure, che in molti casi rasentano la povertà estrema. Per le stesse ragioni, con un effetto domino, la rivolta si è propagata ad altri Paesi della regione del Nord Africa e del mondo arabo.

Certo le difficoltà in questa fase di transizione non sono mancate. Anzi, la tensione è alle stelle e si sono moltiplicate le denunce di casi di aggressioni ai danni di attivisti e strutture di partiti. Inoltre, il Paese si interroga sul rigurgito di violenza fondamentalista che ha colpito numerose città tunisine dopo che un canale televisivo privato aveva trasmesso un film considerato blasfemo. E scontri sono scoppiati davanti all’ingresso del principale campus universitario della capitale: il divieto per le ragazze con il niqab di iscriversi agli atenei del Paese ha provocato il furore degli estremisti islamici.

Il panorama elettorale tunisino è complesso per i numeri che lo caratterizzano: le liste ufficiale sono 1.428 (787 espressione di partito; 587 indipendenti; 54 frutto di un accordo di coalizione) per un totale di 11.686 candidati. Con una importante presenza delle donne, che in 292 capeggiano una lista. Principali movimenti candidati alle elezioni sono il Partito islamista moderato Ennahdha (guidato da Rachid Ghannouchi, dato favorito nei sondaggi, che è sicuro di ottenere la maggioranza assoluta, ma ha minacciato il ricorso alla piazza in caso di brogli), il Partito democratico progressista (con a capo Najbi Chebbi), il Forum democratico per la libertà e il lavoro (il suo leader è Mustafa Ben Jafaar) e il Congresso per la Repubblica (guidato da Moncef Marzouki). A vegliare sulla correttezza del voto ci sarà una foltissima pattuglia di osservatori internazionali e neutrali (5.143). Il ministero della Difesa tunisino contribuirà al dispositivo di sicurezza che veglierà sui 26.730 seggi — per circa quattro milioni e quattrocentomila elettori — con oltre 28.000 soldati che affiancheranno forze di sicurezza e polizia — per un totale di 42.000 uomini — a garanzia del corretto svolgimento delle operazioni di voto. Il premier ad interim, Béji Caïd Essebsi, rispondendo al leader di Ennadha, ha assicurato che le elezioni si svolgeranno in un «quadro di trasparenza e credibilità».

Nella ricerca di credito internazionale, i tunisini hanno fatto del loro meglio, modificando aspetti apparentemente banali del voto, come le urne. Che saranno in plexiglas per fare vedere che al loro interno non ci sono schede pre-votate, ma pensate in modo tale da preservare la segretezza del voto. Non un aspetto secondario, questo, perché negli ultimi giorni si sono moltiplicati i timori di un voto inquinato, soprattutto «comprato», nelle zone più periferiche e per questo più povere del Paese.

La futura Assemblea avrà il principale compito di redigere, entro 12 mesi, una nuova Costituzione, la terza della Tunisia dopo quelle del 1861 e del 1959. Inoltre dovrà eleggere un presidente provvisorio che designerà un primo ministro alla testa di un Governo di transizione fino alle prossime elezioni generali.

Nove mesi dopo la rivolta e una stagione turistica disastrosa, la comunità internazionale, che spera che la Tunisia diventi davvero un laboratorio di libertà e di democrazia, ha promesso un adeguato sostegno. Il presidente statunitense, Barack Obama, ricevendo a Washington il premier Essebsi, si è detto profondamente rassicurato dai progressi della transizione democratica nel Paese nordafricano, garantendo una serie di aiuti economici. La Banca mondiale erogherà per il 2011 un prestito di circa 260 milioni di euro. Anche la Svizzera aiuterà la transizione democratica dei Paesi del Nord Africa con 63 milioni di euro all’anno, ma, secondo il risultato di un’analisi del Fondo monetario internazionale le rivolte in Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein e Yemen sono costate finora 55 miliardi di dollari. Il prodotto interno lordo di questi Paesi avrebbe subito perdite per oltre venti miliardi di dollari e altri 35 miliardi sarebbero stati persi fra l’aumento dei costi e i mancati profitti.

Tutti i tunisini sono stati informati che la Costituzione è il primo e forse più importante passo verso la libertà loro negata per 23 lunghissimi anni e il voto rappresenta una grande speranza, nonostante il rischio di azioni destabilizzanti che mirano a far deragliare il processo di cambiamento.

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16 ottobre 2019

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