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La Tunisia e il tema della sicurezza

· Il 23 ottobre si elegge l’Assemblea costituente ·

A meno di un mese dal voto del 23 ottobre per eleggere l’Assemblea costituente ci si interroga sulla crisi di fiducia del popolo tunisino e sulla necessità di una vera rottura con il passato regime del presidente Zine El Albine Ben Ali. Il Paese guarda con motivata apprensione alle settimane che lo separano dalle elezioni che potrebbero essere segnate da tensioni che oramai ciclicamente esplodono, lasciando intuire una situazione potenzialmente deflagrante.

Alle normali contrapposizioni politiche, potrebbero infatti affiancarsene altre, frutto di antichi e mai sopiti contrasti tribali, presenti in Tunisia come in altri Paesi arabi. Il voto, di per sé, si preannuncia abbastanza incerto, come confermano i sondaggi che danno gli elettori assolutamente confusi rispetto a quello che dovranno fare nel segreto dell’urna. Il quadro generale sta andando avanti in una logica di logoramento, dettata da una campagna elettorale esasperatamente lunga (il voto era stato originariamente fissato per fine luglio e lo spostamento non ha certo sospeso l’attività dei partiti) che non aiuta in quello che è un po’ il desiderio generale che vorrebbe la stesura di intese e alleanze tra formazioni politiche e movimenti nel panorama dello sterminato numero di partiti autorizzati e che, ragionevolmente, si ritengono tutti in grado di affrontare da soli la competizione.

Le 1.752 liste che si contenderanno i seggi sono, e non solo per il dato numerico assolutamente spropositato rispetto ai votanti (circa sette milioni tra Tunisia ed estero), la conferma evidente del periodo che si vive nel Paese, perché a fronte di 845 liste depositate da partiti riconosciuti, ce ne sono 678 che fanno capo a candidati indipendenti o formazioni per così dire «fai da te». Un ulteriore elemento di parcellizzazione del potenziale consenso che renderà, all’indomani del voto, ancora più complessa e difficile la via verso la transizione democratica.

Di questo stato di cose fa anche fede lo sbandamento dell’elettorato di fronte ai partiti che chiedono il voto, perché prosegue quella tendenza costante da mesi che vede i tunisini — quelli non integrati nei partiti — assolutamente in confusione perché le proposte politiche che vengono loro fatte li convincono poco o per niente. A confermare questo assunto ci sono i sondaggi che indicano nel movimento islamista Ennahdah (22,8 per cento, il suo presidente Rached Ghannouchi vuole costruire «un Paese democratico basato sui valori dell’Islam»), i centristi del Partito democratico progressista Pdp (10,9 per cento), il partito di sinistra diretto da Mustapha Ben Jafaar, Ettakattol (9,2 per cento) e il Congresso per la Repubblica (Cpr) di Mocef Marzouki (4,5 per cento) i partiti che ottengono maggiori consensi in termini di intenzioni di voto, segnando tra loro e gli altri un distacco enorme.

Inoltre, anche se l’Unione europea (come altre organizzazioni) ha cominciato a inviare una missione di centotrenta osservatori per l’elezione dell’Assemblea costituente — dovrà valutare la preparazione del voto, la campagna elettorale, lo scrutinio e il periodo successivo alla consultazione — dopo quarant’anni di regime, le istituzioni si ritrovano con una macchina organizzativa che appare zavorrata da tanti problemi. Non ultimo il fatto che non è stato ancora chiarito il perché tra elettori attivi (sette milioni) e quelli che ne hanno diritto in quanto titolari di una carta di identità, documento necessario per andare a votare (8,4 milioni) ci sia uno scarto enorme, al quale avrebbero contribuito anche i brogli già scoperti — morti iscritti nelle liste — e oggetto di indagini giudiziarie in molte circoscrizioni.

Ma ci sono anche altri motivi di timore, perché la Tunisia non riesce ancora a uscire dall’emergenza sicurezza — dalla caduta di Ben Ali sono state arrestate 28.610 persone — come dimostrano i recenti eventi di Kasserine e di Jendouba, dove la violenza è esplosa per motivi apparentemente banali, ma che nasconde vecchi contrasti tra giovani di diverse fazioni, decisi a tutto, anche a uccidere. Ma se le misure adottate dai governatori (come il coprifuoco) sono destinate ad allentare la spirale di scontri, saccheggi e incendi, resta ben chiaro il sospetto che, dietro a tutto quel che accade, ci possano essere altri motivi, come la presenza di una regia occulta che soffia sul fuoco delle rivalità per disegnare un futuro di incertezza per l’intero Paese. E il pensiero va al Raggruppamento democratico costituzionale (Rcd), il partito di Ben Ali che, sebbene sciolto per decisione della magistratura, appare sempre attivo. I tunisini sono peraltro divisi anche su quel che dovrà diventare l’Assemblea costituente che, se da un lato deve scrivere le regole della Tunisia democratica, dall’altro potrebbe diventare — non essendo la lunghezza del suo mandato ancora definita — un surrogato del futuro Parlamento. Anche perché, con le dimissioni del Governo ad interim guidato da Beji Caïd Essebsi, i partiti più rappresentativi chiederanno di entrare nel futuro Esecutivo. E visto il clima, non c’è da aspettarsi soluzioni rapide e condivise.

Come ha indicato recentemente a Doha il presidente del Fondo monetario arabo, Jassem Al Manaie, crolla il tasso di crescita dei Paesi della cosiddetta Primavera araba aumentando le difficoltà economiche di questi Paesi. Il g8 ha annunciato che saranno quasi raddoppiati gli aiuti, che saranno portanti a 38 miliardi di dollari (28 milioni di euro) per il periodo 2011-2013. Ma, nonostante il sostegno finanziario internazionale, a causa l’instabilità economica nel Paese lungo le strade della Grande Tunisia hanno fatto la loro ricomparsa i militari, che negli ultimi mesi si erano, con discrezione, defilati. Ora, con i loro blindati, presidiano potenziali obiettivi sensibili. E non sarà certo una coincidenza il fatto che molti supermercati e grandi magazzini abbiano montato nuovamente le griglie d’acciaio le stesse con cui, nei giorni caldi della rivolta, proteggevano le loro vetrine.

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