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La Trieste di Keshi Yacoub

· Nel cuore multietnico della Mitteleuropa ·

Sulla superficie, increspata dal vento di Bora, del mare del Canal Grande, quello di Trieste, corrono ondeggianti immagini di storie, di possibili narrazioni che attraversano la Storia, che si intersecano con le cronache, i nomi, i volti, le sofferenze, le gioie.

Keshi Yacoub – chiamiamolo così — si stringe nel suo cappotto, lo attendono i ricevimenti degli insegnanti della figlia, proprio in quella città italiana, così lontana dalla sua chiesa parrocchiale nel Corno d’Africa. Perché Keshi Yacoub è presbitero ortodosso e, come prevede il diritto canonico dell’Oriente cristiano, anche presso i cattolici, ha moglie e famiglia. Nella lingua tigrina di Eritrea il keshi, per appunto, è il prete sposato, diversamente dall’abba, il prete monaco.

La statua di James Joyce a Trieste

Quando passa davanti alle cupole del tempio triestino serbo-ortodosso di San Spiridione, si strugge di nostalgia. Entra, si segna, aspira il profumo di incenso che accarezza le icone e gli affreschi, accende due lumi, uno per i vivi, uno per i morti. Non è il luogo di culto della sua comunità, appartiene ad altra tradizione rituale quel tempio, la tradizione bizantina, ma Keshi Yacoub si sente a casa. E lo stesso gli accade entrando, sulle Rive, nella chiesa greco-ortodossa di San Nicolò, il santo amato dai bambini che reca i doni la notte del 6 dicembre e sembra attraversare una città che ben lo conosce, lo attende, vescovo canuto dallo sguardo dolce, ecumenico per eccellenza.

Il nostro reverendo — figura affiorante come in visione dallo specchio d’acqua davanti alla Chiesa neoclassica di Sant’Antonio Taumaturgo — ha angosce grandi racchiuse in cuore, ma altrettanto grandi speranze. È scappato con le barche, è stato accolto, ma non ha più potuto esercitare il suo ministero, per semplici motivi contingenti, logistici, quasi organizzativi. Però è prete e la sua gente lo sa bene. E lo sanno i compagni di classe della figlia. Perché a Trieste non è cosa strana o stravagante.

Le memorie sono presenze, la cultura dell’et et ha dolcemente fatto sbiadire, nel corso di trecento anni, quella escludente dell’aut aut. La chiesa elvetica e valdese di San Silvestro — la più antica di questa città al confine dei mondi — sta accanto, quasi s’accompagna, alla chiesa di Santa Maria Maggiore, che fu dei gesuiti e poi dei frati minori. La Sinagoga parla al cuore dell’intreccio di vie e reminiscenze urbane. Il suono di un clarinetto klezmer, quello del maestro Davide Casali, ad esempio, fa sobbalzare e commuovere.

Il passato si fa concretezza attuale, vivissima. Keshi Yacoub ha potuto stringere tra le mani le foto di chi fu deportato e morì nei campi di sterminio nazisti, di cui la Risiera di San Sabba è l’unico spaventoso testimone in Italia. Sradicamenti, stermini, genocidi. La sensibilità africana del nostro amico ne rimane turbata. Anche gli armeni — cattolici — ebbero una loro chiesa a Trieste. Anche di loro Keshi Yacoub ha sentito parlare. Chiese antiche, di matrice precalcedoniana, precisano gli studiosi, particolarmente vicine alla sensibilità liturgica e spirituale del nostro keshi.

Fu nel 1719, il 18 marzo, che l’imperatore Carlo VI d’Asburgo istituì, con una sua “patente”, il porto franco di Trieste e accadde ciò che oggi può apparire forse singolare: si fecero ogni genere di sforzi perché quante più persone, di quante più provenienze e culture possibili, giungessero a Trieste, vi impiantassero le loro imprese, facessero fiorire le loro comunità, mescolassero le loro lingue in una koinè di reciproca accoglienza. I trecento anni della moderna Trieste ricorrono proprio in questo 2019.

di Stefano Sodaro

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22 marzo 2019

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