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La trasparenza è antagonista della trascendenza

· ​In un saggio del filosofo sudcoreano Byung-chul Han ·

Una formidabile critica della contemporaneità, non semplicemente di qualche suo aspetto. La società della trasparenza, agile saggio di Byung-Chul Han, coglie nel segno per l’audacia con cui smaschera un falso ideale. Il filosofo sudcoreano, che vive e insegna a Berlino, in una manciata di pagine sa decostruire, infatti, molti luoghi comuni cui il nord del mondo pare assuefatto. A quattro anni dalla prima edizione tedesca, la sua proposta rimane acuta e controcorrente.

Walter Benjamin

La trasparenza, anzitutto. Secondo Han, c’è un lato oscuro nella luce che tutto vorrebbe avvolgere, essenzialmente perché «io vivo di ciò che gli altri ignorano di me»: citazione di Peter Handke anteposta ad ogni argomentazione. Eppure, «nessun’altra parola d’ordine domina oggi il discorso pubblico quanto il termine trasparenza»: nulla deve più negarsi; anzi, ciò che resiste alla disponibilità è sospetto.
L’autore oppone al «livellamento della chiarezza» un primo, elementare, dato di esperienza: «l’uomo non è mai trasparente a se stesso». Freud ha mostrato lo scarto tra ciascuno e se stesso, se è vero che l’Io nega ciò che illimitatamente l’Inconscio afferma e desidera. Ma, così, «nella psiche umana si apre una crepa, che non consente all’Io di coincidere con sé. Questa crepa fondamentale impedisce l’auto-trasparenza». Ne consegue un ulteriore dato di realtà, il secondo fondamentale rilievo di Han: «Anche tra le persone si apre una crepa: è impossibile, in questo modo, realizzare una trasparenza inter-soggettiva, che non è neppure auspicabile. Proprio la mancanza di trasparenza dell’Altro è ciò che mantiene in vita la relazione». Il filosofo rimanda agli studi di Georg Simmel, citandone un passaggio meraviglioso: «La profondità feconda delle relazioni, che, dietro a ogni elemento ultimo rilevato, intravvede e onora ancora un altro elemento più ultimo, è soltanto la ricompensa di quella delicatezza e di quel dominio di sé che, anche nel rapporto più stretto, che coinvolge tutta la persona, rispetta ancora la proprietà privata interiore, la quale limita il diritto alla domanda con il diritto al segreto». All’obbligo di trasparenza manca proprio questa «delicatezza» per l’alterità, per una «lacuna» che non può essere eliminata. Ebbene, «distanza e pudore non si lasciano integrare nei circuiti accelerati del capitale, dell’informazione e della comunicazione»: per questo il mercato ha esigenza di eliminarli. Ogni spazio riservato viene illuminato e sfruttato, per di più col consenso di chi avrebbe interesse a custodire la propria profondità. «Anche l’amore si riduce a un accordo tra sentimenti piacevoli e stati di eccitazione privi di complessità e di conseguenze». Ma si dissolve, con la castità, la gioia del bello: «a causa dell’assenza di distanza, non c’è alcuna considerazione estetica, alcun soggiornare. La percezione tattile è la fine della distanza estetica dello sguardo, anzi è la fine dello sguardo». Come a dire: le mani su tutto. Il filosofo denuncia: «La perdita di distanza non è prossimità, anzi l’annienta».
Per contrasto, Han rilancia dei passaggi di Walter Benjamin a proposito del sacro, orizzonte in cui il fatto «che esistano» le cose del culto è «più importante del fatto che vengano viste»: rinchiuderle in un luogo inaccessibile, privarle così di ogni visibilità, accresce il loro valore cultuale. La prassi della separazione è costitutiva del loro valore. Nella società del positivo, invece, «in cui le cose, divenute nient’altro che merci, devono essere esposte per essere», tutto ciò «che è fermo in se stesso, che soggiorna presso di sé, non ha più alcun valore». Solo il volto umano, secondo Benjamin, costituisce l’ultima trincea di un sacro che non arretra senza resistere. E Han rileva come, proprio per questo, il volto umano scompare, dissolto nei social network e nella pubblicità in «facce» senza più singolarità. «La faccia è il viso esposto senza alcuna aura dello sguardo ed è la forma merce del volto umano. La faccia (face) come superficie (sur-face) è più trasparente di quel viso o di quel volto che per Emmanuel Lévinas rappresenta un luogo eccelso, nel quale irrompe la trascendenza dell’Altro. La trasparenza è un’antagonista della trascendenza». Sorprende che a scriverlo non sia un metafisico, ma un radicale contestatore del «capitalismo compiuto». Qui non ne va, infatti, di una morale o dell’ordine antico: al contrario, le regole del gioco liturgico si incontrano con quelle del gioco erotico, perché «ciò che accende il desiderio e intensifica il piacere è proprio la negatività del segreto, del velo e dell’occultamento». La loro rimozione disintegra il piacere e si chiama oscenità. Ma se muoiono la fantasia, il rinvio nel tempo, il preliminare, l’immaginazione — vittime dell’iper-nitidezza, della pornografia — muore l’umano. Sacro e profano, ugualmente travolti. «Del tutto trasparente è solo l’operazione di un processore, perché si svolge in modo puramente additivo. Rituali e cerimonie, invece, sono processi narrativi, che si sottraggono all’accelerazione. Sarebbe un sacrilegio voler accelerare un sacrificio». Ebbene, la società della trasparenza «abolisce tutti i rituali e le cerimonie, perché non si possono rendere operazionali, perché sono di ostacolo all’accelerazione dei circuiti informativi, comunicativi e produttivi». Tuttavia — osserva Han con un geniale passaggio al piano delle scienze — a differenza del calcolo, nemmeno «il pensiero è trasparente a se stesso. Il pensiero non segue linee calcolate in anticipo, ma va in campo aperto». Come a dire che proprio tutto è in discussione: avanza un paradigma antropologico così piegato alla fruibilità, al consumo, che anche la conoscenza considera pericolosa. A sostituirla, dilagano informazioni e vissuti: «Un’unica conoscenza può mettere interamente in questione il già-esistente e trasformarlo. All’informazione manca questa negatività. Anche l’esperienza ha conseguenze, dalle quali si origina la forza del cambiamento. In ciò essa si distingue dal vissuto, che lascia intatto il già-esistente». Sapere e vivere, ma non pensare. 

di Sergio Massironi

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23 marzo 2019

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