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La trasmissione
al cuore della crisi fra le generazioni

· Non si può trasmettere se non c’è un’idea di futuro ·

In seguito all’articolo In nome delle generazioni future di Luciano Violante, pubblicato sul settimanale dell’Osservatore Romano dell’8 giugno 2017, è nata l’idea di un dibattito che si è svolto lo scorso 6 febbraio nella sede del giornale. Vi hanno preso parte Elena Buia Rutt, docente di letteratura angloamericana alla John Cabot University e poetessa, Lucetta Scaraffia, storica, consulente editoriale dell’Osservatore Romano e direttore del mensile «donne chiesa mondo», Pierangelo Sequeri, teologo, membro della Commissione teologica internazionale e preside del Pontificio istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia, Carlo Triarico, storico della scienza e presidente dell’Associazione per l’agricoltura biodinamica, e Luciano Violante, giurista e già presidente della Camera dei deputati, presente il direttore del giornale. Pubblichiamo una sintesi della discussione curata da Lucetta Scaraffia.

Luciano Violante — Il rapporto fra le generazioni è stato sempre problematico. Oggi lo è di più. Nel passato le generazioni adulte possedevano più conoscenze rispetto a quelle successive. Nella famiglia, nella vita sociale, nella scuola il rapporto si sviluppava attraverso la trasmissione del sapere dall’alto verso il basso, dagli adulti verso i giovani. Oggi c’è una parte considerevole del sapere, soprattutto del sapere tecnologico, che è anche un veicolo del sapere tradizionale, che va dai giovani agli anziani. Uno studente può apprendere sulla rete, in pochi minuti, il contenuto della lezione. L’insegnante o cambia il modo di insegnare oppure perde la propria autorevolezza. La stessa cosa vale in famiglia e nella società. Un’altra causa dell’infragilimento del rapporto tra le generazioni è l’indebolimento del concetto di comunità, che si verifica un po’ in tutto il mondo occidentale. Le società si sono frantumate in segmenti spesso rissosi e si fa fatica a rappresentarle. Specchio di questa frammentazione è la difficoltà di comporre governi dopo una elezione con leggi elettorali di carattere prevalentemente proporzionale, con un sistema cioè che riproduca in parlamento, grosso modo, le grandi divisioni che esistono nella società. Cito un solo caso: la Germania ha votato il 24 settembre dell’anno scorso e non ha ancora un governo. La frantumazione sociale ha portato allo svuotamento del concetto di comunità e di appartenenza. Ciascuna generazione si sente appartenere a una propria società diversa e spesso contrapposta alle altre, non più tutti a una stessa comunità.
Nel testo che avevo scritto [sul settimanale dell’Osservatore Romano dell’8 giugno 2017] cortesemente oggi proposto alla vostra attenzione, pensavo di riprendere un concetto più generale che andasse oltre il dato della generazione, il concetto di genere umano. Che cosa significa? Il termine generazione, oggi, separa più che unire. Distingue più che mettere insieme. E allora, come discutiamo attorno al rapporto tra le generazioni? Mi domando, perciò, se non dobbiamo recuperare una categoria tipica del pensiero cristiano, quella di umanità. Far parte di qualcosa che è più vasto e più carico di significati del concetto di generazione.
Pierangelo Sequeri — Vorrei iniziare il mio ragionamento dalla formula «diritti dell’umanità», diversi dai diritti dell’uomo. Lo intendo come una sollecitazione a ritornare a incentivare l’affezione per l’umano che è comune, a privilegiare l’affezione per l’umano che ci ospita, nel quale siamo nati, destinato a sopravviverci e che non può essere predato, semplicemente, senza danno suo e nostro, ma deve semmai essere arricchito. Questo umano, che è comune, deve in qualche modo ritornare oggetto di affezione. Dal punto di vista teologico possiamo dire amare l’invenzione umana della creatura, amare l’umano del quale siamo sempre ospiti e non possiamo essere padroni. È necessario quindi questo elaborare, dare spessore, dare consistenza a un’affezione di questo tipo: dopo l’amore della patria — ormai oggetto di ridicolo — non abbiamo più avuto alcuna altra forma di affezione dell’umano che ci accomuna. Nessuno di noi dice più “noi”, pensando di includere noi esseri umani. L’ultima volta che abbiamo detto “noi” includendo gli esseri umani, è stato nel momento dello sbarco sulla luna. Fu l’ultima volta in cui ancora dicemmo “noi”, indipendentemente da chi ci fosse a compiere il grande balzo per l’umanità. Non basterà, appunto, che ogni singolo uomo venga amato — ecco perché io prendo il senso anche teologico, sono pronto a sfidare me stesso come teologo — no, bisogna amare il genere umano, bisogna dedicargli delle risorse, accantonare delle opportunità, trovare in esso motivi di orgoglio e di felicità. Avere cura dunque che non si deteriori, perché altrimenti ne andrà di noi, dei nostri figli, dei nostri affetti più cari. Dovunque sia ferito, il contagio di questa ferita circola perché l’umano è uno.

Philippe Abril, «Tre alberi sotto la luna» (2015)

La seconda riflessione che metterei in campo riguarda l’orizzontalità dei diritti umani, un grave problema. Non soltanto nella accezione più diffusa, giustamente oggetto di critica, e cioè che i diritti umani sono diventati semplicemente la codifica notarile dei desideri dei singoli, ma l’orizzontalità deve essere sottoposta all’autocritica, a proposito dell’idea dell’amore del prossimo, anche dal punto di vista cristiano. Questa idea dell’amore del prossimo era molto individualistica, molto caritatevole: anche se è allargata al prossimo, alla comunità, contiene questa separazione. Si tratta di un’orizzontalità che non comprende, anche nella predicazione cristiana, la responsabilità delle generazioni. Quindi non soltanto responsabilità morale dell’atto generativo, tradizionale terreno di riflessione nostra, ma responsabilità delle generazioni. Cioè la preoccupazione per la verticalità del rapporto, per l’attivarsi di una forma di dipendenza, poi destinata all’emancipazione, che deve in qualche modo essere programmata, sostenuta, anche arricchita. Questo legame verticale della generazione dice anche che l’obiettivo dell’individuo è essere adulto, capace di responsabilità di fronte alla comunità. L’antica iniziazione era questo. Adesso noi abbiamo inventato — il commercio ha inventato — un mondo giovanile, separato. Il mondo giovanile non vuole più muoversi di lì, e i vecchietti ci vogliono rientrare. E questo è la nostra versione della verticalità. In un contesto di questo genere, non ci guadagnano né i giovani né i vecchietti, perché i vecchietti sono patetici quando invece di fare gli adulti vogliono rientrare in quel mondo. E questa pressione, naturalmente, mette in stallo il mondo giovanile. Lo incoraggia a rimanere dov’è, cioè insignificante. Per sé e per le generazioni che verranno. Solo l’adulto è significante per le generazioni che verranno, perché il suo valore aggiunto sta nel prendersi la responsabilità anche per i figli non miei.
Aggiungo una provocazione finale: sarà ora di rovesciare il tavolo dell’autorealizzazione? Come idea guida, come valore supremo, come il primo comandamento: non avrai altro obiettivo al di fuori del sé. Io lo chiamo monoteismo del sé. Capisco che è una parola che storicamente ha significato l’emancipazione della donna, del povero, si tratta di intervenire come in un’operazione di chirurgia del cervello, dove devi togliere il male senza toccare i vasi e le terminazioni nervose.
Elena Buia Rutt — Lei ha parlato di affezione per l’umano. Ma qual è il punto concreto, preferenziale, dove questa affezione per l’umano si vive, si attraversa nell’esperienza, dimostrandosi dunque vera e autentica? Potremmo rispondere che si esplica nella famiglia, nel concetto di generatività femminile che ad essa pertiene: è la donna, infatti, che è capace di generare e custodire. L’atto del generare, da cui prende avvio il susseguirsi delle varie generazioni, è proprio del corpo della donna e, fin dal concepimento, è dono gratuito. Per quanto la gravidanza sia ammantata di stucchevole retorica, anche e soprattutto da parte cattolica, questa dolce, edulcoratissima attesa, in realtà è una drammatica deformazione del proprio corpo, che ogni donna sopporta come dono in nome di qualcuno che verrà. Quindi, nella generatività femminile è insita una gratuità a cui ogni affezione per l’umano dovrebbe partecipare: un dono di sé che scardina la tracimazione dell’ego dilagante in questa società.
In secondo luogo, una volta che è nato il bambino, la madre, e ovviamente anche il padre, lo devono custodire. Ebbene, la custodia di questo figlio ridefinisce la caratteristica dell’amore. Che cos’è l’amore? L’amore non è un sentimento, perché finirebbe il primo giorno, al ritorno dall’ospedale, quando il bambino piange tutta la notte e i genitori non sono in grado di gestire e sopportare questa fatica. Perché l’amore, imparato in famiglia attraverso l’esperienza della generazione-custodia è lavoro, è lavoro inteso come innanzitutto dono, non come sentimento. E in tal senso, forse, l’affezione per l’umano può essere riscoperta in questo generare e custodire che si ritrova all’interno della famiglia e che è gestito, insegnato, diretto proprio dal generare stesso della donna, inteso come darsi in modo gratuito. Ma ciò non vuol dire necessariamente frustrazione e autolimitazione. Tutt’altro. Si può interpretare, se letto nella giusta prospettiva, come edificazione, anzi forse come realizzazione di una piena umanità. Perché, se riflettiamo, la piena umanità alla fine dove si realizza? Nel dare, nel darsi, nel servizio. Ma questo costa.
Carlo Triarico — Voglio partire con un dato. Io mi occupo di agricoltura. È un dato sulla rottura intergenerazionale e sulla possibilità di un’equità intergenerazionale. Il ministro Martina, a novembre dell’anno passato, ha comunicato che ci sono 9000 nuove aziende gestite da giovani, sotto i quarant’anni. Ha parlato di un’effervescenza sociale legata soprattutto alla green economy. Coldiretti rafforza il dato dicendo che ormai il 9 percento delle aziende italiane è degli under 35: sono aziende con un fatturato mediamente maggiore del 75 percento e assorbono più occupati. Questo impulso giovanile è forte, nonostante le politiche per l’ingresso dei giovani in agricoltura siano fallimentari. La Pac, politica agricola comune, finanzia poco i nuovi ingressi e più la permanenza in agricoltura, premiando il possesso dei suoli. Questo genera tensioni, quando gli agricoltori fuori dall’età del lavoro conservano la loro presenza sulla terra come una pensione. Si tratta di uno scontro generazionale sui i finanziamenti, che impedisce la solidarietà dell’avvicendamento. Gli inglesi hanno coniato l’indice di equità generazionale e anche in Italia si è fatto un lavoro per individuare dei parametri oggettivi per la calcolabilità di questi nuovi diritti.
Luciano Violante affronta il tema dalla sua prospettiva giuridica. Ci interroga sui nuovi diritti. Può essere l’umanità stessa soggetto di diritto oltre i diritti dell’uomo? Anche chi non c’è può essere soggetto di diritto? Cioè può esistere il diritto delle generazioni future o passate? La tradizione cristiana ha delle risposte, come accennava monsignor Sequeri, nel concetto di prossimo, che penso la Laudato si’ estenda anche alla dimensione temporale. Un tema della Laudato si’ è: come ci poniamo nei confronti di una scienza che ha davanti a sé un problema oggettivo, può distruggere quello che cade sotto il suo dominio e sottrarlo all’umanità presente e futura.
Per fare un altro passo voglio ricordare un libro di Capitini, La compresenza dei morti e dei viventi, ormai introvabile. Capitini parlava appunto della compresenza dei vivi e dei morti, allargando la dimensione temporale a nuove prospettive. Noi intendiamo le generazioni anagraficamente, ma ci sono esseri umani che si ritrovano nella dimensione ideale. Forse in questo il tentativo dei giovani di entrare in agricoltura, nell’agricoltura biologica, biodinamica — io mio occupo di questo — realizza l’alleanza. L’Istat dice: 22 per cento delle aziende biologiche sono di giovani, rispetto al 9 della media nazionale. Invece, il 19 per cento sono gli over 65 nel biologico a fronte del 36 per cento, quasi il doppio, della media nazionale. E così, se pensiamo all’istruzione: il 16,8 sono laureati, contro il 6,2 della media nazionale. Il 32 sono diplomati, contro il 17 della media nazionale. Questo va colto come un indice di qualcosa che cambia, cioè di quell’anelito forte, che io percepisco come anelito spirituale nuovo nel mondo dell’agricoltura, manifestato dai giovani. Sarei pessimista per quello che vedo intorno, se non vedessi in agricoltura un grande fermento sociale. Lo paragono al secolo in cui la classe operaia indicava un mondo nuovo. Oggi la spinta non la trovo più in quella tradizione, ma nel mondo dell’agricoltura, con proposte nuove, un nuovo modello agroalimentare e di vita per l’ecologia integrale. I giovani che creano un nuovo insediamento agricolo trovano la possibilità di riconoscersi in una missione del mondo, il bene di tutti. È la possibilità di una crescita spirituale che avviene facendo una scelta individuale. Sono questi i tempi in cui una leadership del male sta dimostrando che un solo essere umano cambia il mondo, ad esempio oggi è possibile per un individuo mettere il mondo a soqquadro con una strage. Occorre quindi una leadership di segno diverso e penso che Papa Francesco, con l’enciclica dell’ecologia integrale e con l’azione che può seguirne, può incarnare una leadership, un esempio chiaro che un singolo può cambiare il mondo, con la dimensione spirituale in cui si fa non il bene per sé, ma i beni comuni, a partire dalla cura della terra e degli esseri viventi, della casa comune, eccetera, in una prospettiva trasversale tra viventi e generazioni. Per questa via noi dovremo trovare il modo di indicare, in luogo di un’autorealizzazione privata, la possibilità di trovare il mondo guardando dentro di sé e di trovare sé fuori, nello spirito del mondo e così agire per l’umanità, un’umanità come individuo collettivo.
Lucetta Scaraffia — Mi colpisce che l’agricoltura segni sicuramente una rinascita di tipo anche spirituale, di attenzione per l’umanità e per il futuro del genere umano. Una rinascita proprio nel settore che è stato più disprezzato e più distrutto — questo vorrei ricordarlo, storicamente è la professione che è stata abbandonata da tutti — e quindi forse il rovesciamento del tavolo dell’autorealizzazione di cui parlava Sequeri si sta realizzando proprio dove eravamo caduti più in basso, dove però questo aspetto del progresso-distruzione ci tocca più da vicino, cioè l’alimentazione. Adesso tutti ci siamo resi conto che l’alimentazione è il punto debole per la nostra salute, l’allarme ha cominciato a serpeggiare e dalla distruzione sta nascendo qualcosa di positivo. È un tema che dovremmo tenere presente. È qualcosa che tocca tutti, molto semplice anche da capire. Mi vorrei anche riallacciare a quello che ha detto Sequeri, cioè che la storia costituisce il legame verticale tra le generazioni, e proprio questa disciplina in questo momento nelle università, nelle scuole, anche nella Chiesa, sta subendo un’eclissi totale. Allora, in questa assenza di legame con la storia che c’è ovunque, ormai, si vede una delle ragioni più evidenti della mancanza di trasmissione, poiché la storia è la trasmissione. Penso che questa cesura sia collegata con l’assenza di futuro.
Un altro punto che è stato toccato, molto importante: è scomparso il concetto di genere umano, di umanità nel senso. E mi viene in mente a questo proposito una bellissima frase di Simone Weil «quel che è sacro, ben lungi dall’essere la persona, è ciò che, in un essere umano, è impersonale. Tutto quello che è impersonale nell’uomo è sacro, e soltanto quello». Il contrario esatto dell’autorealizzazione.
Ma volevo anche ricordare un verso del poeta René Char, notre héritage n’est précedé d’aucun testament . Il testamento è quello che spiega le ragioni per cui trasmettiamo questa eredità. Ora, questa assenza di ragioni si manifesta non solo nel mondo laico, ma anche nel mondo cristiano, che pure di testamenti ne ha due.
Quello che Buia ha detto sulle donne è molto importante. Però oggi proprio il cuore di tutto il tema della trasmissione, la generazione umana e quindi la donazione gratuita delle donne, è entrato fortemente in crisi. Vorrei ricordarvi che non si fanno più bambini, le giovani donne incontrano enormi difficoltà a diventare madri. Io non faccio che sentire donne che verso i quarant’anni vogliono avere un figlio e non riescono ad averlo. Poi, la pratica dell’utero in affitto, che ormai sta dilagando e viene accettata anche in Italia, cioè vengono accettati poi i bambini fabbricati così fuori Italia. È una pratica che svilisce totalmente, nella nostra cultura, la gravidanza, che è il momento, appunto, più generoso di trasmissione che un essere umano può stabilire. Quindi noi viviamo in una situazione — e qui c’è una forte responsabilità delle donne stesse — che vede mortificata la maternità. Questo è uno dei punti di fondo della mancanza di trasmissione: mancano i bambini a cui trasmettere.
Io penso che non si può trasmettere se non c’è un’idea di futuro. Noi viviamo senza futuro, se non un futuro catastrofico. Viviamo in condizioni di emergenza continua: disastri ambientali, dovuti alle nostre sprovvedutezze, emergenza per il terrorismo... Le emergenze sono il contrario di un pensiero per il futuro e di un pensiero per le generazioni successive, perché tutto che si consuma qui e ora, dobbiamo mettere una pezza subito senza pensare al futuro. Quindi il futuro sta scomparendo come prospettiva in tutti i discorsi. Se scompaiono le generazioni future, io penso solo a me. Cioè se uno non ha figli, non ha nipoti, non vede bambini in giro, è ovvio che il suo futuro, a breve termine, siano le pensioni. Quindi il futuro oggi, se voi ci pensate bene, viene molto spesso, anche nei programmi politici, affrontato come «chi pagherà le pensioni nei prossimi decenni?». Quello non è futuro. Non si chiama futuro. È un’altra cosa.
Il futuro non esiste più nemmeno nella Chiesa, perché non si parla mai di morte, di cosa avviene dopo la morte. La Chiesa era l’unica istituzione che affrontava il futuro dell’essere umano, che era la vita dopo la morte. Uno poteva crederci o non crederci, però c’era qualcuno che affrontava il problema, proponeva qualche cosa. Oggi, anche le messe per i morti, le messe di suffragio sono scomparse... un altro modo per pensare al futuro. Ho appena letto un articolo uscito su una rivista francese, «Commentaire», intitolato La spiritualité de l’athéisme, che dice che rispetto alle virtù teologali, fede, speranza e carità, l’unica che l’ateismo non può condividere è la speranza... allora mi è venuto in mente che la fine totale del futuro, e quindi della speranza nella nostra società può aver a che fare con la secolarizzazione, che ha contagiato anche la Chiesa stessa.
Luciano Violante — È utile riflettere sul rapporto tra generazione e umanità. È sempre più difficile stare con altri ed è sempre più frequente stare soli. Viviamo spesso in solitudini di massa. Abbiamo perso l’uomo. E il concetto di generazione diventata un mezzo per separarsi dall’altro, mentre abbiamo bisogno di un denominatore comune.
La difficoltà di pensare il futuro dipende dal fatto che siamo troppo immersi nel presente; dobbiamo recuperare la capacità di diventare autonomi dal contingente. Solo chi è autonomo rispetto al presente può pensare al futuro.
Sull’agricoltura sono state fatte affermazioni affascinanti. È un’eco-produzione. Se produci in fabbrica non produci dentro l’ambiente. Produci in un mondo separato da quello che c’è attorno. In agricoltura no; quello che fai ti serve profondamente a quello che avrai. A differenza di quello succede quando devi girare i bulloni o premere un pulsante perché una cosa funzioni, quello che fai nel mondo agricolo possiede una radice di futuro.
Abbiamo individuato la necessità di questo rapporto generazione-umanità e la necessità dell’amore. L’amore è faticosissimo, e non tutti sono disponibili a sopportare questa fatica. Rifugiarsi in se stesso è molto più semplice che amare un altro. Poi c’è il problema del rapporto tra umanità e doveri. Costruire legami con gli altri è uno dei doveri di una vita responsabile. Inoltre bisogna abbandonate la sponda di un consolante catastrofismo. Se tutto va male, perché impegnarsi. Si può pensare in modo positivo e responsabile il futuro se abbandoniamo la visione catastrofica, se ci tiriamo fuori dalla contingenza. Oggi appare superata l’idea che le istituzioni possano essere dirette da gruppi di persone che dialogano tra di loro, che si sforzano di costruire. Quella idea è stata sostituita dalla immagine di leader individuali, solitari e narcisisti. Non si tratta di un problema soltanto italiano. Come superare questo mostruoso rigonfiamento dell’io? Credo che una risposta stia dentro al ragionamento che stiamo facendo oggi, sulla categoria dell’umanità capace di superare e inglobare quella di generazione.
Pierangelo Sequeri — Il nodo strategico è nel rapporto fra la gestazione e la generatività, cioè in quelle forme che riguardano il seme della terra come riguardano il bambino come riguardano una creazione dello spirito destinata, e non semplicemente manifestata, a una qualche felicità per la comunità.
Ma per noi la potenza simbolica della gestazione, è zero. È come la potenza simbolica dei ritmi della terra, che il contadino sa e dei quali noi non sappiamo più niente. È la nostra compressione del tempo, perché ci interessa il rendimento: comprimere il tempo come noi facciamo per ottimizzarlo significa distruggere il tempo a favore del prodotto, a scapito del voler bene. Vale quando produci gli esseri umani, vale quando produci una città, vale quando produci una forma di governo. Non importa il modo, il modo umano. Vedo che anche gli ecclesiastici non mi sembrano ancora così entusiasti di dare questa potenza simbolica alla gestazione ma non disperiamo.
Noi confessiamo di avere appreso che la prima parola che definisce Dio è generazione. E dunque, anche in Dio il Padre non sarà mai il Figlio e il Figlio non sarà mai il Padre. Il rapporto non è di semplice contiguità, ma di generazione. I padri di Nicea cambiarono il senso della lingua greca per arrivare a questo, e dissero generato, non fatto. Tutti dicevano: ma in greco generato e fatto è la stessa cosa. D’ora in avanti non sarà più la stessa cosa. Generato rimane anche se non è prodotto, se non è creato, se non è fatto. Generato ha un significato assoluto. Il referente è generazione. Quando diciamo che Dio è amore, ci dovremmo ricordare perché è generazione. Perché è così. Perché si rivela così. Perché non è mai stato solo. Dio è unico, ma non è mai stato solo. Non c’è perfezione del concetto d’amore senza generazione. Quindi in qualche modo l’amore deve ripetere la generazione. Se no si corrompe e ci corrompe.
L’umanità — ricorda Violante — è termine di un dovuto, termine di un debito. Io infatti sostengo siamo ospitati, e poi ci congediamo dall’umanità che non abbiamo inventato noi, sperando di averla resa un po’ migliore.
Il senso dell’amore è generazione, non solo la sua conseguenza, allora posso aspettarmi che il cristianesimo parli del fatto che anche la nostra venuta in vita è destinata e il suo compimento dipende proprio dal fatto che noi abbiamo onorato, nel nostro piccolo, il fondamentale dell’amore e del voler bene, che è la generazione, cioè il dedicarci, il fare memoria della generazione passata.
Elena Buia Rutt — Sì, la generazione è fondante: può essere intesa come procreazione, ma anche come gesto artistico che genera un’opera. L’artista non può non esprimersi; non sa, come una donna, perché ha bisogno di “generare”, ma non può non farlo, perché sente pressante il bisogno di entrare in relazione. L’identità dell’artista, come quella di una madre è un’identità multipla, fluida, in contatto radiante con le generazioni passate, presenti e future. Per quel che mi riguarda, come scrittrice e come madre, non riesco a trovarmi nel concetto di generazione come separatezza. Per niente. Mi sento fisicamente il prodotto delle storie, della tradizione, dell’esperienza trasmessami dalle persone che mi hanno preceduto. Inoltre, il mio sguardo sul mondo non è più “solo mio” da quando sono diventata madre: è inabitato anche dallo sguardo dei miei figli. Io sono un anello. Mi sento un anello connesso e che connette le storie del passato e del presente. Forse anche perché scrivo e vivo di storie. Rivivo gli attraversamenti della realtà di chi mi ha preceduta e mi sento legata alle donne, per esempio della mia famiglia, che mi hanno formata e mi aiutano a risolvere i problemi quotidiani. Le generazioni sono una catena.
Carlo Triarico — La dimensione storica è fatta anche di futuro e il futuro è il mistero della storia. Pensando ai bambini, che nascono per vivere un tempo che io non vivrò, so che hanno qualità che probabilmente io non posso neanche percepire. Non ho gli strumenti, destinato come sono, alle qualità per il mio momento storico. Questo dato può portare a non riconoscere le loro qualità e alla depressione del futuro, se non si coltiva la devozione e l’amore per loro. Non vedo, ma so che sono dotati di alte qualità, perché il futuro non sarà facile. Poiché l’attentato a queste qualità è continuo, i giovani creano un mondo parallelo. Il figlio rientra quando il padre va a lavorare perché vive il mondo notturno, come mondo libero. Ugualmente accade con il mondo parallelo dei social e persino degli sballi. Il mondo vero per loro è quello lì, perché il mondo degli adulti ha sottratto lo spazio dove sono chiamato ad abitare. E tuttavia la notte della discoteca, del cellulare, eccetera ci dicono che i giovani vogliono creare un mondo. Vorrebbero la possibilità di lavorare a un mondo del futuro, nel senso dell’attesa, perché sentono una destinazione. La destinazione può essere escatologia, ma può essere anche quello che ci veniva detto prima da Violante: penso di poter fare il bene comune, penso di potermi dare al mondo. I giovani stanno cercando questo, alcuni dirottati in luoghi altri, non per caso ho parlato di attentato. Come si fa allora a creare una leadership condivisa per aiutare i giovani a costruirsi il mondo ideale che possa essere altrettanto reale? Vedo la possibilità di uno dei luoghi nuovi dell’umano nell’agricoltura, probabilmente perché è il settore ultimo, abbandonato, un luogo di discriminazione. Qui l’agricoltura ecologica porta in sé una spiritualità nuova, rispetto al tramonto della tradizionale spiritualità rurale.
Lucetta Scaraffia — Mi domando cosa la scuola può fare in tutto questo. Perché io credo che la grande assente in questo discorso è la scuola, che non trasmette più. Né nozioni utili, anche se vecchie... né scintille nuove. Anche nella scuola però sta arrivando una generazione nuova, di ragazzi preparatissimi che non trovano sbocco nella ricerca e nell’università, che insegnano con passione e sono pronti al rinnovamento.
Volevo tornare su quello che diceva Sequeri sulla gestazione, la gestazione ricorda che ci vuole del tempo, è un lavoro nascosto, che richiede una dedicazione completa. Non considerare la gestazione un aspetto molto importante, significativo della vita umana, vuol dire negare questa dimensione. Oggi la dimensione della generazione è negata: mortificate socialmente, nella società e nella Chiesa, le donne stesse sono state portate a negare la maternità. Quindi adesso abbiamo tante donne che sono come gli uomini, ma abbiamo poche donne che sono madri.
Luciano Violante — Mi chiedo: c’è una domanda di comunità nella società italiana? A me pare di sì. Anche le solitudini a volte nascondono un bisogno intenso e disperato di rapporto con l’altro, di essere compresi e di comprendere. Non si può solo stare a guardare, proprio perché crediamo nella umanità.

Pierangelo Sequeri — Forse è proprio questa la categoria chiave se vogliamo considerare la generazione — intesa come insieme di persone che arrivano e imparare a prendersi la loro responsabilità rispetto all’umano — cioè il senso del dovere, di ciò che è dovuto. Allora, l’umanità, l’umano che è comune è dovere nel senso di ciò che è dovuto da parte della generazione che viene. Si va a scuola per imparare il dovuto. Si viene educati per imparare il dovuto. Nei confronti, appunto, dell’umanità che abbiamo ricevuto e alla quale dobbiamo aggiungere valore.

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