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La tragedia dimenticata di Cap Arcona

· Da nave di lusso a lager galleggiante ·

Un disastro navale che ha fatto cinque volte più vittime del naufragio del Titanic, una delle più grandi catastrofi marittime della seconda guerra mondiale, uno dei più incredibili casi di fuoco amico della storia. Il nome Cap Arcona è legato a molti, tristissimi record, ma non si trova facilmente sui libri di scuola, perché è ancora una delle tragedie meno conosciute della storia del Novecento. Forse volutamente poco conosciuta, perché si tratta di una vicenda controversa, per molti aspetti ancora oscura e destinata a lungo a rimanere tale, perché imbarazzante per tutte le parti in gioco.

Il piroscafo Cap Arcona quando era ancora una nave da crociera di lusso

Gli storici Pierre Vallaud e Mathilde Aycard l’hanno raccontata nel libro Le dernier camp de la mort. La tragédie du Cap Arcona, 3 may 1945 (Paris, Éditions Tallandier, 2017, pagine 296, euro 20,90) dopo un lungo e accurato lavoro di archivio, riportando le testimonianze dei pochissimi sopravvissuti, recuperando e allineando una accanto all’altra le tessere di un mosaico complesso.

Cap Arcona era una nave di lusso, disegnata per attraversare gli oceani, costruita nei cantieri di Amburgo alla fine degli anni Venti con le tecnologie ingegneristiche più moderne del tempo. Ma la storia narrata nel libro inizia sulla terraferma, in mezzo alle baracche e alle fabbriche di mattoni di Neuengamme, il più grande lager della Germania settentrionale e uno dei più letali. Secondo recenti stime passarono dentro i suoi reticolati oltre centomila persone: prigionieri politici ebrei, cristiani e comunisti, artisti e intellettuali, “devianti” di ogni tipo, secondo le classificazioni della folle ideologia nazista, provenienti dalla Germania, dal Belgio, dalla Francia, dalla Polonia.

Morirono in sessantamila, decimati da lavori forzati, epidemie di tifo, esecuzioni arbitrarie, esperimenti medici a base di batteri della tubercolosi. Per molti sopravvissuti al lager, però, la fine fu solo rimandata.

Poco prima della fine della guerra, il 3 maggio 1945, più di settemila deportati morirono sotto il tiro incrociato della Royal Air Force e delle truppe tedesche, nell'affondamento del piroscafo Cap Arcona e delle altre navi-prigione ormeggiate al largo della baia di Lubecca dove si trovavano rinchiusi. Il giorno successivo, il 4 maggio 1945, le truppe inglesi entrarono nel campo di concentramento di Neuengamme, trovandolo completamente vuoto.

Cosa era successo nel frattempo? Anche le date contribuiscono a delineare il quadro di una vicenda ai limiti dell’assurdo. Siamo agli ultimi giorni di guerra. Hitler si è già suicidato: pochi giorni dopo, il 7 maggio 1945, la Germania sarebbe stata costretta a firmare la resa e l’8 maggio il secondo conflitto mondiale avrebbe visto la sua fine ufficiale in Europa.

Ma la Cap Arcona, nel frattempo, era stata requisita, prima per girarvi un film su — ironia della sorte — il naufragio del Titanic, poi per essere trasformata in un lager galleggiante. A bordo di quella che un tempo era considerata la perla della flotta tedesca adesso ci sono migliaia di prigionieri sfollati da Neuengamme, stipati dai loro carcerieri ben oltre la capacità di carico, lasciati senza cibo né acqua. Probabilmente l’intenzione era quella di affondare la Cap Arcona e altre due navi, la Thielbek e la Athen, portate appositamente nella baia di Lubecca in modo da eliminare le tracce dei crimini commessi nei campi di concentramento. Durante l’imbarco dei primi prigionieri sulla Cap Arcona, a fine aprile 1945, gli uomini delle ss chiusero tutte le possibili vie di fuga e bloccarono le scialuppe di salvataggio. Un particolare che viene interpretato dagli storici come l’indizio dell’intenzione di affondare la nave tramite un’esplosione. Furono bloccate le paratie antincendio e la nave venne provvista di una quantità moderata di carburante, il minimo necessario per il suo ultimo viaggio.

Migliaia di deportati morirono nel rogo del piroscafo o annegati nelle freddissime acque del Baltico; tra chi riuscì a raggiungere la terraferma, molti furono raggiunti e uccisi dalle truppe tedesche.

La Croce rossa svizzera informò le truppe di terra alleate dell’esistenza delle navi e del tipo di carico da esse trasportato, ma l’informazione non arrivò ai piloti della Royal Air Force che, durante i voli di ricognizione, non riconobbero nei passeggeri dei prigionieri.

di Silvia Guidi

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