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La tragedia dell’acqua

· Un bene primario indisponibile per troppe persone nel mondo ·

Salvare l’acqua e renderla disponibile è fra le azioni prioritarie dei nostri tempi. Senza un’iniziativa internazionale sulle politiche dell’acqua e del cibo, l’instabilità delle parti più fragili del pianeta genererà conseguenze irreversibili per tutti.

L’11 per cento della popolazione mondiale soffre la fame e il numero ha ripreso ad aumentare colpendo 38 milioni di esseri umani in più rispetto al 2015. L’Onu indica i dati della catastrofe nel rapporto «The state of food security and nutrition in the world 2017». E il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad) richiama l’attenzione sulla relazione tra carestie, conflitti politici e cambiamenti climatici, strettamente legati alla questione dell’acqua. Le molteplici concause di questa vergogna riconducono a responsabilità umane.

Letto di un fiume a secco  in Galizia (Ansa)

Il 2017 ha avuto l’estate tra le più siccitose e calde della storia. La quantità di acqua delle precipitazioni non ha subito grandi variazioni, ma sono diminuiti i giorni di pioggia e sono variati i flussi e le condizioni, con lunghi periodi secchi e alluvioni improvvise in aree ristrette. È più difficile incanalare e conservare l’acqua piovana e diminuisce la sua disponibilità. In base a questo dato critico si capisce che bisogna impedire, con fermo proposito, che l’acqua diventi uno strumento di potere.

La possibilità di sfamare i milioni di esseri umani che ai nostri tempi affrontano lo sterminio per fame, risiede anche nella possibilità di disporre equamente di acqua dolce sana e vitale. Per questo dovremo perseguire una scienza dell’economia che metta a sua base il motore della fraternità, in luogo di un’economia finanziaria specializzata nel trasformare le risorse in beni speculativi.

Mentre a Bonn si svolgeva la conferenza Onu sul clima «Cop23», chiusasi il 17 novembre, il Fondo ambiente italiano (Fai) ha tenuto dal 10 al 12 novembre un incontro di grande profilo avviato da Romano Prodi, Andrea Carandini e Giulia Maria Crespi, seguito da esperti di varie provenienze, per concepire iniziative di sistema sull’acqua e ripensare consumi, raccolta e diffusione delle acque dolci, con una visione del tutto nuova.

Il valore dell’acqua sta nel suo continuo scorrere e muoversi armonicamente. Questa rappresentazione di Eraclito è oggi la stessa per un’economia circolare e dell’uguaglianza sociale: l’acqua circolerebbe e bagnerebbe tutti, indipendentemente dal loro status. Sorella acqua è però oggi indisponibile per troppi esseri umani, sottratta ad alcuni usi, sprecata, imbrigliata, inquinata, trasmutata a volte in un nemico irruento e distruttivo, o in uno strumento di ingiustizia sociale. In Africa si chiudono i pozzi dei villaggi con la forza o l’inganno, per scacciare gli abitanti e sfruttarne le terre su cui collocare miniere, o monocolture da mangimi per il bestiame del Nord, quel Nord che poi paga care le sue scelte. L’Authority italiana per l’ambiente (Ispra), ha trovato che il 63,9 per cento dei siti di monitoraggio dell’acqua di superficie è inquinato da un totale di 241 principi chimici, a partire dal glifosato, un erbicida classificato nocivo per gli ambienti acquatici, che lo Iarc giudica probabile cancerogeno. È una minaccia per la salute umana, poiché in tanti casi queste sostanze superano i limiti e generano tra loro sinergie dagli effetti ancora sconosciuti.

L’acqua dolce è meno del 2 per cento del totale. Continuiamo a considerarla una risorsa inesauribile in un processo stabile, trascurando che diminuisce la sua effettiva disponibilità e che quindi si impone come problema di equità. L’obiettivo di portare acqua potabile e cibo nutriente a tutti è una grande sfida per l’economia, la politica e la cultura. Accesso alla risorsa, efficienza dei processi e finanziabilità delle pratiche sono scelte sociali. Occorre decidere quanta acqua concedere e a chi, cosa incentivare o ridurre. Per farlo bisogna individuare la rete complessa, anche indiretta, di fruitori dei vantaggi. Purtroppo ci si muove ancora in assenza di modelli o quadri di riferimento, mentre la scienza finanziaria si occupa prevalentemente di acqua e cibo come commodity.

Oggi l’accesso a questi beni preziosi è regolato dal prezzo, che fluttua in conseguenza di speculazioni finanziarie o di scelte politiche, selezionando i fruitori nel modo peggiore: sulla base del loro censo. Come è noto, il ricorso all’aumento dei prezzi agisce sui redditi, ma è ininfluente sul contenimento dei consumi. Lo vediamo quando all’aumento dei prezzi, continua a corrispondere lo stesso immenso spreco di cibo dal campo alla tavola e la costante grande dispersione di acqua dalle condutture e dai rubinetti. Servono allora soluzioni di giustizia localizzate, pensate caso per caso. Potremmo anche cadere nell’illusione che sarà l’efficienza a salvarci. Se è vero che dovremo portare le reti di fruizione a tutti gli abitanti, è vero anche che l’efficienza della distribuzione idrica o alimentare non garantisce il risparmio della risorsa né l’equità nell’accesso. Anzi, in mancanza di scelte di valore e solidali che regolino le concessioni, incentiva soprattutto la disponibilità e dunque le precondizioni dello spreco. Bisogna allora spartire pane e acqua in un’ecologia integrale, prima che l’emergenza favorisca il prevalere di soluzioni selvagge, autoritarie o paternalistiche.

Oggi la grande accusata di sprecare acqua è l’agricoltura. Il dato Inea del 2007 dice che il 60 per cento dell’acqua dolce impiegata in Italia va all’agricoltura. A ben vedere però l’accusa va posta sotto una nuova luce. Bisogna dire in modo chiaro che l’agricoltura spreca l’acqua quando la inquina con pratiche dissennate o con prodotti industriali: grandi concentrazioni di bestiame, devastazione dei suoli, diserbanti, fungicidi, insetticidi. Di norma un’agricoltura sana conserva e valorizza l’acqua che prende in consegna e restituisce rigenerata al ciclo naturale, ai fiumi e alle falde. Il governo rurale dell’acqua sostiene la circolarità che la tiene vitale. È dunque una semplificazione considerarne l’uso per la produzione agricola alla stregua del suo consumo urbano o industriale. Sono questi ultimi a condizionarla fortemente, a volte in modo permanente. Quell’acqua non dovrebbe essere inserita direttamente nel ciclo, ma depurata. L’operazione comporta costi ed energia, i cui conti torneranno in pareggio solo se cambieremo strategia. Ossia non solo bisognerà rendere efficienti i depuratori dei reflui per risanare l’acqua, ma si dovranno anche recuperare le sostanze inquinanti disciolte e valorizzarle come risorsa riutilizzabile. Un tempo la rimediazione delle acque reflue si praticava con le marcite e le deiezioni si recuperavano maturandole nei campi. Oggi la presenza aumentata di metalli pesanti, di nuovi composti minerali e di sostanze sintetiche ci obbligano a rimedi più impegnativi, ma a cui non possiamo sottrarci. Le normative della maggior parte dei paesi permettono spesso azioni dissennate sull’assetto idrogeologico dei territori. In Italia oggi il dm 185/03, una norma con parametri più restrittivi di 1000 volte rispetto alle raccomandazioni in materia dell’Organizzazione mondiale della sanità, impedisce persino il riuso in agricoltura dell’acqua reflua civile depurata (che resta lo 0,3 per cento dell’acqua da irrigazione), mentre l’acqua pesantemente inquinata spesso arriva incontrollata nel reticolo irriguo dei campi. Ci si chiede quindi se sia ancora la soluzione migliore avere una sola rete fognaria per le acque nere dei gabinetti e per le acque meteoriche dei nostri tetti?

La risorsa acqua c’è e c’è la conoscenza tecnologica resiliente al cambiamento. Avremmo già tutte le conoscenze per un’agricoltura ecologica, “climate smart” e di precisione. Uno studio dell’Università di Sidney e dell’istituto elvetico Fibl, presentato in Italia nel 2016, dice che i suoli da agricoltura biodinamica trattengono in media il 55 per cento di acqua in più, hanno un ridotto consumo idrico e resistono meglio all’erosione e alla siccità. Le buone pratiche vanno però condivise. Serve concepire una rete diffusa di piccole opere di gestione, raccolta e scolo delle acque meteoriche e articolarla in un quadro generale di infrastrutture. Occorre aumentare la capacità di assorbimento della pioggia da parte dei terreni e ridurre la loro impermeabilizzazione, fermare il consumo di suolo e l’automatismo espansivo degli insediamenti umani, favorire la rigenerazione urbana e la rinascita rurale. Su questo il Patto dei sindaci per il clima e l’energia individua alcuni vantaggi, piani e azioni: una delocalizzazione dal basso per favorire l’adattamento, in attesa dei risultati dei vertici dei governi mondiali.

Servirà realizzare casi esemplari e condividere in un sistema le politiche dei territori, delle autorità di bacino o di distretto, dei consorzi di bonifica, che devono incanalare più acqua di una volta e in meno tempo, captarne e conservarne più possibile, distribuirla equamente, regimarla controllando l’idrogeologia, diffondere saggezza e valori. È l’opera da affermare in una “Terra senza confini” e non si potrà farlo senza interrogarsi sui valori dei nostri tempi. Si tratta di prendere in carico collettivamente, come impulso storico dell’umanità e moltiplicandone gli effetti, il precetto “dare da bere agli assetati”, che la tradizione cristiana annovera tra le opere di misericordia.

di Carlo Triarico

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21 settembre 2019

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