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La traduzione come grazia di Dio

· Su una missione salvifica che supera le differenze linguistiche ·

Nell’Epistola ai Romani, Paolo, l’apostolo delle genti, paragona l’incontro del paganesimo con il messaggio cristiano all’innesto di un ramo dell’ulivo selvatico sul pingue ulivo fruttifero rendendolo fecondo. Il paragone, è stato felicemente notato, può applicarsi a tutta la storia della civiltà mediterranea, fatta di innesti continui, di matrimoni exogamici, di un assiduo intrecciarsi e scambio di esperienze, modelli e valori fra civiltà diverse, ove ogni cultura nasce sull’eredità di altre culture, fatte proprie, trascritte, tradotte, interpretate in nuovi contesti e linguaggi.

Luca Della Robbia, Aristotele e Platone (Museo dell’Opera del Duomo, Firenze, 1437-1439)

La letteratura ellenistica tesse in varie maniere questo tema, ritrovando presso i popoli che già l’impero di Ciro, di Dario e infine di Alessandro Magno aveva domato e unito, i segni di una comune variegata eredità. Anche l’orgogliosa contrapposizione fra greci e barbari sfuma, pur nella consapevolezza che «quanto i Greci hanno ereditato dai barbari lo rendono più bello portandolo alla perfezione»: così si legge nell’Epinomide, testo della prima scuola platonica, che nell’annunciare una nuova grande religione astrale, ricorda il debito dei Greci rispetto all’Oriente, ai dotti dell’Egitto e della Siria, i primi a coltivare la scienza dei divini corpi celesti.

Se già Erodoto aveva sottolineato l’origine egiziana del pantheon greco («quasi tutte le divinità sono venute in Grecia dall’Egitto»), come dei misteri dionisiaci — e il tema di un’origine orientale ed egizia della filosofia è presente nella scuola platonica e in Aristotele — un quadro ampio e sistematico è offerto nel primo secolo dell’era cristiana da Diodoro Siculo: «nei miti si racconta che in Egitto nacquero gli dèi, e si dice che là furono compiute per la prima volta le più antiche osservazioni sugli astri», scrive nella sua Biblioteca storica insistendo sul tema della derivazione di tutta la cultura greca dagli egizi alla cui scuola si sarebbero formati poeti, filosofi, scienziati della grecità: «Infatti, i sacerdoti degli egiziani, sulla base di quanto hanno registrato nei libri sacri, narrano che presso di loro in antico giunsero Orfeo, Museo, Melampo e Dedalo, inoltre il poeta Omero e Licurgo di Sparta, e ancora Solone e il filosofo Platone di Atene e che vennero anche Pitagora di Samo e il matematico Eudosso, e ancora Democrito di Abdera ed Enopide di Chio. Come prove della venuta di tutti costoro, indicano di alcuni le statue, di altri le denominazioni omonime di luoghi o di costruzioni e adducono dimostrazioni tratte dal sapere coltivato da ciascuno di costoro, sostenendo che tutta la cultura per la quale vengono ammirati in Grecia venne trasferita dall’Egitto (ex Aigùptu metenenèchthai)».

I greci eredi degli egizi: identiche sono anche le divinità, scrive Diodoro, «solo i nomi sono cambiati».

Nella rievocazione, mitica e storica, dell’origine della civiltà e della dipendenza dei greci dai barbari, un tema assume importanza centrale: la scrittura — la testimonianza scritta — come essenziale per la conservazione e la trasmissione di un patrimonio culturale. Non a caso la scrittura non è invenzione dell’uomo, ma di un dio che l’ha insegnata agli uomini.

È ben noto il discorso di Crizia in apertura del Timeo platonico: ove centrale mi sembra non tanto il mito dell’Atlantide, sul quale molto è stato scritto, ma il ricordo del reciproco scambio culturale fra l’Egitto e la Grecia, sotto la simbolica protezione di una medesima divinità indicata con due diversi nomi, Neith e Atena. Se storicamente più antica è la civiltà greca, di mille anni precedente l’egizia, i greci dei tempi di Solone — a dire del sacerdote egizio suo interlocutore — avevano perduto notizia delle antiche storie e dottrine perché non ne avevano conservato memoria scritta, a causa delle periodiche catastrofi, alle quali erano sopravvissuti solo pochi abitanti delle montagne, «bovari e pastori», «illetterati e nemici delle muse», «morti senza avere fissato la loro voce nella scrittura»; gli egizi invece — esenti per la felicità del luogo dai disastri periodici — avevano «nei templi» e «nelle sacre scritture» (en tòis hieròis gràmmasin) conservato notizia scritta («ogni cosa viene scritta qui fin dall’antichità») delle antiche glorie di Atene e delle sue istituzioni, le più belle mai esistite sotto il cielo, divenendone eredi e imitatori. È proprio questa esistenza di memorie scritte a fare dell’Egitto dei tempi di Solone il luogo dal quale i greci potevano trarre consapevolezza della propria storia come quella degli «uomini più intelligenti», «generati e allevati dagli dèi». Nei «libri sacri» (en tàis hieràis bìblois) degli egizi, nelle loro «cronache» (en tàis anagrafàis) insisterà Diodoro, si trova la testimonianza del primato storico della loro cultura rispetto a quella greca che da essa dipende.

di Tullio Gregory

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23 maggio 2019

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