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La tradizione
reinterpretata nel tempo presente

· Il rinnovamento del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II ·

È riduttivo interpretare la Chiesa in termini meramente sociologici, così com’è semplicistico opporre un Papa a un altro. Questo non esclude, ovviamente, che lo stile e la forma di un Pontificato abbiano tratti specifici e differenze significative. Analogamente, tutto ciò non significa che la Chiesa possa sottrarsi a complesse dinamiche relazionali, orientamenti pastorali opportunamente diversificati e modelli teologici legittimamente differenti. La verità della forma ecclesiae sta nel suo incessante riferimento all’evento salvifico del Signore Gesù, che è il compimento escatologico dell’alleanza tra Dio e l’umanità. È a questa irrevocabile fedeltà di Dio che la Chiesa è chiamata a rimanere fedele, attraverso i cambiamenti storici e le diversità culturali che le appartengono. Questa sua “stabilità” (fedeltà), quindi, non può essere confusa con l’oggettivazione di una verità astratta e disincarnata dal dramma della storia, ma proprio in queste vicende testimonia l’evidenza del dono trascendente che è la sua ragion d’essere.

Queste sono le ragioni teologiche che rendono implausibili e strumentali le letture degli attuali cambiamenti del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo ii per le scienze del matrimonio e della famiglia in termini di “resa dei conti”, “epurazioni” e oscure “lotte di potere”. L’evidente rinnovamento di questo Istituto appare con lineare semplicità nel riassetto dell’“Ordinamento degli Studi”, ove si esprime in modo chiaro il contributo sinfonico che le scienze teologiche sono oggi chiamate a elaborare sulle questioni della “morale speciale”, in particolare quelle riferite al matrimonio e alla famiglia: la teologia biblica e sistematica, la teologia pratica, i saperi antropologici. Tutte queste discipline concorrono a costituire l’intelligenza teologica della fede, ciascuna con l’originalità del suo profilo e all’interno di un intento unitario, sistematico e rigoroso.

In tale contesto, la teologia morale, nel suo insieme, è chiamata a un “necessario aggiornamento”, che sappia fare tesoro della sua ricca tradizione, reinterpretandola nel tempo presente. Il difficile compito richiede di superare un’alternativa. Da una parte, vi sono teologi e fedeli che interpretano la teologia morale come un sapere oggettivato — ancor più che oggettivo —, immutabile e senza alcun debito nei confronti dell’esperienza storico-culturale, come se essa fosse dedita unicamente a stabilire il lecito e l’illecito, il permesso e il proibito: è la «morale fredda da scrivania» di cui parla Amoris laetitia (n. 312), con formula felice. Dall’altra parte, alcuni altri teologi e fedeli si espongono al rischio di una soggettivizzazione e un relativismo che trasforma il volere dell’individuo in arbitro insindacabile della verità e che, nel contempo, relativizza la fede in termini meramente culturali. La sfida fondamentale, per la teologia morale odierna, è dunque duplice: evitare l’essenzialismo e l’oggettivismo intellettualista, senza però cadere in un’interpretazione che svuoti la verità del bene, enfatizzando l’idea di una coscienza ridotta in termini individualistici. L’una e l’altra opzione, apparentemente contrarie, patiscono lo stesso difetto e condividono il medesimo presupposto. Infatti, al di là dell’ingannevole opposizione, ambedue sottodeterminano che il sapere morale, o teologia morale, è lo studio rigoroso della fede cristiana nella sua forma pratica e che questa ha una ineludibile valenza storica, culturale e relazionale.

Il compito della teologia morale è di pensare la forma pratica della fede, nel tempo «compiuto» (cfr. Mc 1, 15) annunciato dal vangelo di Gesù. Per questo, possiamo dire che la fede è irriducibile a etica, in quanto essa è riconoscimento fiducioso dell’iniziativa gratuita di Dio nella storia e tuttavia implica una costitutiva forma morale, perché l’atto dell’uomo è la risposta necessaria e libera all’evento di grazia. All’origine, dunque, ci sono i benefici di Dio e alla fine il compimento ultimo, realizzato nella storia di Gesù e attualizzato nella Chiesa grazie al dono dello Spirito: nel mezzo, sta il dramma della vicenda umana, con le sue scelte, relazioni e circostanze, indissociabilmente segnate dalla promessa del bene e dal male che la insidia.

Le questioni, che abbiamo qui sinteticamente evocate, stanno sullo sfondo dei nodi teorici riguardanti anche i grandi temi della famiglia, considerata nella sua relazione costitutiva con la Chiesa e il mondo contemporaneo. Su tali questioni, i Papi sono intervenuti a più riprese nell’ultimo secolo, collocandosi all’interno di una ricca tradizione millenaria. In particolare, a partire dal Concilio, la Gaudium et spes, poi l’Humanae vitae di san Paolo VI, la Familiaris consortio e la Veritatis splendor di san Giovanni Paolo II, l’Amoris laetitia di Francesco sono alcuni dei documenti in cui i Papi, in quanto capi del Collegio episcopale, hanno espresso autorevolmente il proprio magistero morale, tenendo conto della diversità dei tempi e dei rinnovati compiti pastorali. Opporre questi documenti significa tradirli. Uno dei compiti dell’intelligenza teologico-morale è di pensarli insieme, nella prospettiva di un’unica verità che si articola nella complessità pratica delle situazioni e delle circostanze, così rispondendo alle sfide del tempo presente. Nell’ambito della vita morale, il compito della teologia non è di creare recinti o fossati, ma di pensare la forma pratica della fede cristiana, alla luce dei testi autorevoli del magistero ecclesiastico, perché il dono di grazia sia testimoniato ancora oggi nello splendore della sua verità.

di Maurizio Chiodi

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23 ottobre 2019

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