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La tortura
del non fare niente

«Mi alzo alle 6, leggo un libro, porto il caffè a mia madre, prendo il pullman e cerco di stare fuori tutto il giorno». Fabrizio ha 26 anni, l’ultimo romanzo che ha letto è Furore di John Steinbeck che racconta la migrazione dei bianchi poveri nell’America degli anni Trenta. Come la famiglia dell’Oklahoma, anche lui ha cercato di partire in cerca di un lavoro, di lasciarsi alle spalle Crotone dove «per fare il cameriere al chiosco della spiaggia devi passare dalla ‘ndrangheta».

Una scena del film «Furore» (John Ford, 1940)

Ma non c’è riuscito: ad attenderlo ci sono state solo porte sbattute contro alla sua esistenza non vissuta. Da allora — dopo aver svolto i lavori più disparati (scaricatore di merce a cinque euro al giorno; trascrittore di documenti a un euro a pagina e via dicendo) nella città col più alto tasso di disoccupazione giovanile — Fabrizio ha smesso di sperare.

«Devi credermi. Ci stiamo perdendo. Abbiamo paura. Siamo fantasmi. Inesistenti. Io mi sento al limite, un’oliva spremuta fino al nocciolo tutto secco e raggrinzito».

A raccontare questa storia, insieme a quella di altri ragazzi che «hanno fatto di tutto prima di arrendersi», è l’inviato speciale della «Stampa», Niccolò Zancan. Lo fa bene, tanto da provocare un senso di colpa nel lettore che ha guardato ma non ha visto il problema, nel libro Uno su quattro. Storie di ragazzi senza studio né lavoro (Bari, Laterza, 2019, pagine 108, euro 14). In poco più di cento pagine, il giornalista ricostruisce le giornate sospese di un gruppo di giovani — da Crotone a Ostia passando per Ferrara e Torino — considerati Neet (Not in education, employment or training). Vale a dire: ragazzi dai 15 ai 24 anni che non studiano e non lavorano; sono numeri vuoti, utili solo alle statistiche.

«Cosa spinge un quarto di generazione nell’angolo?», si domanda Zancan nel suo libro, «Dobbiamo pensare che uno su quattro sia pigro, buono a nulla, incapace? La logica ci dice che così non può essere». E non può essere davvero così, non si può parlare di giovani schizzinosi o bamboccioni, perché tutti quei ragazzi si sono dati da fare, «sono stati sfruttati e messi da parte». Con l’unica colpa di «venire al mondo in un posto dove l’indirizzo di residenza descrive già, con molta probabilità, quello che sarà il loro futuro».

Non solo Fabrizio, nel volume compaiono pure Ernesto, F., Micaela, Denis e Giuseppe. Si tratta di vite tra loro non tanto diverse, accomunate da «pochissimi soldi in tasca, sogni confusi, velleitarismo, territori di provenienza devastati dalla disumanità». A Crotone, dove la statale ionica 106 ha fatto più morti di quelli di mafia, come nella periferia di Torino, i pomeriggi azzurri sono lunghi da far passare. La gastrite, l’insonnia e gli attacchi di panico si alternano al ritmo con cui si controllano le notifiche di Google Alert, Infojob, Indeed e Jobrapido.

Ormai si è «stanchi morti di non fare niente», di non essere visti, di non avere quasi un nome, di aver collezionato diplomi o lauree che non servono a niente, di essere iscritti inutilmente a sette centri per l’impiego o «di raggiungere gli amici all’uscita della discoteca quando non servono più soldi per stare insieme». Zancan queste realtà in bilico le descrive dandogli finalmente voce. Cronache di futuri già scritti, esistenze che attendono solamente la notte. Di questo libro, testimonianza di uno spaccato tutto italiano «di tentativi fatti, baci non dati e rabbia», si ha realmente bisogno per non fingere che a casa vada tutto bene. «Ogni storia raccontata è un atto d’accusa».

di Enrica Riera

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20 agosto 2019

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