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La testimonianza via di accesso alla verità

· Intervento del segretario della Conferenza episcopale italiana Mariano Crociata ·

Perché la verità deve avere un prezzo? E qual è il rapporto fra la testimonianza e la verità? Attorno a queste due domande — che «denotano entrambe l’indisponibilità e l’inaccessibilità immediata della verità» — si è articolato l’intervento tenuto ieri sera a Carpi (Modena) dal vescovo Mariano Crociata, segretario generale della Conferenza episcopale italiana (Cei), a conclusione del ciclo di incontri «I martedì di Sant’Ignazio» organizzati dalla diocesi sul tema «La verità: una, nessuna o centomila?».

Per monsignor Crociata, in diversi ambiti dell’umano (storico, giudiziario, scientifico), è sempre necessaria una qualche mediazione per accedere alla verità; e in più di un caso entra in gioco la testimonianza, e cioè «la parola con cui qualcuno riferisce di conoscere, per aver visto e saputo qualcosa, per cognizione acquisita e documentata che può offrire». In questi casi si può dire che la verità abbia un prezzo; prezzo e testimonianza la cui richiesta si fa ancor più esigente quando è in gioco «l’orientamento ultimo della coscienza, le domande e le scelte decisive della vita». La verità assume in questo senso — spiega il segretario generale della Cei — «l’aspetto di ciò che conferisce valore definitivo alla persona e alla sua vita, perché si propone con il carattere del fondamento».

Nella relazione, intitolata Il prezzo della verità e la testimonianza , Crociata invita a non perdere di vista il fondamento antropologico della testimonianza e il suo rapporto costitutivo con la verità. Un rapporto che risalta nella comprensione e nell’esperienza cristiana della realtà. Per questo — afferma il vescovo — «la riscoperta del senso cristiano della verità e della testimonianza ha il valore non solo di riportare all’attenzione una dimensione costitutiva della fede e dell’esistenza credente, ma anche di contribuire alla ricomposizione di una cultura segnata dalla dissociazione e minacciata di dissoluzione». Ciò vale specialmente in un tempo «in cui tutto ciò che ha a che fare con l’ambito dei valori, delle credenze, della scelta ideale, religiosa e morale tende a essere rigorosamente relegato nel ridotto della coscienza intesa come spazio meramente privato, e in cui lo spazio pubblico viene concepito come ambito di regolamentazione esteriore funzionale a una convivenza ordinata priva di riferimenti ulteriori condivisi». Un tempo dove «la verità viene di fatto espunta dal confronto pubblico e l’identità personale rimossa». Comprendiamo perché — sottolinea monsignor Crociata — «Benedetto XVI insista sulla necessità, per il bene stesso delle persone e della società intera, di ridare cittadinanza alla presenza di Dio e alla stessa verità dell’uomo».

La presenza testimoniante dei cristiani deve però misurarsi, innanzitutto, con «il carattere giudiziale» della parola e della presenza di Gesù; la sua rivelazione pone delle condizioni, esercita «un giudizio secondo verità e giustizia sull’esistenza e sulla storia dell’uomo». Di fatto questo carattere ha prodotto in ogni epoca moti di persecuzione, fino a produrre il sacrificio supremo, il martirio, ovvero «il coronamento della vita cristiana nella sua fondamentale e radicale esigenza di fedeltà al Signore». La situazione culturale odierna — afferma il segretario generale della Cei — «conosce vaste regioni in cui il martirio viene perpetrato in forme e misure perfino superiori a tante epoche del passato», ma «presenta nel nostro Occidente una modalità di rimozione che sposta da Cristo alla Chiesa il termine del rifiuto e del contrasto, sottraendosi al giudizio della verità». La responsabilità dei credenti sta allora «nella capacità di ripresentare al vivo la verità di Cristo e la sfida che egli lancia attraverso la nostra testimonianza resa a quanti sono chiamati a incontrarlo».

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24 agosto 2019

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