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Lettera ai vescovi della Val Padana

· ​La testimonianza di uno dei firmatari ·

Dopo sessant’anni ricordo ancora perfettamente il volto e la voce di don Primo Mazzolari mentre leggeva la sua Lettera ai vescovi della Val Padana.
Eravamo nella canonica della parrocchia di Gambara, invitati a cena da don Giovanni Barchi, vicario della zona. La zona era totalmente agricola e alle votazioni democristiani e socialcomunisti (come si diceva allora) erano sostanzialmente equivalenti. Durante la guerra, quando don Primo era ricercato dai fascisti, don Giovanni lo aveva ospitato nascondendolo in un granaio per alcuni mesi. 

Don Primo, per manifestare la sua riconoscenza a chi gli aveva salvato la vita, ritornava spesso a Gambara, raramente per qualche comizio, spesso per discorsi all’aperto sui grandi temi della fede.
Per lui la fede si doveva manifestare anche nella lotta contro ogni forma di povertà e nella ricerca continua di giustizia sociale.
Ricordo un suo appassionato discorso intitolato Giustizia per i morti tenuto al cimitero in occasione delle celebrazioni dei defunti. Raccomandava di ricordare i morti cercando di vivere secondo giustizia. Questo, diceva, è il suffragio migliore. Se non mi sbaglio, era proprio questo il tema del discorso del 1957.
Nel mezzo della cena don Primo chiese a tutti una pausa, voleva proporci di ascoltare ed eventualmente sottoscrivere una sua lettera. Ascoltando il testo, ero stupito dall’analisi, precisa e dettagliata di una situazione di sofferenza ben presente nella nostra zona.
Sentivo forte il desiderio di fare subito qualcosa per combattere una situazione di palese ingiustizia.
Di don Primo mi colpiva quel suo rivolgersi a noi, impegnati nell’apostolato in zone rurali, chiamandoci «sacerdoti contadini», ricordandoci che «niente è fuori dalla carità pastorale».
La conclusione della lettera mi coinvolse pienamente: mi invitava a fare della mia pena per la sofferenza dei salariati (e nella mia parrocchia ne conoscevo personalmente molti in queste situazioni inaccettabili) il “cattedratico” da mettere nelle mani del vescovo.
Desiderai anch’io di mettere nelle mani di colui che guidava la porzione della Chiesa nella quale esercitavo il mio sacerdozio — in segno di sottomissione e riconoscimento dei suoi poteri — la sofferenza del corpo di Cristo.
Terminata la lettura, per primo dissi subito: io firmo! E firmammo tutti, senza esitazioni. Don Primo ci assicurò che il testo sarebbe stato spedito ai i giornali e ai principali settimanali cattolici italiani.
Ingenuamente pensavo che la lettera sarebbe stata accolta con attenzione, che i dati statistici sul trattamento economico molto negativo sarebbero stati discussi (o negati) con serietà.
Per avere notizie mi tenevo in contatto con il giornalaio del paese. Sulla stampa cattolica a disposizione non trovai neanche una riga. Nulla su «L’Italia» (il quotidiano cattolico lombardo), nulla su «La Voce Cattolica» (il settimanale diocesano di Brescia).
Invece «L’Unità» ne diede presto notizia con un articolo che presentava gli otto sacerdoti firmatari come esempi coraggiosi da imitare nella lotta contro quella Chiesa che in quegli anni li aveva dichiarati “scomunicati”. Su «La Verità» — settimanale bresciano del Pci — l’onorevole Nicoletto in prima pagina indicava i preti firmatari come sostenitori della politica del Pci contro la Dc.
Il silenzio della stampa cattolica e l’utilizzo improprio della stampa comunista creò nella Chiesa una situazione difficile. Il vescovo di Brescia, monsignor Giacinto Tredici — molto anziano e ormai fuori dalla politica — mi convocò per chiedermi spiegazioni.
Mi fece parlare, mi ascoltò attentamente senza interrompermi, alla fine mi disse: «Forse la lettera non dice cose sbagliate, certo non poteva dire tutto. Una cosa però devi ricordare: la tua firma poteva essere giustificabile quando l’hai scritta sul foglio. Adesso ferisce la Chiesa e tu non puoi fare niente. Ricordalo sempre». E mi salutò con grande cordialità.
Concludo questa mia riflessione su don Mazzolari ricordando la sua fedeltà alla Chiesa: mai egli volle “uscire” dalla Chiesa per essere più libero di agire e diffondere il suo pensiero.
Ce lo ricordano anche le ultime righe della nostra lettera.
Il “presbitero rurale” mette nelle mani del vescovo la pena sua e del popolo «perché dopo averla offerta in silenzio al Signore la gridi dai tetti».

di Luigi Porta

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