Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Aquila randagia racconta

· La resistenza in Lombardia nei ricordi di don Giovanni Barbareschi ·

Pubblichiamo uno stralcio della prefazione del presidente della Fondazione Ambrosianeum al libro Memoria di sacerdoti “Ribelli per amore” 1943-1945 (Milano, Centro ambrosiano, 2018, pagine 352, euro 16) di don Giovanni Barbareschi (cappellano delle Fiamme Verdi e “aquila randagia”, medaglia d’argento della Resistenza). La prima edizione del libro, datata 1987, fu voluta dal cardinale Martini, allora arcivescovo di Milano.

Una foto tratta dall’archivio  delle Aquile randagie

Nell’accingermi a scrivere queste righe ho ancora davanti agli occhi e nel cuore due immagini recenti, una privata, l’altra pubblica. Nella prima sono con don Giovanni Barbareschi, l’autore di questo Memoria di sacerdoti “Ribelli per amore”, 1943-1945, ora ripubblicato molto opportunamente, a 30 anni dalla prima edizione. È la fine di gennaio di quest’anno e don Giovanni ha accettato di vedermi, nonostante abbia appena trascorso una brutta notte. È lui, il don Giovanni che conosco: non venir mai meno agli impegni, mantenere la parola data, sempre. Gli ho chiesto appuntamento per parlare di Teresio Olivelli, perché so bene della loro amicizia e della comune fatica nella redazione de «il Ribelle», il giornale clandestino della Resistenza dei cattolici che, diceva il motto, «esce come e quando può».

Di lì a pochi giorni, il 3 febbraio, Olivelli verrà beatificato al Palasport di Vigevano. Nella seconda immagine vedo confluire i servizi dei media in preparazione di quell’evento straordinario e i resoconti dell’indomani. Un’eco sobria, a dire il vero; ma va bene così. Troppa enfasi cannibalizza la vita, finisce per bruciare gli eventi nello spazio d’un giorno, li riduce all’effimero, confusi in un susseguirsi di cronache dove tutto sembra uguale e quindi, alla fine, è niente. È il prezzo della libertà di stampa, è la sfida etica dei giornalisti. La misura invece consente alla memoria di depositare i semi di quanto accade, li aiuta a penetrare in profondità. Il confine tra cronaca e storia resta labile. Tocca noi rendere efficace e credibile la prima, riempire di significati e di insegnamenti la seconda.

La beatificazione di Teresio Olivelli, l’autore de La preghiera del Ribelle, è un evento atteso, ma contiene elementi di novità. Per la Chiesa di Francesco qualcosa davvero sta cambiando. Quale modello di vita cristiana cui ispirare le proprie scelte di vita viene proposto un “eroe” della Resistenza. Uso questo termine, anche se so che don Giovanni proprio durante il nostro incontro ha tenuto a dirmi: «Era naturale comportarsi così, non era eroico; atti normali, non straordinari». Insisto anzi sulla parola perché c’è da essere davvero eroi oggi nel resistere a un mondo afflitto da quella minaccia per la convivenza che il Papa chiama «virus dell’indifferenza», un virus pervasivo in maniera impressionante.

Del resto l’affermazione di Francesco non è a caso. Sento che evoca un fenomeno preciso, ben noto alla psicologia: le infezioni psichiche collettive che intaccano la coscienza, la fanno ammalare, la corrompono. I sintomi del male diffuso e imponente sono evidenti a chi non si volta dall’altra parte per distrazione o perché preferisce passare oltre; inquietano chi prende la vita come un continuo incalzare di domande e noi, interpellati, dobbiamo rispondere.

Nella loro azione disgregatrice del singolo e del tessuto sociale, delle relazioni tra le persone, quelle infezioni possono indurre reazioni emotive opposte ed egualmente molto pericolose. Intaccano la salute mentale del singolo, contagiando anche chi non vorrebbe (è un virus!), contaminano la mentalità, i modi di sentire, i vissuti collettivi, sino a minare la convivenza e quindi le stesse istituzioni democratiche. Si va dagli stati maniacali di autoreferenzialità (siamo tutti connessi, 24 ore al giorno per 365 giorni l’anno, ma nessuno che vede l’altro, lo riconosce per la sua umanità, lo guarda negli occhi, gli parla), difensivo/aggressivi (come l’odio verso gli immigrati), distruttivi (gli attacchi terroristici), proiettivi (i rigurgiti antisemiti); e si arriva all’esatto opposto: la paura (di se stessi e della propria ombra), l’impotenza, il senso di frustrazione, una grande, terribile solitudine, gli stati depressivi, l’inedia, l’accidia (frutto di una pretesa: che tocchi sempre a qualcun altro di muovere il primo passo), la rinuncia a ogni iniziativa perché ritenuta inefficace e inutile o perché prevale il “ma chi te lo fa fare”. In un’espressione cruda, ma non lontana dalla realtà che la cronaca propone quasi ogni giorno, le infezioni psichiche collettive, di cui il “virus dell’indifferenza” è epidemico è manifestazione conclamata ed epidemica, dispongono alla disperazione i singoli, i gruppi, il collettivo nel suo insieme.

Con la beatificazione di Teresio Olivelli spira un vento nuovo nella concezione della santità ai tempi di papa Francesco, della sua e della nostra Chiesa, perché la Chiesa siamo noi, mai dobbiamo dimenticarlo. Dai predecessori di Bergoglio era già stata riconosciuta l’esemplarità di protagonisti che avevano attraversato gli stessi drammatici eventi testimoniando in modo coerente e generoso la propria fede.

Gli esempi sono noti: suor Enrichetta Alfieri, l’“Angelo di San Vittore”, e don Carlo Gnocchi, “papà dei mutilatini”. Entrambi molto legati alle persone e alle vicende dei sacerdoti “Ribelli per amore”. Su quanto suor Enrichetta si spese per i detenuti politici, don Giovanni Barbareschi ha reso appassionata testimonianza in numerose occasioni. Per ciò che riguarda don Gnocchi, è noto che lo stesso don Giovanni ne è stato esecutore testamentario. Con Teresio Olivelli fanno il loro ingresso nell’immaginario religioso due elementi. Il primo. Olivelli è un laico, un giovane molto promettente che si appresta a entrare nella vita, nella professione, negli affetti ed è in questa prospettiva di quotidianità che si propone di vivere la propria fede, grazie a una vocazione, a una spiritualità e a una ricerca personale aiutate in qualche modo dal lavoro svolto all’interno dell’associazionismo cattolico.

Olivelli, insomma, appartiene alla schiera di giovani che nel dopoguerra diventerà “classe dirigente”, parteciperà in modo importante alla costruzione della democrazia e della Repubblica, porterà i valori fondanti la prima parte della Costituzione. Basta pensare alla Fuci, di cui Olivelli era esponente al pari di tanti altri, poi leader politici del dopoguerra, al Movimento dei Laureati, all’Azione Cattolica, agli Scout.

Il secondo elemento. Olivelli viene proclamato beato in quanto è riconosciuto “martire”. È quanto avveniva agli albori del cristianesimo e che ha fatto radicare la nuova fede tra i poveri, gli emarginati, gli afflitti nei primissimi secoli dell’era cristiana, in un mondo in piena trasformazione epocale. Ora come allora la Chiesa attesta che Olivelli è un cristiano esemplare in quanto viene ucciso in odium fidei, in odio alla fede, in spregio all’annuncio di Salvezza che Gesù ha portato agli uomini con la sua morte e la sua risurrezione.

Il kapò che l’ha colpito brutalmente nel lager nazista di Hersbruck, tanto da farlo morire il 17 gennaio del 1945 dopo 15 giorni di agonia, ha infierito su di lui perché esprimeva e difendeva la propria fede cristiana, il cuore della Buona Novella: il vangelo delle Beatitudini. I carcerieri nazisti non potevano tollerare che Teresio Olivelli aiutasse i suoi compagni di prigionia precipitati insieme a lui nelle peggiori situazioni di degrado, li sostenesse spiritualmente, condividesse con loro il poco cibo che c’era, fosse mite, operatore di pace, assetato di giustizia. «Vi perseguiteranno a causa mia», aveva ammonito Gesù e Teresio Olivelli lo sapeva, lo aveva imparato già a San Vittore e nel lager di Fossoli, due inferni che in parte aveva condiviso con don Giovanni Barbareschi. Ma l’infierire sadico dei pestaggi da parte degli aguzzini di Hersbruck non aveva mai infiacchito la sua testimonianza. Il “martirio” culminò infatti nel momento in cui si pose in mezzo tra una guardia che aggrediva un giovane polacco. La Chiesa che eleva agli onori degli altari Teresio Olivelli e insieme esalta l’esempio di tutti i “Ribelli per amore”, sacerdoti, protagonisti e non, esponenti noti, che han potuto lasciare testimonianze tali da essere ricordati ad esempio in questo volume, e quelli di cui non resta traccia nei libri o sulle lapidi degli uomini ma solo memoria viva e riconoscente nel cuore di Dio e nella comunione dei santi; quella Chiesa è la Chiesa di Francesco che toglie dalle secche il processo per Oscar Romero, vince le inerzie e le riserve, le invidie forse, le pavidità e il politicamente corretto delle gerarchie e delle curie. E si appresta così a proclamare santo il vescovo assassinato dagli squadroni della morte mentre celebrava Messa. Un “martire”, appunto, di altre situazioni sociali, ma vittima sempre della violenza in odium fidei.

di Marco Garzonio

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

25 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE