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La terra, sorella e madre

L’ingratitudine dell’uomo si può misurare in rapporto alle offese che egli usa recare a colei, ovvero la terra, che gli è stata donata per nutrirlo e sostenerlo. 

Joan Miró, «Terra arata» (1923)

Nel formulare e argomentare questa osservazione Piero Stefani, nel libriccino Per sora nostra madre Terra (Brescia, Morcelliana, 2017, pagine 111, euro 12) sottolinea come la terra sia un dono da valorizzare e al quale — considerati i benefici che ne derivano — si deve una «fattiva riconoscenza». L’autore rileva come le parole di san Francesco, «per sora nostra madre Terra», tanto familiari perché assai note, dovrebbero nondimeno destare stupore perché contengono una sorta di suggestivo paradosso. Come può infatti la terra essere nello stesso tempo nostra madre e nostra sorella? È sorella — spiega Stefani — perché essa, al pari di noi, è creatura; è madre perché Dio, come si legge fin dalla prima pagina della Genesi (1, 24), le ha ordinato di sostenerci e di alimentarci. Il significato e il valore della terra sono fatti oggetto di una minuziosa analisi che procede attraverso le Sacre Scritture. Riguardo all’Antico Testamento l’indagine si concentra sulla relazione fra terra e Torah; in merito al Nuovo Testamento, il vaglio critico si focalizza sulla terra concepita come un’eredità per gli umili e come il luogo che «geme e soffre le doglie del parto». Al riguardo, si riscontra l’eco della letteratura greca che, con Omero nell’Odissea e con Platone ne La Repubblica, stabilisce un legame osmotico tra creazione e dolore. La terra, dunque, si configura come un dono la cui fruizione comporta travaglio, ma che alla fine elargisce una lauta ricompensa.

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21 ottobre 2018

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