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La Terra è a rischio

· L’allarme rilanciato in un libro di Nathaniel Rich ·

Ciò che si sa sul riscaldamento globale deriva in gran parte da quanto accaduto nel 1979, quando l’attenzione mondiale si è finalmente spostata dai principi teorici relativi al riscaldamento globale alla precisa definizione delle conseguenze legate al drammatico fenomeno. È a partire da quella data dunque — sottolinea Nathaniel Rich nel libro Perdere la Terra. Una storia recente (Milano, Mondadori, 2019, pagine, 177, euro 18) — che l’impegno della comunità internazionale a contrastare la crisi ambientale ha acquistato nuova consapevolezza, alla quale, tuttavia, non sono seguite strategie atte a garantire il successo della missione.

Una landa dell’entroterra somalo devastata dalla siccità

Il mondo si è riscaldato di oltre 1 grado centigrado dalla rivoluzione industriale. L’accordo sul clima di Parigi — il trattato firmato nel 2016 in occasione della Giornata della Terra, non vincolante, inapplicabile e già ignorato — sperava di limitare il riscaldamento a 2 gradi centigradi. Secondo uno studio recente si ha una possibilità su venti di farcela. Il climatologo James Hansen ha definito un riscaldamento di 2 gradi centigradi «la ricetta per un disastro a lungo termine». Eppure, evidenzia l’autore, questo sarebbe il male minore. Un riscaldamento di 3 gradi centigradi, sarebbe invece la ricetta per un disastro a breve termine. Le conseguenze?, presto dette: la comparsa di foreste nell’Artide, lo spopolamento di moltissime città costiere, la fame di massa. Alcuni esperti temono che si possa registrare un riscaldamento di 4 gradi centigradi. In tal caso lo scenario prevederebbe l’Europa in siccità perenne, l’avanzamento del deserto in vaste aree di Cina, India, Bangladesh; la Polinesia inghiottita dal mare, e il fiume Colorado ridotto a un rivoletto.

È un libro-denuncia quello di Nathaniel Rich, romanziere e saggista, il quale senza mezzi termini dichiara che l’occasione per «risolvere il problema» si è presentata, ma non è stata colta e valorizzata. Eppure l’occasione, manifestatasi fra il 1979 e il 1989, era «ottima».

«Più volte le principali potenze globali — scrive l’autore — sono arrivate a un passo dal sottoscrivere un accordo vincolante per ridurre le emissioni di anidride carbonica. Un risultato che da allora non si è più ripetuto. In quel decennio — rileva Rich — gli ostacoli ai quali imputiamo la nostra attuale inerzia dovevano ancora emergere. Le condizioni per il successo erano talmente favorevoli che potrebbero sembrare fiabesche, soprattutto oggi, quando molti fra i veterani della questione climatica — scienziati, negoziatori politici e attivisti che da decenni si battono contro l’apatia e la corruzione delle grandi aziende — negano apertamente che sia possibile ottenere un successo». Significativa, nonché allarmante, è la recente dichiarazione fatta dall’illustre climatologo della Carnegie Institution for Science dell’Università di Stanford, in California: «Stiamo progressivamente abbandonando la tendenza a prevedere che cosa accadrà in favore della tendenza a chiarire che cosa è successo».

Nel redigere l’atto di accusa Rich punta il dito, tra l’altro, contro l’industria dei combustibili fossili, «che negli ultimi anni si è calata nel ruolo del cattivo spavaldo dei fumetti». Tra il 2000 e il 2016 tale industria ha speso oltre due miliardi di dollari, «una somma dieci volte superiore a quella stanziata dai gruppi ambientalisti, per contrastare la legislazione sul cambiamento climatico».

Nel raccontare i retroscena di un fallimento globale, e nel muovere critiche a uno dei «principali responsabili» di emissioni di anidride carbonica, gli Stati Uniti, l’autore ricostruisce il grande contributo dato da persone che hanno lottato per risvegliare la coscienza pubblica. Spiccano, in tal senso, due figure: quella di Rafe Pomerance, definito «lobbista per l’ambiente», e il già citato James Hansen, astrofisico e climatologo. Il primo si muove attorno al mondo della politica, il secondo parte dalla ricerca scientifica: ma il loro obiettivo è comune. Consiste nello spingere il governo del loro Paese ad agire prima che sia troppo tardi, e a farsi promotore di un accordo internazionale vincolante.

Nel passare in rassegna dibattiti, incontri e scontri svoltisi nell’arena internazionale sulle diverse questioni legate al clima, l’autore ha il precipuo merito di mettere bene in luce il fondamentale elemento sotteso a tale complesso scenario: ovvero «la dimensione etica», da cui non si può prescindere se si vuole forgiare una risposta seria e convincente alle sfide del nostro tempo. È infatti proprio a partire dall’etica, e dalla matura consapevolezza del ruolo nevralgico che essa svolge, che è possibile garantire la costruzione di una civiltà non minata né contaminata da un coacervo di manipolazioni, abusi e storture.

di Gabriele Nicolò

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20 ottobre 2019

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