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La teologia islamica insegnata a Tubinga

· Nuove prospettive di dialogo ·

Cinque anni fa, presso l’università di Tubinga, crocicchio di filosofi e poeti quali Hegel, Hölderlin e Schelling, ma pure di scienziati come Wilhelm Schickard e Giovanni Keplero, è sorto il primo centro per la teologia islamica («Zentrum für islamische Theologie») del sistema universitario federale tedesco. Destinato a divenire facoltà al pari delle facoltà cattolica e protestante, il centro è stato concepito dall’università su raccomandazione d’un gruppo di studiosi di scienze religiose, membri del Wissenschaftsrat del governo centrale di Berlino. Quello di Tubinga è il primo di cinque centri consimili sorti sul territorio nazionale, gli altri trovandosi a Francoforte sul Meno, Osnabrück, Münster e Erlangen-Nürnberg. A Tubinga la teologia islamica integra e completa una consolidata tradizione di studi che ha visto, sin dalla fondazione dell’università nel 1477 da parte del conte e poi duca di Württemberg Eberhard, l’interazione tra filosofia, medicina, diritto e teologia, con speciale sensibilità per filologia e esegesi biblica. Vocazione principe del neonato centro, sul piano epistemologico, è lo studio e l’insegnamento della teologia islamica quale disciplina scientifica nuova, per metodo e linguaggi criticamente ispirata alle teologie europee.

Veduta di Tubinga

L’organigramma accademico è costituito da sette cattedre: dottrina islamica, studi coranici, storia dell’islam, diritto islamico, adīth (i detti del profeta) e tradizione profetica, pedagogia religiosa e cura d’anime. L’offerta didattica consiste in un bachelor in teologia islamica e un bachelor e un master in Education destinati alla formazione di docenti di religione nelle scuole superiori, parte del progetto pilota 2006-2018 per l’insegnamento dell’islam nelle scuole pubbliche attivo in Baden-Württemberg inizialmente per trentuno scuole. In più länder tedeschi l’islam è difatti già materia opzionale accanto alla religione cattolica, protestante ed ebraica, o all’etica per i non credenti, prova della considerazione in cui sono tenute identità religiosa e vocazione morale nel quadro dei programmi ministeriali. Per avviare una riflessione duratura sull’islam in Europa, dal 2014 è attivo pure un master in “Teologia islamica nel contesto europeo”, con insegnamenti anche in inglese e frequenti lezioni d’ospiti internazionali. Nell’ottobre 2016 è stato avviato infine un master in “Teologia pastorale per la cura d’anime e i servizi sociali”, così da rispondere sul piano scientifico alla crescente necessità di padri spirituali e operatori sociali di confessione musulmana presso aziende, centri d’accoglienza, ospedali e carceri. Gli studenti, a cinque anni dalla nascita del centro, sono duecentoventicinque (centocinquantatré femmine e settantadue maschi), accanto a trentadue membri dello staff tra docenti e amministratori. Quale base comune, nel corso di tre o cinque anni, gli studenti affrontano vari aspetti dell’islam antico e moderno: il Corano e i tafsīr (commentari coranici), la sirah (vite del profeta) e gli ḥadīth, diritto islamico, storia dell’islam. Il curriculum prevede due anni di arabo e una serie d’iniziative volte all’interazione con le associazioni cittadine e al dialogo interreligioso. Diversi docenti del centro collaborano con le facoltà cattolica e protestante offrendo approcci didattici comparatistici. Tra i corsi obbligatori del master europeo, a esempio, vi sono un seminario e un lettorato in “Islamic pluralism” tenuti da due docenti di confessione rispettivamente islamica e cristiana. Studenti afferenti a diverse confessioni e discipline, dalla teologia alla storia alle lingue orientali, sono invitati a discutere le relazioni storiche tra cristianesimo e islam, dalle polemiche dottrinali agli incontri quotidiani tra viaggi e pellegrinaggi, attraverso la lettura e il commento di scritti medievali e moderni in latino, volgare e arabo, con traduzioni in inglese di supporto. Il programma di ricerca include due dottorandi e diciassette collaboratori scientifici cui sono affidati progetti individuali o edizioni collettive di manoscritti orientali. Dall’ottobre 2013 è attivo un gruppo di ricerca post-dottorale interreligioso, coordinato dai professori Lejla Demiri (dottrina islamica) e Stefan Schreiner (storia comparata delle religioni) e composto da studiosi incardinati presso diverse facoltà di Tubinga. Gli otto membri esploratori avevano in carico l’organizzazione d’un ciclo di conferenze semestrale e tre incontri accademici internazionali. A Trento, nell’ottobre 2015, in cooperazione con l’università di Trento e il centro europeo Jean Monnet, è stato organizzato il convegno «Islam in/and/of Europe? Perspectives from the Middle Ages to the Post-secular Age», ove l’esame di una serie di casi-studio medievali e moderni ha offerto la cornice storica per discutere del ruolo dell’islam nella costruzione d’uno spazio europeo transnazionale e interreligioso. Nonostante, come si sa, l’islam oggi interagisca con esiti sociologici anche radicalmente difformi in distinti contesti nazionali (Francia, Inghilterra, Germania), manca una riflessione organica sulle potenzialità d’un islam propriamente europeo. Nel maggio 2016, per la seconda tappa del progetto, il gruppo di ricerca si è recato a Vilnius per un workshop su manoscritti tartari pressoché ignorati nell’Europa occidentale. Questi codici unici, esemplati in lingue slave e baltiche (polacco, bielorusso e lituano), preservano raccolte di versetti coranici, testi liturgici e controversie religiose tramandati in forma manoscritta da famiglie tartare a partire dal secolo XIII. Il workshop ha offerto l’occasione per visitare una serie di villaggi a maggioranza musulmana nei boschi lituani, condividere la tavola con le comunità tartare e caraite e partecipare alla preghiera del venerdì presso squisite moschee in legno del Settecento tornate in vita dopo l’occupazione sovietica. L’ultima tappa del progetto, in primavera, sarà Sarajevo, illuminante esempio di spazio interreligioso europeo ove si terrà un workshop di carattere comparatistico sulle conversioni da e verso l’islam nel contesto balcanico e iberico.

di Davide Scotto

Una strategia per i problemi di convivenza religiosa

Che cosa un centro come questo può fare che altre facoltà umanistiche di varia natura e ispirazione non possono fare, o almeno non in via esplicita e trainante? Si torni per un momento alle origini dell’università di Tubinga al tramonto del medioevo. La cabala ebraica, definita dall’umanista tedesco Johann Reuchlin, primo professore di ebraico nel Sacro Romano Impero, «filosofia simbolica», fu allora considerata dai cabalisti europei, con occhio evidentemente cristocentrico, luminoso punto di congiunzione tra la tradizione ebraica e le dottrine cristiane di Trinità e Incarnazione. Di fatto, ponte portentoso tra due mondi. 

Frontespizio della prima edizione dello Zohar, Mantova, 1558

Come ha notato Moshe Idel, per la prima volta la cabala apparve a uno studioso cristiano quale Reuchlin fonte d’una filosofia superiore che, giunta da oriente, risorta nella Firenze di Lorenzo de’ Medici, andava conosciuta per beneficio dell’intera Europa. La rinascita dell’Europa cristiana giungeva in ultima istanza sulla scorta d’una sollecitazione esterna, essendo poi da codificarsi attraverso la tradizione classica e cristiana medievale.
Se l’analogia non appare pindarica, lo studio della teologia islamica che si va oggi avviando in paesi chiave del continente europeo offre una via privilegiata non solo per comprendere il cuore dell’islam, cioè di quasi un quarto della popolazione mondiale, ma pure per capire le radicali trasformazioni in corso in Europa. Perciò tale studio interroga sia i musulmani sia i laici sia i membri attivi d’altre confessioni, specie ebrei e cristiani, poiché è invito a tornare a meditare sul nucleo sorgivo della tradizione abramica e insieme sul pluralismo intrinseco a ciascun discorso teologico che non miri a possedere e dunque a materializzare Dio. Due elementi che il processo di secolarizzazione, pure in un’Europa mediterranea che fu culla dei figli d’Abramo, ha posto ai margini dell’orizzonte di senso “occidentale”, ma che la cosiddetta “età post-secolare” richiede con urgenza di ricuperare (si pensi agli studi di Charles Taylor, o con altra sensibilità, di Johan Milbank e Adrian Pabst). Slargare il campo epistemologico occidentale è via per porsi senza perdite, attraverso un’integrazione arricchente anziché escludente, sulla scia di quello che un gesuita francese, all’età di 95 anni, Joseph Moingst, ha definito «il vento pieno del mondo». Più in particolare, attingere alla teologia, cristiana o islamica a seconda dei cammini di fede, professione e studio, per l’educazione e la ricerca significa riconoscere come determinante per la collettività il rapporto tra religione e fede, tra il fenomeno storico, contingente, secolare, diacronico se si vuole, e il fenomeno spirituale, individuale, trascendente, sincronico, in ultimo ispirato divinamente.

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20 ottobre 2019

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