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La teologia del sostantivo

· Alla plenaria e ai dipendenti del Dicastero per la comunicazione il Papa raccomanda di non cadere nella cultura degli aggettivi ·

E con i giornalisti cattolici italiani rilancia l’importanza delle parole vere in mezzo a tante parole vuote

«Passare dalla cultura dell’aggettivo alla teologia del sostantivo»: lo ha raccomandato il Papa stamane, 23 settembre, ai dipendenti e ai partecipanti all’assemblea plenaria — in corso fino a mercoledì 25 — del Dicastero per la comunicazione. Ricevendoli nella Sala Regia, il Pontefice ha consegnato al prefetto il testo preparato e ha pronunciato a braccio un discorso su come si dovrebbe o non si dovrebbe comunicare. Un tema, questo, rilanciato per l’intera categoria dei giornalisti nella successiva udienza di fine mattinata con l’Unione cattolica della stampa italiana (Ucsi), incontrata nel sessantesimo anniversario di attività.

Anzitutto, ha spiegato Francesco in particolare agli operatori dei media vaticani, «non dovete fare come fanno le imprese umane che cercano di avere più gente». In pratica, “no” al proselitismo, perché «la nostra comunicazione dev’essere testimonianza... C’è sempre la firma della testimonianza in ognuna delle cose che noi facciamo». Un secondo aspetto riguarda il timore dell’irrilevanza: quel «ripiegarsi su sé stessi — ha chiarito — con la tentazione della rassegnazione. Siamo pochi: ma... pochi come il lievito, pochi come il sale: questa è la vocazione cristiana! Non bisogna avere vergogna di essere pochi».

Infine un terzo aspetto, che — come ha confidato egli stesso — procura a Francesco una vera “allergia” è il cadere «nella cultura degli aggettivi e degli avverbi», dimenticando la forza dei sostantivi. Perché «il comunicatore deve far capire il peso della realtà dei sostantivi che riflettono la realtà delle persone». 

Il discorso all’Assemblea Plenaria del Dicastero per la Comunicazione

Il discorso all'Unione Cattolica Stampa Italiana

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15 novembre 2019

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