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La tenuta del sapere

· ​Nella riserva di Castelporziano giornata di studi sull’ambiente ·

C’è un termine desueto del vocabolario italiano che ha dato il nome anche a borghi e a palazzi e che l’Accademia della Crusca ha inteso originato dall’unione cumulativa dei due termini, intendendolo quindi come inerzia. Ma la noia può essere intesa anche come complemento oggetto del verbo schivare e in tal caso il significato diviene quasi l’opposto. Il motto “schivar la noia” è riferito a qualcosa che rappresenta ben più di una consolazione o di un passatempo: la funzione di svago, rigenerazione delle facoltà e vera e propria ricreazione, per questo intesa come “delizia”. Invita a propendere per tale seconda interpretazione il fatto che questo termine sia stato impiegato nel Rinascimento anche per indicare il gioco degli scacchi di origine persiana. Solo nel riposo e nella quiete, solo nel distacco dal negotium, solo lontano dalle pressioni, nell’armonia della natura la ragione può esprimere il meglio di sé: lo si può ripetere ed è stato in effetti nuovamente ripetuto con le parole di Plinio il Giovane: «Nella mia casa di campagna non coltivo i miei campi ma i miei studi». 

Alcune pagine del «De Ludo» (15000 circa) di Luca Pacioli  (una parte dei grafici sono probabilmente di mano di Leonardo)

La migliore tenuta, la manutenzione dell’ambiente può essere coniugata insomma alla tenuta del sapere. Questo può avvenire però solo abbandonando quella inquietudine, quasi una furia, già perfettamente descritta in antico: «Sferzi i tuoi cavalli come se la tua casa di campagna andasse a fuoco: non ne hai ancora toccato la soglia e già pensi alla tua casa di città».
Presso la tenuta presidenziale di Castelporziano il 26 ottobre si è tenuta una giornata di studi nell’ambito delle iniziative promosse per l’anno europeo della cultura 2018. Dopo una introduzione di saluto del vicesegretario generale del Quirinale Alfredo Guarra, del presidente del comitato tecnico scientifico della tenuta, Alessandro Nardone, della organizzatrice dell’incontro Maria Giuseppina Lauro e del direttore della Tenuta, Giulia Bonella, i lavori della mattinata — presieduti da Adriano La Regina — sono stati dedicati all’archeologia. Con tre relazioni, concentrate soprattutto sulle ville costiere comprese tra la via Severiana e la linea del litorale antico ed in particolare sugli insediamenti del Vicus Augustanus e della dibattuta ubicazione della casa di Plinio il Giovane, sono intervenuti gli autori delle principali indagini di ricerca e di studio condotte nell'area o sull’area: Nicholas Purcell, Amanda Claridge e Paolo Liverani.
L’insediamento ha subìto una lieve modifica di orientamento rispetto alla sua prima fase, impercettibile rotazione che potrebbe essere ricondotta ad una ricerca di ripristino di ordine rispetto ai punti cardinali in seguito a quel disassamento documentato dalle fonti, che rese presto imprecisa la grande meridiana di Augusto, poco dopo la sua realizzazione. Una suggestione tra le tante che i lavori hanno suscitato: nella prima fase gli edifici erano realizzati in terra cruda, argilla “cotta” al sole, conformemente ai precetti del trattato vitruviano sull'architettura del quale i primi sei libri risalgono al 27 prima dell’era cristiana.
Facendo riferimento al gran bene pubblico impostato da Giovanni Codronchi, un ministro rimasto in carica per pochi mesi soltanto a fine Ottocento, si è fatto riferimento anche alla dispora tra opera dell’uomo e natura — con la mancata approvazione dell’ottimo disegno di legge di Rosadi e Rava su incarico di Codronchi nel 1906 — e alla nascita della prima soprintendenza dello Stato italiano: quella di Ravenna. Emblematica per indicare l’unità di natura e arte, nella sua pineta (già allora minacciata dai tagli) e nei suoi monumenti. A distanza di 121 anni ancora si fatica, dentro e fuori degli uffici, a comprendere quale sia la funzione di quegli istituti dalla antichissima tradizione.
Il primo nucleo dell’insediamento di Castelporziano è precedente all’anno mille. Si è fatto riferimento anche alla corruzione del suo nome in “Porcigliano”, documentata dal tardo medioevo: tuttavia la vicina località di Porto con le strutture portuali antiche, insieme col nome della via Portuense, non lasciano spazio a dubbi sul significato originario del nome, che indica un accogliente e sicuro riparo. Ricovero oggi qui offerto non solo alle persone, ai visitatori, non solo alle reliquie del passato, non solo agli abitanti di Roma che senza neppure saperlo grazie a questa riserva respirano aria migliore, ma anche alla gran varietà delle forme viventi. Nel teatro del castello sono echeggiati desueti termini che vengono oggi tradotti come “consumo di suolo”: sulla scorta dei documenti si è parlato addirittura dei terreni “fabbrichi e sterili” che venivano detratti dall'agricolo e dal selvatico, applicando il concetto allora intuitivo della “tara”.
Altra considerevole novità è emersa solo nel pomeriggio: proprio in chiusura dei lavori Adriano La Regina ha avanzato l’ipotesi che il monumento all’eroe sul litorale di Lavinio, anziché a Romolo, sia ascrivibile a Tito Tazio. Il monumento, l’Eron eretto all’eroe, in sua memoria, realizzato su una sepoltura arcaica tra Tor Paterno e Lavinio, più che a Romulo pare corrispondere al luogo dell'assassinio del primo re di Roma. Nicholas Purcell ha osservato in proposito che in tal caso si va inteso come un monumento sul litorale all'eroe “straniero”, dato che Tito Tazio era Sabino e non romano (e forse anche questa circostanza ha favorito l’“invenzione” del mito di Romolo).
Il convegno internazionale ha prestato attenzione alle attività e non solo a forma, struttura, organizzazione e dotazione della villa. La partenza periodica dalla città con la sottrazione al mercato e al negotium, il riposo nell’ozio, hanno a che fare con il tempo meglio speso, non indaffarato, con un rallentamento degli impegni, ma con la minaccia della noia. Si è fatto cenno ai bestiari e alle attività venatorie, al radicamento nella realtà anche di draghi e unicorni (che non si può escludere siano stati originati dal rinvenimento dei resti di un dinosauro o di un narvalo). Il tempo unito allo spazio è rimasto sia pur anche solo tacitamente al centro delle attenzioni di tutti.
I lavori si sono conclusi con ampia partecipazione di pubblico e di coloro che svolgono e che hanno in precedenza svolto la difficile e delicata opera di paziente tenuta di questo patrimonio, non senza accenti di motivato e realistico pessimismo sull’involuzione e sulle trasformazioni recenti dell’ambiente, accentuate e molto accelerate dalla ricostruzione nel secondo dopoguerra, preoccupazione tradotta nell’auspicio e nella proposta di un analogo incontro finalizzato a ricostruire e divulgare la storia delle riforme agrarie dall’antichità ai giorni nostri, ma soprattutto a delineare quali possano essere le proposte concrete nel presente di riforma normativa per l’avvenire.
Con espresso riferimento all’enciclica Laudato sì, la giornata si è conclusa con il rinnovato impegno alla difesa dell’ambiente anche tramite la messa a punto di modelli esemplari da costruire concretamente e non solo a parole, perché sia possibile valutare strade da percorrere e da imitare. La tenuta è quindi metaforicamente uscita dai suoi confini, guardando al suo immediato intorno, a tutta Italia, all’Europa e al mondo.

di Francesco Scoppola

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20 ottobre 2019

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