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La tentazione
di perdonarsi da soli

· Stavrògin e padre Tichon in dialogo ne «I demoni» di Dostoevskij ·

Padre Tichon, il religioso presente nel romanzo I demoni di Dostoevskij, vive già da sei anni nel monastero di sant’Eutimio e della Vergine quando riceve la visita di Nikolàj Stavrògin. È uno degli incontri più tesi di tutta la storia della letteratura. Da una parte c’è un uomo tormentato da un demone, «un essere maligno, beffardo e “ragionevole”» che gli si pone accanto, dall’altro l’uomo di Dio, a sua volta esiliato in quel monastero secondo la versione più accreditata per curare i dolori reumatici di cui soffriva oppure dei «crampi di origine nervosa». Ma correva voce che fosse uno jurodìvyi, un folle in Cristo, una di quelle figure profetiche che attraversano la storia della spiritualità russa.

Nikolàj Stavrògin interpretato da Ivan Alovisio  (il primo a destra) nei «Demoni» di Peter Stein

Evidentemente queste sono solo delle dicerie che Dostoevskij riferisce prima che la porta della cella si chiuda e i due possano rimanere soli in un incontro dove ognuno finirà per svelare la propria nudità, in cui il peccatore e il religioso insieme, non uno dei due soltanto, potranno tracciare la via della verità.

La domanda di Nikolàj Stavrògin è fatta a bruciapelo: «E lei crede in Dio?». Strana domanda da fare a un sacerdote. Fa leva sul fatto che la fede non può essere mai esibita come una certezza. Il visitatore guarda alla sua incredulità come in uno specchio ed è sicuro che neppure il suo interlocutore può offrire maggiori garanzie in questo senso.

Ma il vescovo Tichon accetta la sfida e osa rispondere che «la sua fede non è perfetta». È la prima contraddizione che Stavrògin rileva: «Come — ribatte — la sua fede non è perfetta? Non crede pienamente?».

Il demone che lo tormentava, aveva detto prima, era un essere «maligno, beffardo e ragionevole». Quanta ragione c’è dietro questa argomentazione di Stavrògin, una ragione capace di chiudere i conti e nello stesso tempo di creare disperazione: «Che fede può mai essere una fede che dubita?». Tichon offre la guancia a questo primo schiaffo, ma è forse ancora troppo presto per capire dove li porterà il duello. La logica di Stavrògin compie allora un altro passo necessario nella catena delle deduzioni, quello che va dalla incredulità all’ateismo.

Secondo lui l’incredulità deve essere per forza l’ancella dell’ateismo e a sua volta l’ateismo è sicuramente il punto più lontano da Dio, tanto che arriva a supporre che perfino la fede nel demonio sarebbe «comunque più rispettabile di una totale miscredenza». La ragione dell’ospite sembra aver conquistato completamente il campo; con poche mosse ha sbaragliato l’avversario. Dal Dio al non-Dio, passando per il demonio, come se in mezzo non potesse esserci nulla. Dal Dio al non-Dio, confessa l’anima esacerbata di Stavrògin, come se a separare queste due opzioni, quella della fede e quella della non-fede, ci fosse un abisso.

Anche stavolta tocca al vescovo Tichon riavvicinare gli opposti: «L’assoluto ateismo si trova sul penultimo gradino della scala verso la fede perfetta (che si faccia o no l’ultimo passo)». Strano, trattati della fede, scale spirituali — che certo il religioso non poteva ignorare — mettevano ben altre virtù per arrivare a Dio (per esempio la meditazione, l’orazione, la contemplazione) non certo la miscredenza.

Comincia così lentamente a prendere forma la “follia” di padre Tichon, lo scandalo del suo pensiero nel tentativo di far toccare gli opposti, di convergere insieme con il suo interlocutore verso una sapienza che dal tempo della Croce di Cristo appare ai più stoltezza e paradosso.

Il problema, si affretta ad aggiungere il vescovo Tichon giudicando che il colloquio non può essere concluso, non è tanto l’ateismo ma l’indifferenza e qui il suo tono si fa profetico perché sembra rivolgersi a un’epoca molto simile alla nostra: «L’indifferenza non ha nessuna fede, ma soltanto una stolida paura».

di Lucio Coco

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23 agosto 2019

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