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La tentazione del potere

· Nel fondamentalismo religioso ·

Dall’Editto di Costantino, si può dire Milano sia divenuta, nel rapporto tra religione e potere, un dinamico incubatore di equilibri e soluzioni: vicende alterne, epoche diverse nella dialettica permanente tra una Chiesa forte e una realtà civile matura. Interessante che in città si sia tornato a discuterne: Religione e potere. L’opportunità che diviene tentazione è il titolo del seminario internazionale promosso dall’Archivio Julien Reis per l’Antropologia simbolica all’interno dell’università Cattolica. L’archivio, frutto della donazione da parte del cardinale Reis dei propri testi, per non abbandonare le prospettive d’indagine del grande antropologo ogni anno promuove il confronto tra studiosi su un tema cruciale tra quelli a lui cari. 

Aprendo la mattinata, monsignor Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale, ricorda di aver recentemente ascoltato Oliviero Toscani affermare nella sua rubrica radiofonica che il più grande simbolo di potere è la croce, «perché la religione è solo potere». Eppure, osserva il vescovo, capovolgendo la relazione con Dio, il cristianesimo scardina le perversioni del potere. Chi è in alto ora discende, il grande si fa piccolo. Nel silenzio di Gesù davanti a Pilato appare tutto lo spessore del problema: «Dove l’uomo si fa Dio, Dio osserva, tace e si fa servo». Il martirio documenta che la forma più alta del potere è non temere alcun potere: la croce è allora realmente un simbolo dirompente.
Per Maria Chiara Giorda, in questo senso, il concetto di «fondamentalismo religioso», che tanta diffusione ha conosciuto negli ultimi decenni, è usato con sempre minore precisione. Lo si è identificato con l’estremismo religioso e in particolare con le sue manifestazioni violente e i fenomeni di terrorismo. In realtà, occorre non perdere di vista come la promozione di atteggiamenti violenti si leghi «alla critica della contemporaneità — modernità e globalizzazione in primis — e al ritorno ai valori tradizionali. La culla di tale violenza potrebbe essere individuata nella cultura dell’enclave, la “nicchia identitaria”: un gruppo, di fronte a un rischio, cerca uno spazio simbolico alternativo in cui vige soltanto l’ordine etico-morale e civico dato da una tradizione religiosa, i cui confini simbolici e fisici sono forti e l’esterno è percepito come inconciliabile». È questo lo sfondo di un approfondimento di quei fenomeni di radicalizzazione in cui appare irrisolto il nesso violenza-religione. La studiosa è mossa dalla convinzione che «un nuovo sapere storico-sociologico è necessario antidoto all’ignoranza e al dilagare di false notizie e stereotipi all’interno delle e relativamente alle culture religiose».
In esse s’inoltra Silvano Petrosino, che da filosofo non intende cedere né alla loro esaltazione, né alla loro rimozione. Pharmakon — veleno o medicina — è la parola chiave del suo intervento, teso a dipanare il groviglio di opportunità e di tentazioni che alberga in ogni «sistema di pratiche attraverso le quali gli esseri umani cercano di abitare il mistero che li abita». I miti e i riti manifestano la concretezza con cui le religioni, normando tempi e luoghi dell’esistenza, offrono agli esseri umani vie per abitare l’incontenibile alterità che li abita. Narrazioni e celebrazioni comportano che il potere sia esercitato come ogni volta che s’interviene sulla realtà: occorrono un calendario, delle regole, dei luoghi. Non si può fare altrimenti.
Petrosino delle religioni indica tre compiti fondamentali: servono a rammemorare, ad approfondire e a difendersi. Il divino appare infatti pericoloso, va placato, almeno finché la prassi universale del sacrificio non sia sospesa da Dio stesso: Gesù rivela che Dio non va pagato, è incondizionatamente favorevole, non invade il nostro campo. Eppure il nodo resta: «Succede una cosa sorprendente. La religione che dovrebbe essere servire Dio e gli uomini si trasforma in un servirsi di Dio per dominare gli uomini. In ogni racconto, in ogni rito, in ogni istante il rischio è lì, anche in termini psicologici. Ha ragione Durkheim: religione è l’amministrazione del sacro. Si pensi all’insistenza sull’amministratore nelle parabole evangeliche. Il messaggio di Gesù è netto: voi non siete più degli amministratori, vi concepite padroni. Il mito diventa mitologismo, il rito ritualismo, perché abitare il mistero non è possederlo, né dominarlo. E quando il potere non è un servizio, facilmente è compensazione di una mancanza. Inutile nascondere che succede».
Determinante è leggere allora Michel Foucault, citato più volte anche da Sergio Ubbiali, preoccupato di spingersi però oltre il filosofo francese. A suo giudizio, infatti, il compito “pastorale” che questi assegna al potere si fonda su una concezione troppo bassa del soggetto. La modernità — spiega il teologo — è come se ci vedesse sempre in condizione d’inferiorità rispetto alla nostra vera natura: di qui l’appello all’emancipazione. Di conseguenza, essa interpreta la storia nell’eterno dissidio tra com’è e come dovrebbe essere, imbrigliandola nel paradigma del progresso. Il contributo della corrente apocalittica alla teologia novecentesca è stato quello di contestare questa falsa ovvietà.
Contrapponendosi all’approccio liberale, essa ha ripristinato il rapporto originario tra religione e potere, esponendo nuovamente il soggetto all’unica Signoria che conserva la sua dignità. Negando cioè le riduzioni misticheggianti o intimistiche dell’assolutezza di Dio, gli apocalittici ricreano le condizioni per cui la religione dogmatica sia luogo di salvezza, cioè spazio in cui percepire e misurare adeguatamente la realtà: in essa Dio sorprende e rivela ciascuno a se stesso, in modi imprevedibili e tutt’altro che lineari, in avvenimenti che continuamente aprono e ridisegnano il corso delle cose. L’essere umano trova così, a sua volta, la capacità di introdurre nel mondo qualcosa che ancora non c’è stato e che costituisce la vera chiamata di Dio. Cristo è, infatti, il paradigma di come Dio, anche se atteso, venga imprevisto e soprattutto, da vero Padre, non tolga la scena al Figlio, ma sia il segreto della sua singolarità.
Leggere così la storia modifica lo statuto del potere. Esso non ha che da mettere in moto strumenti sapienti, che consentano alle persone concrete di non mancare le proprie occasioni di vita. Il potere non ha da promettere la storia che non c’è, ma da rendere abitabile quella che c’è, lasciando ciascuno libero di rimanere incomparabile, responsabile di ciò che è, indisponibile all’uso o al commercio fatto da altri. La religione cade qui col suo intervento, critica rispetto a ogni configurazione di potere, compreso il proprio: miti e riti rimangono tali se liberano, se cioè rinviano al Solo che conserva il nome proprio di ciascuno.
Non è un caso — sembra dire Giovanni Codevilla ripercorrendo il rapporto tra Chiesa e Impero in Russia — che se svanisce la distinzione trono-altare, la Chiesa «vivrà come una semplice branca amministrativa della nazione, non svolgerà un ruolo decisivo negli avvenimenti del tempo ed eserciterà un’influenza marginale sul piano culturale, nonostante la posizione di assoluto privilegio». Per ogni generazione la sfida rimane aperta.

di Sergio Massironi

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20 ottobre 2019

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