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La suora
da un milione di libri

· Storia di Lucina Canu, 83 anni, apostola della buona stampa ·

Capita spesso a chi opera nei giornali o nell’informazione a carattere religioso di chiedersi: ma ha un senso quello che faccio? Ma quanti in effetti mi leggono? Forse sto parlando solo al cortile di casa mia? A una schiera di eletti autoreferenziati? Tutti dubbi che certo non si sono mai affacciati alla fervida mente di suor Lucina. «Ma sai… il conto è presto fatto, io vendevo circa 80 libri al giorno, per — diciamo — 250 giorni lavorativi l’anno, cioè 20.000 libri l’anno per 63 anni, che fa appunto un po’ più di un milione di libri».

Suor Lucina Canu, religiosa figlia di san Paolo, 85 anni, di cui sessantaquattro passati tra i banconi delle librerie Paoline a vendere Bibbie, libri di spiritualità cristiana, testi di dottrina, e riviste per un totale, appunto, di più di un milione di copie si racconta, senza presunzione, con umiltà, quasi a sorprendersene lei stessa. «Magari poi quei libri sono stati letti ciascuno da più persone. Spesso ci penso la sera, dopo la preghiera, prima di addormentarmi: Dove saranno ora tutti quei libri? Quante famiglie sono state toccate dai miei libri? Quante stanze si riempiono con un milione di libri? E soprattutto mi piace pensare: quanto bene hanno generato tutti quei libri che mi sono passati per le mani? Magari qualche vita è cambiata radicalmente proprio grazie a uno di quei libri».

Ora suor Lucina non è più in libreria, «le mie superiori hanno deciso che era giunto il momento del riposo dopo tutti questi anni. In effetti le mie gambe ora sono un po’ stanche, ma… che pagherei per passare ancora anche solo un’ora al giorno in libreria». La vita di Lucina sono stati i libri, una vocazione esclusiva che ha rappresentato il senso di tutta la sua vita. La conosco da tanti anni, ero un suo cliente, ed ero rimasto affascinato, prima che dalla sua competenza, dal modo originale in cui maneggiava i libri: non li toccava, li sfiorava, li accarezzava, li sfilava dagli scaffali con la punta del pollice e dell’indice, come fossero gioielli preziosi e delicati.

Una suora libraia, ma forse sarebbe meglio dire una libraia suora.

Le piace ricordare i tempi andati, non per nostalgia, ma per raccontare cosa era il mondo del libro negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, inimmaginabile ai giorni nostri. «Entrai in convento a 16 anni e mezzo. Oggi se una ragazzina di quell’età dicesse di volersi fare suora la porterebbero di corsa da uno psicoterapeuta (ride di gusto, ndr), e furono i libri a portarmici. Sentivo la vocazione religiosa, ma ero naturalmente intemperante, poco incline al rigore, insomma una ragazzina vivace. Poi un giorno nel mio paese arrivarono due suorine giovani, sorridenti e simpatiche che bussarono alla nostra porta di casa per venderci dei libri».

Allora, infatti, i libri non si vendevano solo in libreria, ma don Giacomo Alberione aveva intuito che se la gente non va alla cultura è la cultura che deve andare alla gente, e aveva introdotto la vendita porta a porta. Allora si usava. Le enciclopedie per esempio si vendevano porta a porta e a rate mensili. «Riferii con entusiasmo al mio padre spirituale della visita di quelle due suorine e lui mi disse: “Ecco questo è quello che fa per te. Non sono venute solo a venderti libri, ma a chiamarti”. Detto e fatto, mi ritrovai con la valigia a salutare la mia Sardegna e a fare il noviziato dalle Paoline a Roma». Nel 1954, dopo la formazione, «feci la prima professione e fui subito spedita in libreria. E ci sono rimasta ininterrottamente fino al 2017. Sessantatre anni tra i libri».

Non c’era la televisione, solo i giornali, la radio e un po’ di cinema, ma i libri accompagnavano la vita delle persone molto più di oggi, anche se tanti magari non sapevano leggere. «Però, capisci, allora c’era una diffusa consapevolezza che cultura significasse riscatto, emancipazione sociale. Oggi tristemente tutto questo non c’è più, oggi il paradigma è la “vita facile”».

Anche l’editoria religiosa era molto diversa. Almeno fino al concilio. «Sì, la stagione conciliare è stato il vero spartiacque. Prima c’erano cose che oggi sembrerebbero paradossali. La parola Bibbia, per esempio, equivaleva a Nuovo Testamento. L’Antico Testamento non lo conosceva pressoché nessuno. Se entrava uno in libreria e diceva “vorrei una Bibbia” era inteso che volesse il Nuovo Testamento. L’Antico era conosciuto dai più solo attraverso sintesi catechetiche, e comunque limitate alle storie del Pentateuco. Degli altri 45 libri si sapeva poco più che nulla. E di conseguenza lo stesso valeva per i testi di esegesi biblica. A chi oggi dice che la Chiesa è sempre immobile e lenta a progredire, mi verrebbe da ricordargli che fino a sessant’anni fa a catechismo alle volte si insegnava che la Bibbia l’avesse scritta Mosè. Il metodo storico-critico era bandito dagli scaffali». Non solo: «Devo dire che anche i preti allora non erano molto propensi alla diffusione dei libri, temevano che inficiassero il loro ruolo di mediatori della Parola e la certezza della “retta dottrina”. Si vendevano invece tanti libretti di preghiere (madreperlati per i regali di cresima e di matrimonio) e tante agiografie (oggi invece la maggior parte dei giovani non sa neanche quando è il proprio onomastico). A maggio con le prime comunioni ai giovani si regalavano soprattutto libri religiosi; quante agiografie di san Tarcisio o san Domenico Savio ho venduto…».

E poi le riviste. Tante. In quegli anni «Famiglia Cristiana» vendeva oltre un milione di copie, una cifra oggi inaudita. «E quelle per i ragazzi, aggiunge, che facevano concorrenza a “Topolino”: c’era “il Giornalino” edito da noi, e poi il giornaletto dei comboniani “Il Piccolo Missionario” con i fumetti avventurosi che presentavano i missionari del vescovo Comboni come una specie di Indiana Jones del Vangelo. Vendeva, pensa tu, 200.000 copie a settimana!». Il sabato poi si cambiava lavoro: «Noleggiavamo i film che venivano proiettati nelle sale parrocchiali. Solo a Roma ce n’erano più di trenta».

Il concilio Vaticano ii, nei racconti dalla libreria di suor Lucina, rappresenta il vero punto di svolta. Non un evento interno all’istituzione, ma un vero fatto di popolo. I cattolici iniziarono a porsi delle domande, a esigere una formazione religiosa più strutturata e penetrante le realtà profonde della fede. La Scrittura riscoperta, analizzata, interpretata. Anche fuori dei circoli accademici. Così il libro cominciò ad avere riconosciuta una sua propria dignità nella educazione religiosa di chierici e laici. «Credo che non lo si sia appreso appieno, ma don Alberione, da questo punto di vista, fu un autentico rivoluzionario per i suoi tempi». Infatti, annota, «ci fu un’impennata incredibile di pubblicazioni e quindi di vendite. Entrava uno in libreria per comprare un libro e usciva con una sporta piena. I parroci cominciarono a creare delle piccole biblioteche parrocchiali». In questo senso, ricorda, «fu memorabile l’operazione lanciata da don Alberione della “Bibbia a mille lire”. Grazie a quel colpo di genio la Parola entrò in tante famiglie italiane, centinaia di suorine la vendevano porta a porta per le case».

Il vivace dibattito post conciliare poi correva soprattutto lungo fiumi di inchiostro. Tanta spiritualità, ma anche tanta — questa era la novità — interpretazione teologica. Von Balthasar, Rahner, de Lubac, e tanti altri. Si stilava perfino la hit parade dei libri religiosi più venduti della settimana. E anche i libri “di confine”: «Ricordo di preti che mandavano di nascosto gli amici laici a comprare i libri di Leonardo Boff, di Hélder Câmara, di Hans Küng o la rivista di dom Franzoni».

È straordinario come questa suora che non ha mai studiato teologia abbia una competenza teologica grande, esperta di ogni campo e di ogni autore della sistematica, ti cita a memoria il Denzinger. «Quando ho iniziato — dice — ancora si usavano i Trattati teologici in latino nelle università pontificie». E non solo una competenza teologica, ma anche… commerciale: «Ahahah… sarà forse perché sono figlia di commercianti, ma le mie superiori mi dicevano che ero capace di vendere libri anche agli analfabeti».

«Suor Lucina è pericolosissima», aggiunge sorridendo un frate che la conosce da anni, «entri in libreria e ti ripulisce il portafoglio senza che nemmeno te ne accorgi». Roma, Torino, Brescia, Verona, Napoli: Lucina ha girato le librerie Paoline di mezza Italia, e non c’è vescovo, abate, parroco che non la conosca. E lei li ricorda tutti. «Ho creato tante amicizie spirituali intorno ai miei libri. Amicizie che durano da una vita. Attraverso i libri mi sono cimentata anche nell’accompagnamento e guida spirituale: capivo qual era la domanda spirituale e gli davo un libro come risposta, lo leggeva e gli faceva sorgere nuove domande e allora gliene davo un altro…». Invece, «oggi è tutto così diverso, non legge più nessuno, le nostre librerie stentano e chiudono. Forse il Signore mettendomi a riposo ha voluto evitare di dispiacermi nel vedere questo epilogo».

Dispiacersi di che suor Lucina? Pensa a quanto bene hai seminato col tuo milione di libri! Anche questa è carità. Lei annuisce ma schermendosi: «È il Signore che mi ha voluta libraia. Io non ho fatto niente di speciale. Però…». Però che? «Però se mi facessero andare ancora in libreria anche solo un’ora al giorno…». E ride.

di Roberto Cetera

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09 dicembre 2019

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