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Estetica
della periferia urbana

· Il mondo della musica hip-hop nel film «Zeta» di Cosimo Alemà ·

I giovanissimi Alex e Marco (Diego Germini e Jacopo Olmo Antinori) sognano di sfondare nel mondo della musica hip-hop. Sarà solo il primo ad avere la grande occasione, attraverso l’incontro con un famoso rapper (Salvatore Esposito) e successivamente con un manager senza scrupoli che vuole sfruttarlo per produzioni commerciali. Nel frattempo il ragazzo cercherà di portare avanti una tormentata relazione con Gaia (Irene Vetere), fino a poco prima legata proprio all’amico. Se quest’ultimo reagirà male alla doppia delusione imboccando una brutta strada, anche per Alex, ora noto come Zeta, non sarà facile scrollarsi di dosso l’etichetta del venduto e ritrovare l’ispirazione genuina degli inizi.

I tre protagonisti del film

Nonostante sia scritta dal regista Cosimo Alemà assieme a Riccardo Brun, romanziere e sceneggiatore di una certa esperienza, la sceneggiatura rappresenta il limite di questo Zeta. Il soggetto segue lo schema già visto in decine e decine di pellicole sulla musica o altri campi in cui si cimentano giovani talenti: la gavetta, il successo, le tentazioni faustiane, lo scollamento dalle proprie origini e dai propri amici, la redenzione finale magari anche grazie a una tonificante sconfitta. I personaggi non vanno oltre gli stereotipi del sottogenere e alcuni elementi — come il fatto che il protagonista sia orfano di madre e malato di diabete — rimangono piuttosto gratuiti.
Così come la strada della perdizione per il personaggio di Marco si apre in modo un po’ improvviso e forzato. La componente narrativa del film, più in generale, non è abbastanza solida, e in molti momenti finisce per farsi offuscare dalla personalità dei veri rapper impegnati in comparsate — da J-Ax a Fedez, da Clementino a Briga, emblematicamente più a loro agio degli attori davanti alla cinepresa — e soprattutto dalla sinergia di musica e immagini.
Proprio quest’ultimo aspetto, d’altro canto, è la carta vincente del film. Alemà offre infatti una prova di regia davvero ottima, riuscendo a stare al passo con l’elettrizzante colonna sonora grazie a un montaggio sopraffino che ha poco da invidiare a quello dei film americani, senza al contempo scadere nell’estetica del videoclip, nonostante i lunghi trascorsi che proprio nel campo dei video musicali — ovviamente sempre al servizio di musicisti hip-hop — il regista può vantare.
Ma a rendere davvero lodevole il suo lavoro è l’intenzione, onorata dai risultati, tanto di rappresentare una Roma nuova e in qualche modo universale, quanto, soprattutto, di valorizzare esteticamente le zone meno nobili della città. Poche volte, almeno nel cinema italiano, si sono visti scorci periferici così attraenti. In totale contravvenzione con la Roma borghese, patinata o tutt’al più da cartolina messa in scena negli ultimi anni, in film fra l’altro di ben maggiori pretese. Si tratta, inoltre, di una qualità particolarmente felice perché contigua al concetto che è in gran parte alla base del mondo hip-hop: la sublimazione artistica di tutto ciò che è nascosto, sotterraneo e solo apparentemente di scarso valore. Non a caso in questo film, come in parecchi prodotti italiani per il grande e piccolo schermo delle ultime stagioni, pulsa non troppo remoto il ricordo dei poliziotteschi e di tanto altro cinema di genere degli anni Settanta, ma allo stesso tempo, da alcune inquadrature rivelatrici, si capisce che Alemà conosce bene anche il cinema d’autore: Pasolini, ovviamente (i prati incorniciati dai caseggiati in lontananza) e Bertolucci (l’uso astratto di alcuni palazzi dell’Eur).
Dal punto di vista ideologico e morale, gli autori manifestano un certo grado di calcolo e scaltrezza, in particolare nel voler conciliare un contenuto sostanzialmente edificante con un disegno dei personaggi che appaia sufficientemente trasgressivo. Di conseguenza il protagonista condanna le droghe pesanti ma non quelle leggere, insegue l’amore romantico ma non disdegna le avventure occasionali. Per il resto però il racconto non è affatto edulcorato, riservando episodi che travalicano per crudezza gli schemi del film adolescenziale, e sfugge anche alle tentazioni del politically correct senza per questo apparire ingiusto o populista.
E comunque almeno un rischio il film ha il coraggio di correrlo di sicuro, quando in una scena affida a un prete impersonato dal rapper Tormento — alle cui movenze sembra ispirarsi il protagonista in molti momenti e che doppia il personaggio interpretato da Esposito nelle parti cantate — un Padre nostro recitato su cadenze hip-hop. Un’idea che risulta ispirata e quindi per nulla irriverente. 


di Emilio Ranzato

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19 novembre 2018

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